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Nella mia scuola a raccontare del “Papà dei Carabinieri”

Diario di una giornata bellissima, in un luogo dove il tempo pare essersi fermato

Da piccola avevo le idee chiare: nella vita volevo scrivere. Ritengo, con il senno di poi, che questo sogno  fosse un riflesso condizionato dalla passione per la lettura, per quell’illuminante Piccole donne, con la sua Jo March, un capolavoro di donna determinata e imperfetta. Certo é che qualcuno, mentre ero ancora bambina, mi suggerì di puntare al liceo classico: “La scuola ideale per chi ama leggere e scrivere”. Seguii il consiglio e mi ritrovai quattordicenne ad inseguire bus di primissima mattina (io perenne ritardataria) che dai colli, fino in città, mi facessero arrivare al glorioso Empedocle di Agrigento.

 

Sarei ipocrita se dicessi che lí ho trascorso gli anni più belli della mia vita

L’adolescenza non è mai un periodo felice o se succede sono macchie di leopardo, luce che filtra nel cielo a pecorelle di primavera. Non ero neppure una prima della classe ed avevo nella mia timidezza una zavorra più che una virtù.

Sono tornata pochissime volte nella mia scuola, perché la mia indole malinconica ha una certa difficoltà a svolgere operazioni con il passato.

L’altro giorno però, tornarci in un’occasione di festa, con l’onore e l’onere di presentare il mio primo libro per bambini, é stata una gioia difficile da contenere.

Non credevo ai miei occhi

Io ex studentessa imbranata, mi sono ritrovata dall’altra parte, a raccontarmi ai miei “compagni” di oggi.

Certo, ho giocato facile, con tra le mani un libro dedicato a uno studente illustre del classico Empedocle, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con a fianco l’Arma dei Carabinieri e con il sostegno dei docenti di oggi, tra i quali ho ritrovato la professoressa Liliana D’Alessandro, che é stata compagna di quel tempo fortunato, quegli anni ‘90, carichi di sogni e grandi speranze.

Ho dovuto più volte trattenere le lacrime, perché la mia emotività e quella timidezza ormai domestica, tornano a fare capolino ogniqualvolta il cuore batte più forte.

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Ho raccontato ai ragazzi della mia giovinezza all’Empedocle, a sbirciare dalla finestra della mia classe l’orizzonte di mare e di cielo azzurro. All’epoca c’era ancora il pino di Pirandello e noi lo guardavamo da lontano, sebbene, allora, ci imporrasse poco di quel nostro conterraneo premio Nobel, che aveva pure studiato nel nostro “glorioso” liceo.

Ho ricordato due prof. che, per certi versi, mi hanno cambiato la vita.

Il professore Biagio Milano, un eterno ragazzo, partito per “il senza fine” ancora nel pieno delle sue forze. Lui mi conosceva bene, sapeva a memoria la mia fragilità e quindi in un mio “grande giorno”, l’esame orale di maturità, non solo si sedette al mio fianco, ma mi mise pure una mano sulla spalla, per tutto il tempo dell’interrogazione. Il prof. aveva sotto i baffi brizzolati un sorriso brillante, che era di pancia e di cuore e che testimoniava la sua grande gioia di vivere. Quando finii l’esame, ad alta voce, disse al presidente di commissione di chiedermi quale mestiere volessi fare da grande. Io arrossii dalla testa ai piedi e rimasi in silenzio. Rispose lui al posto mio: “Anche se non lo direste, questa ragazza da grande vuole fare la giornalista e ce la farà, perché é determinata, non solo timida!”

Quindi ripose i libri nel mio Jollyinvicta e mi accompagnó all’uscita augurandomi un mare di cose buone e belle. Ci salutammo per l’ultima volta, pensando che ce ne sarebbero state di altre. Un sorriso largo il suo, un accenno timido da parte mia. Ciao ciao con la mano finché non mi perse di vista. Proprio come fa un papà quando saluta un figlio e aspetta che esca fuori dal suo campo visivo, prima di rientrare dentro casa.

