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Piddra, sposa e vedova ragazzina, che conquistò tutto il coraggio del mondo

Una storia di forza, amore e coraggio. Di donne di quelle che non ne esistono più

Oggi voglio raccontarvi di una donna, di cui ho molto sentito parlare, ma che non ho conosciuto personalmente. Si chiamava Piddra, anche se tutti la chiamavano la nonna Piddra. Perché ve ne parlo? Perché la sua storia, tra gli aneddoti di amici e parenti, ha spesso lambito la mia vita dandomi contezza che dovesse trattarsi di una grande donna. Sono cresciuta con la “mitologia” di questa persona, dal viso e dalla corporatura da me sempre e solo immaginati. L’ho pensata grande e grossa, con i capelli corvini, il ventre largo e le braccia nerborute.  L’ho immaginata fiera, come le donne di certe pose d’amarcord. Non so perché, ma nella mia fantasia, l’ho sempre visualizzata in bianco e nero, quella coppia di colori che toglie il tempo al tempo e lo rende immortale.

Una sposa ragazzina

Nonna Piddra, così mi raccontano, si è sposata ragazzina ed ha avuto un numero di figli, che io non quantifico. Sicuramente più di cinque e meno di dieci. Tra questi c’era anche mio nonno Raffaele che, fatti due conti, doveva essere uno dei figli più grandi.

Una famiglia larga, fatta di maschi e femmine, di fermento di zie “signorine” e vedove anzitempo, che si prodigavano, ciascuna a suo modo, a dare una mano, un braccio o un pezzetto di cuore a questa giovane moglie, già madre di così tanti figli. Nei paesini usava così. I figli erano tanti, i soldi quasi nulla, ma ci si riuniva come in un abbraccio monumentale, che azzerava le difficoltà e regalava il dono più prezioso: il conforto.

La disgrazia in miniera

Capitò un giorno però quel che non doveva. Il marito di nonna Piddra non fece ritorno dal lavoro. Era un minatore. Scendeva nelle viscere della terra a estrarre lo zolfo e ogni giorno a queste consegnava il suo destino. Lui era nonno Girolamo. Un’anziana del mio paese mi disse, una volta, che era un uomo così bello che, neppure quella morte “da disgraziato”, gli aveva deturpato i lineamenti gentili e le fattezze da giovane vigoroso. Non aveva neppure quarant’anni. Era morto nelle viscere di quella terra, dove era entrato ragazzino: caruso di miniera. Così si chiamavano quei bimbi, come il Ciaula di Pirandello, che, senza luna e senza sorte, imparavano l’alfabeto del dolore, ancor prima di saper leggere e scrivere. A Cozzo Disi, la miniera di Casteltermini e dei castelterminesi, di disgrazie ne sono capitate una sommatoria tale, che ancora non si riesce a stabilire quale, fra tutte, sia stata la peggiore.

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Una vedova giovane e coraggiosa

Nonna Piddra era rimasta senza il suo Girolamo. Una vedova giovane, madre di tanti figli da tirare avanti con quel poco che c’era. Non so come, dove e quando, ma fu capace di trovare tutto il coraggio del mondo e di accaparrarsene. Mi raccontano che, nell’ardua impresa, fu suo sostegno un fratello “signorino”, di cui in pochi ricordano il nome. Tutti lo chiamavano “u pipino”. Era, di fatto, il padrino di quei tanti figliocci che la sorte aveva fatto orfani prima del tempo. Due di loro, la zia Maria (da poco partita per il grande viaggio) e lo zio Salvatore, rimasero senza padre che erano poco meno che lattanti. Nonna Piddra tirò avanti quei figli così bene, da non perderne per strada neppure uno. Alcuni, compreso mio nonno, diventarono minatori, un’altra emigrò verso il Canada, anzi il Canadà (ho sempre sentito pronunciare questo termine con un accattivante accento finale. Una sorta di prosa cantata, che abbelliva un luogo dall’altra parte del mondo). Lei era per tutti la zia Rosa del Canadà, forse la figura più affascinante di quella famiglia inossidabile, non fosse perché, di quando in quando tornava in paese, aveva il coraggio di infilarsi dentro l’aereo e di rimanere sospesa tra le nuvole per ore e ore (forse dodici se non di più). Il piccolo di famiglia, lo zio Salvatore, era la punta di orgoglio: orfano di un padre mai conosciuto, era riuscito a diventare un maresciallo luogotenente dei carabinieri e faceva servizio “nella bellissima, civilissima e lontanissima Toscana”. Mio nonno Raffaele, ogniqualvolta  parlava del più piccolo dei suoi fratelli, lo faceva come se stesse confezionando un regalo prezioso. Lo stesso succede oggi, quando lo zio mi racconta di mio nonno. Si amavano di un amore a prescindere. Il sentimento più bello.

