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Intervista a Maricetta Lombardo, vincitrice del David di Donatello

È stata la prima donna tecnico del suono del cinema italiano. È richiesta dai più grandi registi e si racconta: dagli esordi ad Agrigento fino alla vittoria dei David

Il suono: l’elemento primordiale, quello che viene ancor prima delle parole. Alle tante declinazioni di questo dedica anima e corpo Maricetta Lombardo. Ha appena vinto il David di Donatello nella categoria “Miglior suono” per il film di Matteo Garrone Dogman (una gran bella pellicola, con una storia tanto drammatica quanto vera e densa di quei chiaroscuri, che hanno il merito di far intravedere la vera luce). Maricetta ha un piglio raro: è cortese, prudente, quasi timida. Eppure sul palco dei David di Donatello ha regalato uno dei look più incisivi, con un’immagine che rimane impressa. Maricetta Lombardo è uno dei più stimati tecnici del suono della cinematografia italiana. Richiesta dai più grandi registi, ha visto consacrare la sua bravura con due David di Donatello (a quello recentissimo, si aggiunge, nel 2009, quello per Gomorra, sempre di Garrone) e quattro Nastri D’Argento ( Dogman, Il racconto dei racconti, Gomorra tutte pellicole di Garrone e L’intrusa di Leonardo Di Costanzo). Oggi è impegnata in Toscana in Pinocchio, un film sempre di Garrone, con un inedito Roberto Benigni nei panni di Mastro Geppetto. Tutto però parte da Agrigento, dove Maricetta è nata e dove, tra una puntata e un’altra allo storico cinema Astor, ha iniziato a coltivare la passione per il cinema. Scalare la vetta, partendo da un’isola è impresa ardua, ma non impossibile. Maricetta ci crede. La sua non è mera ambizione, quanto il desiderio di realizzare un sogno, che le pulsa tra cuore, pancia e testa.

Maricetta, come è nato tutto?

Sono sempre stata appassionata di cinema, del lavoro dietro le quinte in particolare. Ero ancora una ragazzina e ad Agrigento collaboravo con Radio Agrigento 1. Nel 1990 partecipai a un corso, organizzato dalla Regione siciliana. Indimenticabile tra gli insegnanti Andrea Camilleri. Fu proprio uno dei docenti di questo corso che mi propose di partecipare all’ammissione per il Centro sperimentale di Cinematografia di Roma. Ne avevo sentito parlare, ma giusto per grandi linee. Avevo 26 e tentai. Andò bene. Chi l’avrebbe mai detto!

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Erano gli anni ’90, anni d’oro per il cinema italiano…

Saranno stati anni d’oro per il cinema, ma non lo erano me. Non in senso letterale. Di quegli anni ricordo lo studio, i tantissimi sacrifici, la borsa di studio vinta e i pacchi spediti dalla Sicilia da mamma Lina, che mi ha sempre supportata. Nessuno mi ha regalato nulla.

Sua mamma, un pilastro e che bella dedica!

Mia mamma è mancata poche settimane fa. È un dolore aperto e profondo. Mamma Lina, anche se fisicamente non c’era, in realtà era con me sempre: negli anni di studio a Roma, in giro per il mondo sui set dei film. Pensi che quando ho vinto il primo David di Donatello mi redarguì perché le sembrai scorbutica davanti alle telecamere. Scherzava. Sapeva bene che io sono timida e neppure tutti questi anni di lavoro nel cinema hanno stemperato la mia timidezza. L’altra sera, stringendo il David, non potevo che pensare a lei.

 Quale è stato il momento in cui ha capito che ce l’aveva fatta?

