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Quei genitori “snaturati” e la magia di un film senza tempo

Un film cult, che mi accompagna da trent’anni e che oggi guardo con occhi decisamente diversi

Non sono vacanze di Natale che si rispettino se non guardi in tv “Mamma ho perso l’aereo”, il famigerato film che ha incoronato Macaulay Culkin tra le icone junior degli anni ‘90, sebbene non ricordi altri suoi successi che non rimandino alle sue disavventure natalizie, e che la magia del Natale resuscita ogni anno da più di vent’anni.
È un attimo e, davanti alla tv, i ricordi dell’infanzia riaffiorano prepotentemente anche se il punto di vista è cambiato radicalmente.

Racconto brevemente la trama del film per i pochi nati ottantini che non sono cresciuti con “Mamma ho perso l’aereo”. Tutti gli altri possono saltare a piè pari questo paragrafo.

Mamma ho perso…

Chicago, vigilia di Natale: la prolifica famiglia Mc Callister, con un numero infinito di figli e nipoti, si accinge a preparare il viaggio di Natale per Parigi, a casa di un altro zio, ma un temporale mette fuori uso la linea elettrica e, la mattina dopo, la sveglia non suona. L’aereo partirà di lì a poco e, nella fretta, la famiglia dimentica Kevin, il figlio più piccolo e più vivace, reduce da una punizione per cui ha dovuto passare la notte in mansarda. Mentre la madre si accorge di aver dimenticato il figlio a casa sul volo transatlantico e si vende tutti gli ori possibili per tornare indietro da Parigi a Chicago, Kevin inizialmente convinto che il suo desiderio di liberarsi della famiglia sia stato esaudito, si ritrova invece ben presto a dover difendere la sua casa dalla coppia maldestra dei “banditi del rubinetto” (che solo il nome ti fa tremare di paura più della bambola assassina!).

Quando ero bimba come Kevin

La prima volta che ho visto il film era il 1991, ero una coetanea del mitico protagonista, Kevin Mc Callister, e il confronto con lui risultava immediato. Soprattutto la mia invidia nei confronti del suo personaggio, degno antenato degli attuali “influencer”.
Lo ammetto. L’ho invidiato quando la mattina, al risveglio, ha potuto avere a sua completa disposizione mille metri quadri di una casa stupenda; ho invidiato la sua solitudine e il suo urlare a squarciagola “Buuuuzzz sto entrando in cameraaaa tuuuaa” riferendosi al fratello maggiore che lo bullizzava di continuo; ho invidiato la sua astuzia nel preparare le trappole contro i ladri più cattivi dell’universo; ho persino invidiato la neve e il freddo di Chicago, proprio io che, quando la croce della farmacia di quartiere segnava dieci gradi, mi barricavo in casa per paura di un’imminente era glaciale ad Agrigento.

Un film a prova di Moige

Infiniti anni dopo, ho rivisto il film, questa volta però accessoriata di due figli, con la “grande” che ha la stessa età di Kevin. E tra le centomila cose che sono cambiate, bisogna anche includere l’approccio a “Mamma ho perso l’aereo”.
Inevitabile quindi il confronto con i personaggi adulti.
L’unico aspetto che invidio palesemente, adesso, è la mitica ricchezza degli anni ‘90, quando una famiglia di venti persone si poteva permettere un volo Chicago-Parigi per Natale con la stessa nonchalance con cui oggi si va a visitare il Villaggio di Babbo Natale nel comune limitrofo.
Per il resto, il film è il pasto perfetto per il Moige (Movimento Genitori contro la Violenza in Tv). C’è un bambino che viene relegato a dormire in mansarda, al freddo e al buio, perchè si è opposto alla persona più odiosa della famiglia, il primogenito Buzz, che ha lo sguardo più viscido dello zio Frank che dorme a scrocco a casa loro. Oggi una punizione del genere porterebbe i genitori dinanzi al Tribunale dell’Inquisizione del Genitore perfetto per cui “il capriccio del bambino va gestito sempre con il dialogo anche quando hai la casa invasa da tutti i parenti fino alla quarta generazione”.
Quando i Mc Callister si accorgono di aver dimenticato Kevin, le loro reazioni sono da Oscar della Psicologia Clinica. Ovviamente è la madre ad accorgersene, quando ormai l’aereo è in fase di crociera ed è colei che ha una reazione minimamente umana, ma sempre troppo contenuta viste le circostanze.

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Genitori snaturati

Il vero mistero sono gli altri componenti. Al padre non si torce neanche un capello, mantiene un tono di voce sempre uguale e quando ritorna, con la dovuta calma, a Chicago, si limita a constatare che il figlio è ancora vivo, roba che se fosse successo a mio marito avrebbe prima minacciato l’intero equipaggio dell’aereo a ritornare indietro, quindi avrebbe corso alla velocità di Bolt verso casa ripassando tutte le imprecazioni conosciute in ordine alfabetico e, infine, avrebbe analizzato lo stato di salute del figlio portandolo direttamente al Pronto Soccorso.
Poi abbiamo lo zio scroccone che, per empatizzare con la mamma di Kevin, se ne esce con la frase ad effetto: “Se ti può consolare, anche io ho dimenticato a casa gli occhiali”, una frase che sortisce solo un’occhiataccia ma che io, da madre, avrei accompagnato ad un sonoro sapete-voi-cosa.
A proposito di frasi consolatorie da urlo, Buzz, il primogenito per antonomasia, riesce a risollevare gli animi affranti dei genitori: “Cosa volete che succeda a Kevin, viviamo nella strada più tranquilla di Chicago, dove non è mai successo nulla!”, proprio lui che terrorizza i fratelli raccontando la storia dell’ambiguo vicino di casa, il vecchio Marley, che va in giro con la pala a seppellire i cadaveri della sua famiglia.

Meravigliosa, poi, la compagnia di musicisti con cui viaggia la madre, stipata in un furgoncino, per raggiungere velocemente Chicago. Anche lì le frasi ad effetto si sprecano!
Il capo banda le propone due esempi genitoriali che cercano di aiutare la madre di Kevin ad uscire dall’abisso infernale del “Sono Una Cattiva Madre!” raccontando del trombettista che non ha mai conosciuto il figlio di tre anni perchè sempre in tournée (manco se fossero i Pink Floyd) e del pianista che una volta ha dimenticato il figlio all’interno della camera mortuaria della propria madre.
Ma vincono il premio “Adulti Consapevoli anno 1990/91” gli impiegati del commissariato di polizia di Chicago. Alla telefonata disperata della madre di Kevin che da Parigi spiega la situazione, rispondono con una prontezza di riflessi unica, se non rara. Il poliziotto che si immola alla causa, suona semplicemente il campanello di casa Mc Callister e, non ottenendo alcuna risposta, invece di insistere e farsi venire il remoto dubbio che sia successo qualcosa al bambino, esordisce: “Dite alla madre di ricontare i figli!”. Beh, a quel punto anche io avrei accettato il passaggio di un gruppo di musicisti potenziali serial killer.
Ma per raggiungere velocemente il poliziotto in questione.
D’altronde mio marito, da abile runner qual è, battendo ogni record di “corsa con parolaccia”, sarebbe già arrivato a casa da Kevin.
Che meraviglia l’innocenza degli anni 90!

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