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Una donna capace di essere “felice”

Dicevo di nonna Piddra. Fu una donna degna del compito che la vita aveva stabilito per lei. Morì a novanta e passa anni. Nel suo letto profumato con intorno la pletora di figli, nipoti e pronipoti ai quali aveva dispensato dosi di coraggio, buonsenso e capacità di stare al mondo.  A noi suoi discendenti ha anche regalato pezzi dei suoi talenti: vuoi l’amore per il canto, vuoi quello per la musica, vuoi ancora quello per la parola da pronunciare, leggere o scrivere. Chi l’ha conosciuta non l’ha dimenticata. Giorni fa ho chiesto allo zio Salvatore di raccontarmela. Ha iniziato dal nome. Si chiamava Giuseppina, fu ribattezzata Piddra da una deformazione siciliana del termine bella. Era piccola, esile, i capelli sempre in ordine dentro un “tuppo” d’altri tempi. Aveva un temperamento granitico nella profondità, ma dolce in superficie.  Una dolcezza che la rendeva amabile, gioviale, capace di barcamenarsi in una grande famiglia di cui lei, a ogni buon conto, rimaneva la matriarca. Amava le storie e la musica. Quella disgrazia, che le aveva spezzato le gambe, non aveva però azzoppato la sua voglia di vivere. Nella casetta capientissima di via Diaz, nelle sere d’inverno, lei, suo fratello “lu pipinu”, la pletora di figli e poi le zie vedove e quelle zitelle, raccontavano “li cunti”, cantavano al suono di chitarra e mandolino (suonati da nonno Raffaele e dallo zio Francesco), gustavano due dita (mai più di due) del vino dell’orto. Cercavano di farsi felici, certi che questa fosse la sola maniera di rabbonire la vita, vuoi in tempo di tempesta che di bonaccia. Perché ho voluto parlarvi di nonna Piddra (e mi scuso se non l’ho raccontata per come meritava, ma ho solo cercato di mettere insieme quel che di lei mi è stato raccontato)? Perché qui parliamo spesso di grandi donne. Pensavo a lei qualche giorno fa, leggendo tra le righe del mio stress e di quello di molte altre mamme. Mi sono domandata: come avrà fatto la nonna Piddra, con tutti quei bimbi attaccati alle sottane, senza marito e con pochi danari? Chi l’ha conosciuta, racconta che aveva il talento del saper sorridere. Aveva un bel sorriso largo ed accogliente, di quelli che ti fanno sentire a casa.  Ho cercato in lungo e in largo una sua foto. Non ne ho trovate. Magari non è un caso. Forse devo continuare a immaginarla in una bella posa d’amarcord, dentro quel bianco e nero che rende belli, affascinanti ed immortali. Oggi al mio paese si festeggia la Madonna Annunziata. La protettrice dei minatori. Lei, la nonna Piddra, le era rimasta fedele fino all’ultimo dei suoi giorni. In miniera aveva perso il marito, di contro la Vergine aveva protetto i suoi figli. Era un degno compromesso il restarle devota. Mi piace pensare che quel sangue di minatori, nonno Girolamo e nonno Raffaele compresi, circoli ancora nelle vene di noi che da loro discendiamo (siamo tanti, con sogni, mestieri e attitudini differenti).  È sangue robusto di chi trova il percorso anche nel buio. Di chi, comunque vada, rintraccia la via. È sangue di cui andare fieri!

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Ps: Ho scritto questo racconto circa un anno fa. Parlo al presente di zio Salvatore perché all’epoca era ancora tra noi. Qualche mese fa anche lui è partito per il grande viaggio. Ed a lui dedico queste righe.

 

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