Non c’è stato un momento esatto. Il percorso è stato lungo, ma naturale. Ho fatto tantissimi sacrifici. Arrivavo a Roma dal sud, figlia di persone semplici. Ero però ostinata: volevo fare questo lavoro. Completai gli studi al Centro sperimentale di Cinematografia nel 1993 e mi chiamarono, sempre al Centro, per fare da assistente al corso. Rimasi per due bienni, quindi decisi di andare via. Mi sarei fossilizzata e dovevo provarci a tutti costi con il cinema. Iniziai a fare dei piccoli lavori, ai quali mi dedicavo con grande spirito di abnegazione. Se pensa che dal nulla io sia arrivata a lavorare con i grandi registi si sbaglia. Ci sono voluti impegno e pazienza. Il primo lavoro importante è stato con Daniele Segre, che è un bravissimo documentarista, quindi con Abbas Kiarostami, regista iraniano e poi con Emir Kusturica. È stato un percorso lento, ma dall’andatura naturale.

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Quindi l’incontro con Garrone, una liaison professionale che dura da vent’anni.

Ho conosciuto Matteo nel 1998 e da allora non ci siamo mai professionalmente lasciati. Tutto è partito con un cortometraggio, quindi un lavoro a cui sono molto legata, Pipolo, fotografo di matrimoni, poi i film: Estate Romana (1999), l’Imbalsamatore (2002), Gomorra e tanti altri. Mi piace però citare anche altri registi con cui ho lavorato: Mario Martone, Stefano Sollima, i fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, Eduardo Gabriellini.

Il suo film del cuore?

Di prima acchitto mi verrebbe da dire Estate romana, ma in un attimo me ne viene in mente una lunga sequela. Difficile per me definire un film del cuore, diciamo che amo fare bei film  metterci dentro le mie emozioni.

Cosa fa un tecnico del suono?

Si occupa della parte sonora di quanto avviene sul set, di tutti i suoni: battute ma anche rumori. È un lavoro difficile, perché richiede una grande tempra fisica (stiamo sul set una media di dieci ore al giorno) e psicologica (ci vuole una concentrazione immensa per fare questo lavoro). Sul set il mio braccio destro è il microfonista. Con me c’è poi un team che si occupa della post produzione.

 Com’è lavorare dietro le quinte per una donna?

Il mio è un lavoro quasi prettamente maschile. Credo di essere stata la prima donna italiana a fare questo lavoro.

I dietro le quinte del cinema sono ancora appannaggio degli uomini?

Diciamo che io sono stata un’antesignana. Siamo in Italia ed il maschilismo esiste. La cosa però non mi tocca.

Le va di raccontarci della Maricetta privata?

Sono timida, gliel’ho già detto (sorride). Ho un marito meraviglioso, che fa lo scultore e viviamo a Roma. Amo la Sicilia, la mia terra d’origine e della Sicilia mi manca tantissimo il mare. Più di ogni cosa però mi manca mia madre, che è stato ed è un pilastro della mia vita. Ho anche tanti amici nel mondo del cinema e vorrei sfatare il mito che non si possano intessere dei bei rapporti tra chi sta al di là e chi al di qua della macchina da presa.

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 Com’è il cinema italiano oggi?

C’è un sottobosco straordinario che salva il cinema italiano. Parlo di quei film di qualità, che fanno la differenza. Gliene cito giusto un paio: la Terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo, Cuori puri di Roberto De Paolis, Ovunque proteggimi, di Bonifacio Angius, Il padre d’Italia di Fabio Mollo, Una famiglia di Sebastiano Riso. Potrei continuare perché credo nel nostro cinema e sono fiduciosa nel suo futuro.

Sogni e progetti?

Tra i progetti, oltre a Pinocchio al quale stiamo lavorando, vi è una fiction in uscita, Zero zero zero, regia di Stefano Sollima/ Janus Metz/Pablo Trapero, tratta dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano. Tra i sogni professionali lavorare con Martin Scorsese, uno dei miei registi preferiti: Fuori Orario e The wolf of Wallstreet sono due tra i miei titoli del cuore.

Glielo auguriamo allora. Grazie Maricetta e ad maiora!

Grazie a Laura Ruoppolo e a Ninetta Mazzarella, che hanno contribuito alla realizzazione di questa intervista.

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