Ho raccontato anche dell’adorato prof. Lillo Sciortino. A lui devo parecchie cose: l’importanza del farsi tante domande e del non accontentarsi delle prime risposte, un metodo di studio infallibile, il desiderio di togliere i veli alle apparenze. Ci sono cose, che il prof Sciortino ci ha spiegate quasi trent’anni fa, che ancora ricordo a memoria: il “Panta rei” di Eraclito, i dialoghi socratici e i miti di Platone (quanto é importante ed attuale quello della Caverna?), il  fenomeno e il noumeno kantiani, la triade dialettica di Hegel ed ancora le “metafisiche” lezioni di storia (il lirismo del prof. nel raccontarci l’orrore dello Ius prime noctis e delle angherie dei feudatari verso i loro poveri sottoposti, l’entusiasmo nel parlarci di Elisabetta la bastarda – che donna! – di Napoleone Bonaparte e di Gesù Cristo, che lui definiva “il primo femminista ante litteram”).

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C’era sí il sapere ma anche una certa vocazione ad amare noi studenti, a farci sentire importanti, a cavare il meglio da ciascuno di noi sognatori in erba.

La scuola é la casa, gli insegnanti sono i pilastri e mi ritengo fortunata per essere cresciuta in un domicilio comodo, fin da bambina.

Ne ho parlato ai ragazzi, che ascoltavano attenti. Poi ho rivisto in archivio le mie pagelle: tanti sette, un paio di sei, qualche otto, ma a fine anno, e poi i due soli dieci della mia carriera liceale, poco prima della maturità: Storia e Filosofia.

”Se oggi ci limitassimo ai sette, mi sussurrava un professoressa, avremmo la coda delle lamentazioni dei genitori. I suoi erano altri tempi. Tempi in cui i docenti avevano un peso specifico riconosciuto da tutta la società.”

Raccolgo questa riflessione, che mi sembra quantomai legittima. Faccio un ultimo giro dentro la mia scuola, il mio adorato e glorioso liceo Empedocle. Do uno sguardo alle pagelle degli “illustri”. C’è Pirandello, c’è Sciascia ed anche Camilleri.
Il nostro premio Nobel non era di certo il primo della classe, men che meno in italiano. A dimostrazione che un talento non lo incateni dentro un voto.

Saluto tutti e li ringrazio per l’accoglienza, per l’affetto, per l’onore che mi é stato dato. La dirigente, la dottoressa Marika Gatto é tanto preparata, cortese, disponile. Mi ha fatto da guida per tutto il tempo e io le sono grata. Con lei anche la prof. Nobile. Il liceo é ancora pieno di ragazzi. Per fortuna non subisce la crisi, che ultimamente passa dappertutto. Sono già quasi fuori, ma do un ultimo sguardo al busto di Empedocle. É lí austero da una vita,  mentre davanti gli passano generazioni e generazioni di studenti. Dietro di me passa un gruppetto di ragazzi. Vanno verso una prof: “Oggi é stato bellissimo!”

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Loro non mi vedono, ma io sento benissimo le loro parole, che mi scaldano il cuore e chiudono un cerchio.

Già, é stato bellissimo!

Ps: Grazie alla dottoressa Carmelina Guarneri, presidente Fidapa, per aver voluto una targa commemorativa dedicata a Dalla Chiesa e per avermi permesso di presentare il libro in questa bellissima circostanza. Grazie alle socie Fidapa presenti e in particolare alla collega e amica Irene Milisenda, bravissima moderatrice e ragazza dallo spirito instancabile. Grazie all’Arma dei Carabinieri, che é sempre a fianco al progetto/libro Carlo Alberto Dalla Chiesa, il papà dei Carabinieri, Navarra editore. Grazie all tante autorità presenti. Grazie al colonnello Vittorio Stingo, comandante provinciale ad Agrigento, per il suo prezioso intervento. Grazie alla dirigente scolastico dell’Empedocle, dottoressa Marica Gatto per l’impeccabile organizzazione e per la disponibilità, a tutti i docenti, al segretario e soprattutto ai ragazzi, che hanno mostrato talento artistici e umani davvero notevoli. Grazie ai tanti  amici che sono venuti a trovarmi e in particolare alla signora Sciortino. Per ragioni geografiche non ha fatto in tempo a raggiungermi Laura Ruoppolo, anche lei “gloriosa” compagna liceale e “partner in crime”, ma non é mancata la signora Ninetta, la sua bella mamma.

Alla prossima e ad maiora!

Foto di copertina di Irene Milisenda.

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