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Quando la famiglia da porto sicuro diventa un nido di vespe

Il porto sicuro che si trasforma nel luogo del conflitto. Perché vi è tanta infelicità familiare? Ne parliamo con il professore Daniele La Barbera, psichiatra

La famiglia dovrebbe essere un nido d’amore.  Così si dice, così piace immaginare. Succede però che quel luogo sicuro si trasformi in un nido di vespe.
A dirla come Lev Tolstoj nel suo celeberrimo “Anna Karerina”:  “Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.”
Ci sono tante unità per misurare l’infelicità familiare. Si va dalle circostanze tollerabili, che si riescono a sedare con poco, a quelle croniche, che rischiano di incancrenire il male. Fino alle condizioni drammatiche, quando il conflitto esplode nelle sue estreme conseguenze e le tragiche cronache delle scorse settimane lo confermano. Fatti di sangue, consumati tra uomini nei quali scorre lo stesso sangue. Situazioni al limite, che fanno montare un brivido sulla pelle, che mettono paura proprio perché, scavando tra le righe dei protagonisti di queste ‘storiacce’, scopri che si tratta di persone ‘normali’, gente uguale a noi. Da lì il presagio, sotterrato all’istante, del terrore: “potrebbe succedere a chiunque”.
In merito ai mali che covano in famiglia, abbiamo fatto una chiacchierata con il professore Daniele La Barbera, un conoscitore esperto dei movimenti e dei dolori della psiche, uno stimato psichiatra palermitano, primario di Psichiatria al Policlinico di Palermo e professore alla facoltà di Medicina dell’ateneo palermitano.

Professore La Barbera, quale è la famiglia ideale e quale invece quella reale?

La famiglia ideale e simbolica è il posto sicuro per eccellenza. Dove circola affetto, accoglienza, accudimento e dove il sentimento che prevale è la serenità. Nella realtà non sempre le cose vanno così. Esistono famiglie infelici, dove infelicità non equivale a normalissima imperfezione, quanto a dolori atavici, a conflitti inemendabili, che avvelenano l’esistenza della famiglia stessa.

 

Perchè la famiglia può diventare un luogo ostile?

Partiamo da un presupposto: la famiglia non si sceglie. La famiglia ce la propone e ce la impone la vita, in un rapporto che, di fatto, deve durare per tutta la vita. Un amico puoi perderlo definitivamente per strada. Tua madre, tuo padre, tuo fratello resteranno tali per sempre. Se è vero che tra i componenti la famiglia scorre lo stesso sangue, questo però a volte non basta per creare una solida rete di affetto e di accordo. Se alla base di una famiglia vi sono dei genitori che non riescono a essere da esempio e a fare da collante durante i conflitti, aiutando i membri a risolvere gli stessi sul nascere, la situazione tenderà a degenerare.

Quali le cause principali dei conflitti familiari?

Il primo sentimento a scendere in campo è l’antagonismo.  Se riflettiamo, quando un primogenito attende la nascita di suo fratello, lo vive già, inconsapevolmente, come un antagonista: dovrà dividere con lui la cameretta, i giochi e soprattutto gli abbracci e l’attenzione di mamma e papà. La psicoanalisi, che da Freud in poi ha esplorato a fondo le dinamiche familiari, soprattutto le problematiche tra genitori e figli, ha però trascurato quelle tra fratelli. Questa evidenza, però, ha uno spazio enorme nei conflitti familiari e noi psichiatri la osserviamo quotidianamente nella pratica clinica. Vi sono persone anziane, con mente solida e animo stabile, con un bel tragitto di vita alle spalle ed in corso, che però non riescono a dimenticare quella ‘disparità’ che quarant’anni prima ha fatto la madre a vantaggio dell’altro fratello. Questo la dice la lunga. Ovviamente vi è un termometro, che misura la diversità di reazione al dolore familiare e all’antagonismo che lo scaturisce: il signore anziano a cui faccio riferimento ha imparato a conviverci e a ingoiare il rigurgito acido del ricordo, vi sono invece casi estremi, quali la strage familiare di Licata, in cui il presunto “mal tolto” cova disperatamente, fino alla drammatica ed estrema conseguenza. Il dolore familiare scaturisce anche dai genitori assenti, da figure che dovrebbero essere dei pilastri agli occhi dei figli e che invece vacillano, che sono disfunzionali. La famiglia è la prima e più complessa comunità con la quale abbiamo a che fare ed è la sola di cui non possiamo mai ‘disfarci’, neppure quando lo vorremmo. Perché con i nostri familiari condividiamo il dna, ma anche tanto sentire, anche quando questo non è condiviso.

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I genitori, figure cardine, che però spesso non riescono a essere dei buoni genitori, perché succede?

