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Intervista alla professoressa Claudia Colomba, nuovo primario al reparto di Malattie infettive del Di Cristina

“I ruoli di dirigenza per le donne sono ancora minoritari, ma lo studio e la buona volontà devono fare la differenza”

La professoressa  Claudia Colomba è da pochi giorni al timone del reparto di Malattie infettive dell’ospedale “Dei bambini Di Cristina” di Palermo.

Sapere di una donna che riceve l’incarico di primario ci fa piacere perché, fuor da qualsiasi retorica, il posti di direzione al femminile sono ancora una minoranza. La dottoressa, meglio la prof (considerata la sua carriera accademica), ci rincuora e lo fa con un piglio empatico, cortese, dal quale traspare, ad ogni frase, una preparazione meticolosa. Le dá ragione un curriculum di tutto rispetto. Dalle note ufficiali si legge che é nata a Palermo, si è specializzata a pieni voti in Malattie Infettive e Tropicali nel 1999 e in Pediatria nel 2009. Nel 2000 ha svolto attività clinica e di ricerca con il ruolo di consulente infettivologo all’Ismett e poi, fino al 2007, ha svolto attività clinica e di ricerca presso l’U.O.C. di Malattie infettive dell’Ospedale dei Bambini dell’Arnas Civico, allora sede della Scuola di specializzazione in Malattie infettive (nata proprio a Palermo all’Ospedale dei bambini nel 1970). Dal 2007 ad oggi ha svolto attività clinica, di ricerca e didattica presso il reparto di “Malattie Infettive” del Policlinico “Giaccone” di Palermo.

”È vero, le donne nei posti di dirigenza siamo una minoranza, devo dire però che in ambito medico, a Palermo, non abbiamo mai sofferto troppo su tale fronte. Partiamo da un presupposto basilare: donne e uomini siamo differenti, pensare a una parità tout court non credo sia possibile. Si deve semmai tendere a un’uguaglianza di accesso alle opportunità.”

Si riferisce alla donna che possa realizzarsi come mamma, moglie e professionista, qualora volesse essere tutto cio?

Posso parlare della mia esperienza: sono mamma, moglie, medico. Non è stato facile conciliare il tutto perché ho sempre voluto essere una mamma e una moglie presente, per cui l’impegno capirà, è sempre stato notevole. Ho tre figli, una di venti, uno di diciotto, uno di quattordici. Ovviamente durante le tre maternità ho dovuto rimaneggiare il mio lavoro. Mi occupavo già di Malattie infettive nell’adulto, facendo lavoro in reparto. Ovviamente tutto ciò mal si sarebbe conciliato con la mia condizione da gravida. Ho quindi pensato, quando aspettavo i miei figli, di dedicarmi allo studio: mi sono quindi specializzata in pediatria, branca medica a me tanto cara, perché sono figlia di un pediatra infettivologo e al mio caro e compianto papà devo tutto in termini di vocazione e di direttiva di vita. Non immaginavo che quella seconda specializzazione (la prima è stata in Malattia infettive n.d.r), conseguita ‘da grande’ avrebbe poi segnato in maniera determinante il mio avvenire.”

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Quanto è importante studiare per arrivare in alto?

Lo studio ed ovviamente l’applicazione di questo nella pratica quotidiana penso che siano i pilastri del successo professionale e di riflesso quindi anche umano. Quando mi chiedono come ho fatto a cinquant’anni a realizzare questa carriera, rispondo grazie allo studio, alla pratica e al trovarmi nel contesto giusto con i titoli giusti, acquisiti ovviamente con tanta buona volontà. Studiare è fondamentale, non mi stancherò mai di dirlo soprattutto alle nuove generazioni, in primis a mio figlio, che pochi giorni fa ha saputo di essere entrato alla facoltà di Medicina. Immaginerà il mio orgoglio.

Dirige un reparto cruciale in tempo di pandemia. Quale la situazione?

Da inizio pandemia a oggi sono stati ricoverati tanti bimbi, fortunatamente, nei grandi numeri, con condizioni non gravi. Ciò non vuol dire che bisogna abbassare la guardia. Al momento abbiamo sei pazienti e la situazione è sotto controllo, ma occorre sempre tenere bene il focus della condizione epidemiologica pediatrica. Si è verificata in taluni bimbi Covid positivi la cosiddetta Mis-C la sindrome infiammatoria multisistemica pediatrica da Covid, una condizione delicata, che va trattata tempestivamente perché potrebbe avere conseguenze molto serie. Quindi attenzione massima, da parte di noi medici, ma anche e soprattutto dei genitori. Il consiglio è quello di vaccinarsi: devono farlo i genitori e devono far sì che lo facciano anche i ragazzini dai dodici anni in avanti. Allontanare i timori legati al vaccino  è il passo per uscire dalla pandemia. Per garantire i nostri figli ed anche tutto quanto gira loro intorno.

Il suo reparto però non si occupa solo di Covid. Cosa vuol dire curare le malattie infettive dei bambini?

Vuol dire avere un grandangolo puntato sulla condizione epidemiologica in generale. Mi spiego meglio, se un adulto contrae la tubercolosi è un conto, se la contrae invece un bimbo é un campanello d’allarme poiché la malattia infettiva nel bambino dà sempre la misura dell’agente infettivo nell’ambiente. Quindi noi siamo un reparto sí di cura, ma anche di analisi del fenomeno “malattia infettiva”. Siamo inoltre un reparto di consulenza ai pazienti più inclini alle complicanze infettive: ad esempio pazienti oncologici o quelli affetti da fibrosi cistica. Importante il lavoro in tandem con i colleghi ginecologi per la diagnosi precoce delle infezioni in gravidanza, quali il citomegalovirus, la toxoplasmosi, l’HIV. Il lavoro non manca così come non manca la passione nel volere fare bene. Curare i più piccoli poi è uno stimolo particolare: hai nelle mani la salute degli uomini di domani. È una grande responsabilità, che richiede scrupolo, preparazione e coscienza, doti che del resto devono essere il centro della professione medica.

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Lei guida un bel team, come sta organizzando il lavoro?

In tutto siamo nove medici, me compresa e una quindicina di paramedici. Nella nostra prima riunione ho voluto ascoltare più che parlare. Non amo dare consigli, ma so che con l’esempio pratico possiamo imparare gli uni dagli altri. Nel mio reparto c’è una bella risorsa: i medici veterani, con il loro bel carico di esperienza e i giovani, con il loro entusiasmo e la grande voglia di fare e di conoscere. Unendo questi elementi penso che si possa fare bene, anche in questo difficile momento di pandemia. Creare un patto di fiducia con i pazienti e le loro famiglie non può che chiudere il cerchio.
Grazie dottoressa e ad maiora!

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