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L’arte necessaria di trasgredire

Perché a volte le regole vanno infrante, soprattutto dagli adolescenti

Le trasgressioni sono necessarie. Lo impariamo in quell’età di “merda”, consentitemi di chiamarla per come merita, che è l’adolescenza. Ed è verissimo che quella porzione di vita, che si installa tra le (speriamo) fortune dell’infanzia e le consapevolezze dell’età adulta, è un tempo che non torna e dovrebbe essere anche il tempo migliore. Hai (quasi) sempre qualcuno che si occupa di darti vitto e alloggio gratis, che pensa al posto tuo alla risoluzione dei problemi, che sogna in grande anche quando a te dei progetti futuri importa poco o nulla.  Scoppi di energia e soprattuto hai la salute, che, in questa stagione della vita, é solo un inconsistente dettaglio. Sfido a trovare un quindicenne che alla domanda:

“Quali sono le cose più importanti della vita?”

Risponderà: “La salute!”

Riparlandone qualche tempo dopo la prospettiva sarà cambiata. A quindici anni, però,  di avere in dono la salute non te ne fai una cippa. Non è bello, ma è così. Perché neppure da ragazzini  tutti i punti di cui sopra sono scontati o valgono universalmente. Ovvio che, purtroppo, esistono adolescenti a cui mancano tante cose, che meriterebbero di diritto. Eppure i fortunati (mi metto anche io, retroattivamente nel calderone) non si rendono conto del privilegio.

Le paturnie degli adolescenti

Un adolescente si strugge e tantissimo perché si sente brutto, anche quando è bellissimo. Perché si è innamorato perdutamente del più cretino della compagnia, ma lo capirà solo dieci anni più tardi . Si lagna per un brufolo, per la noia (ah la noia del non avere nulla da fare, quanto sarà rimpianta), per quel vestito da influencer che non è a misura delle tasche dei genitori, per le milla mila diavolerie tecnologiche che si vorrebbero avere, ma che non si possono ottenere (non tutte e non contemporaneamente). In cima alla lista dei problemi degli adolescenti ci sono senza dubbio i genitori. Palle al piede, che hanno il solo dono di non sapere comprendere i loro figli. Vorrebbero impartire regole democratiche, con il solo risultato di risultare tiranni della peggior specie, che, a confronto, Terone di Agrigento e Dionisio di Siracusa spicciano loro casa.
Figli e genitori, dopo aver tubato (si spera) durante l’infanzia, diventano d’emblèe universi contrapposti, forze nemiche, che trovano la soluzione per simulare la pace nella tecnica del figlio che ignora. Gli adolescenti stanno chiusi in camera giornate intere, parlano poco e nulla con i genitori e in auto, di ritorno da scuola, rispondono a casaccio con solo tre parole: niente, normale, non mi ricordo.

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La trasgressione come risorsa

Tra il corso sinuoso dell’adolescenza ecco però fare capolino la più grande risorsa: la trasgressione. I genitori, fossimo pure i quarantenni di oggi, che siamo stati quindicenni negli anni ‘90 mica nel nel Medio evo, al solo sentire questo termine percepiamo una turbolenza della peggior specie. Trasgredire pare una cosa che non si fa, ed in realtà non è così, non quando è necessario. Gli adolescenti però devono trasgredire. Alt, non lo dico io, che non sono nessuno quanto a psicologia, sociologia e adolescenziologia. Lo dicono gli esperti, ed una di queste, la bravissima psicologa Daria Pandolfo, me lo confermava giorni fa durante un’intervista.

”Se un adolescente non trasgredisce, se non infrange le regole, non potrà mai trovare il vero se stesso, non potrà rintracciare, tra le tante, la sua strada. Soprattutto non potrà rendersi conto di quanto sono utili quei ‘limiti’ posti dai loro genitori ed a quei limiti tornare al momento giusto. E poi, parliamoci chiaro, un adolescente che segue alla lettera e con terrore tutto quanto dicono i genitori, come potrà trovare il suo posto nel mondo?”

Queste parole mi sono tornate in mente oggi. Passeggiavo felice per piazza del Plebiscito a Napoli, uno dei miei luoghi preferiti al mondo. Con me mio figlio, al quale da sempre propino l’ascolto di Pino Daniele, anticipando il viaggio con un: “Raffi, ti portiamo a vedere la città ‘Napulé mille culura.”

Lui felice e io a raccontargli ogni anfratto, servendomi di un verso del mio amato Pino. Camminavamo e cantavamo. Canzoni anche poco note, che tra le labbra di un cinquenne, non nego hanno stupito diversi napoletani “strada strada”.

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Nella felicità di questi momenti, è venuto a trovarmi un ricordo. Ero, appunto adolescente, una ragazzina ligia al dovere, ma con nel cuore almeno un paio di buoni battiti ribelli. Mi ero perdutamente innamorata della musica di Pino e, come tutti i quidicenni, fissato un idolo musicale, mi drogavo della sua musica senza soluzione di continuità. Ricordo che accumulai tutti i soldi possibili per affidare al catalogo Nannucci il sogno di possedere la discografia completa del mio mito fattosi uomo e cantautore. Fatto ciò restava un altro enorme obiettivo, partecipare a un suo concerto. L’occasione venne da un tour in Sicilia, collegato all’album “Non calpestare i fiori nel deserto”. C’era un grosso problema: i miei genitori non mi avrebbero mai dato né i soldi e men che meno il permesso di andare. Io però lo volevo a tutti i costi. L’ho detto: ero ligia al dovere, odiavo mentire ai miei e temevo terribilmente di perdere la loro fiducia. Quel concerto però era il sogno. Accumulai come una formichina i soldi necessari, rinunciando pure al panino e panelle del mercoledì sera, acquistato al camion/bar vicino al villino comunale. Mi gonfiai il petto e le intenzioni di coraggio e trasgredii. Misi in campo mille scuse e architettai un piano perfetto. Complice una cara amica, andai al concerto. Fu una cosa bellissima. Una delle più belle della mia vita. Un ricordo di quelli che vado a ripescare quando voglio pensare a cose belle, sorridere di gusto e confermare a me stessa che “lo rifarei mille volte.”

Fu la prima mia trasgressione, alla quale ne seguirono pochissime altre, tutte “innocenti evasioni”, eppure necessarie, per trovare me stessa e la mia strada nel mondo.

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Negli anni, partecipai a tanti altri concerti di Pino e non solo, ormai senza dover mentire, né elemosinare soldi ai miei con la scusa di un panino con le panelle fuori programma. Nessun concerto della mia vita, però, è stato bello come quello di quando avevo quindici anni.

Ci ho ripensato oggi correndo, con mio figlio, per piazza del Plebiscito e pensando che, se amo così tanto Napulé sarà sicuramente anche per via di quel ricordo innocente e ribelle.
Perché le regole sono importanti, ma trasgredirle a volte é necessario e ci regala orizzonti che altrimenti non potremmo neppure immaginare. Sicuramente, se quel giorno non avessi infranto una regola, oggi, in giro per Napoli, non sarei stata tanto felice.

 

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