Ripetiamo un celebre e sempre attuale adagio: quello del genitore è il mestiere più difficile e aggiungiamo che non esistono genitori perfetti, ma sicuramente migliorabili. Credo che oggi manchino i modelli di riferimento. Un tempo le famiglie erano lunghe e larghe, oggi sono isole. Il neo padre di una volta poteva guardare a suo padre ed anche a suo nonno quali modelli da imitare. Oggi non è più così. Le famiglie sono mononucleari e si è perso quel senso di mutuo soccorso e di solidarietà di un tempo. Questo per varie ragioni: si diventa nonni più tardi, i figli vivono lontano dai genitori o capita che molti nonni di oggi non abbiano voglia di calarsi in un ruolo che comporta impegno, impiego di tempo e buona volontà.

I genitori di oggi sono troppo permissivi?

Un tempo il genitore aveva un compito affettivo ma anche normativo: doveva dare amore, ma soprattutto stabiliva le regole, che i figli dovevano seguire alla lettera. Oggi il genitore ha un compito eminentemente affettivo: non riesce più a dare regole, a porre degli indispensabili limiti, ma si spende quasi esclusivamente in gratificazioni. Non deve ammonire il figlio, ma lodarlo e laddove non può farlo con il suo tempo e le sue attenzioni, dispensa oggetti materiali. Oggi abbiamo bambini che hanno di tutto, ma ai quali spesso manca il tutto, ossia la relazione gratificante ed equilibrata con mamma e papà. Altro errore dei genitori di oggi è alimentare l’idea di onnipotenza del loro bambino. Se il figlioletto ha un conflitto con un pari, non si tende a discuterne e ad analizzarne i motivi, quanto a enfatizzare la figura del nostro piccolo a suon di: sei migliore, sei più bravo, sei più intelligente, hai ragione tu. Oggi il genitore non pone il senso del limite, ma quello dell’onnipotenza, non incentiva la quota normativa quanto quella narcisistica, destrutturando di fatto quella che è la vita reale, con la quale il piccolo si confronta oggi e ancor più si confronterà domani crescendo.

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I genitori sono i cardini dell’affetto, ma possono anche diventare la causa del difetto familiare?

Nel momento in cui diventi genitore scommetti di amare per sempre e senza condizioni una persona che può essere il tuo opposto. O almeno così dovrebbe essere. Il genitore dovrebbe amare, offrire tempo ai propri figli, fornire limiti e regole e soprattutto avere una solidità ed assertività tali da garantire sicurezza. Nei conflitti familiari il  genitore dovrebbe essere un collante e cercare di risolverli sul nascere. Nella pratica quotidiana non sempre tutto ciò accade. Nelle famiglie possono verificarsi delle preferenze, anche involontarie, tra figli. Posso avere più predisposizione per il figlio che mi è più simile, per quello in cui riesco a proiettarmi meglio o per il figlio che appare più fragile. Lo si fa senza cattiva volontà, ma succede ed è allora che nasce la frustrazione del figlio non prediletto, che non comprende, non si spiega, arriva perfino a struggersi per una vita intera sul perché suo fratello ha avuto di più, fosse una carezza, un segno di riconoscimento o un bene materiale. Il figlio non prediletto soffre della cosiddetta sindrome dell’indennizzo: io sono stato ingiustamente penalizzato e vivo nel tentativo e nel desiderio di dovermi riprendere quel che mi spetta. Non sempre è una questione di messa in pari materiale, quanto emotiva ed affettiva. Il figlio si sente deluso dal genitore e questa forma di frustrazione diventa invalidante, ancora peggiore della delusione causata da un partner. A tutto ciò si aggiunge che il genitore, nel maldestro tentativo di risolvere le problematiche, tace, farfuglia, nasconde, inconsapevole di fare ancora più danno. Ciò che in famiglia non viene espressamente detto può avere effetti ancora più deflagranti di una verità difficile da dichiarare. Il non detto in famiglia ha una potenza emotiva di gran lunga superiore al fatto compiuto, perché attiva pensieri, elucubrazioni, rancori, timori e soprattutto perché alimenta il fantasma del dubbio. Sincerità sempre, soprattutto tra le pareti domestiche.

 

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Come si possono risolvere i dolori familiari attuali, ma anche quelli atavici?

In prima istanza occorre chiedersi quanto questo dolore disturbi e condizioni la mia vita. Posso archiviarlo? Ho preso coscienza che non mette in discussione l’affetto per la mia famiglia o è un tarlo che condiziona la serenità mia e di chi mi sta intorno? L’ideale sarebbe risolvere i conflitti nell’immediato: se un genitore ha sbagliato può rimediare e questa capacità è davvero meravigliosa agli occhi di un figlio. Se però il tempo passa, il dolore diventa molto più difficile da rimuovere e quindi, se vogliamo salvare la famiglia, sarà importante farsi aiutare da uno psicologo o da uno psichiatra, che può anche indirizzare verso un percorso di gruppo. Si potranno così mettere le caselle a posto giusto e scrollarsi di dosso il pesante senso di frustrazione e non realizzazione, che i conflitti familiari portano con sé. Perché se è vero che non esistono le famiglie perfette, è vero anche che la famiglia può essere un luogo davvero rassicurante e e non si deve smettere di credervi.

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