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Piccolo elogio dei posti che “nessuno conosce”

Le vacanze pasquali nel "paesello" dove hai passato l'infanzia e la scoperta che molte cose restano uguali ed è bellissimo così.

Amo la Pasqua molto più del Natale. Mi piacciono i suoi colori garbati, il profumo delle piccole cose che rinascono, il sottofondo dei preparativi senza le eccessive pretese natalizie. A Pasqua, solitamente, torno per qualche giorno al mio paesello, tra i colli agrigentini.

È un paese davvero bello il mio

Peccato che in molti non se ne siano ancora accorti. La silhoutte dei colli, dalle parti di “lupo nero”, sfuma contro il cielo in una maniera talmente perfetta che, una mia amica del nord, ammirando questa skyline di provincia, mi chiese (del tutto convinta del suo dire): “Lo hanno girato qui il Signore degli anelli?”.

Fai due passi per il centro ed inciampi in due chiese barocche, alle quali, noi gente del posto, siamo abituati. Vi giuro però, che mio marito, siculo di città, la prima volta che le ha ammirate non ha potuto fare a meno di fotografarle una, due, dieci volte.

Con gli occhi all’insù, ti accorgi che barocco è anche più d’uno dei palazzi del centro e pensi: “caspita che bel posto. Me ne accorgo ora che vi torno raramente. Guarda un po’ quel fregio su quel balcone abbandonato, non l’avevo visto mai, eppure è lì da chissà quale tempo”.

Nei giorni della settimana Santa

come è d’uso nel cuore della provincia, vi sono i riti. Nel caso del mio paese si tratta di usi piccini, a modo loro irresistibili. Sanno di affetto, di posti sicuri, di mani al caldo. Qui li chiamano “sepolcri”, il nome esatto è altari della reposizione. Si allestiscono il giovedì santo. Seguono la messa “in coena domini” e rappresentano il posto sicuro dove sarà custodita l’Eucarestia fino alle funzioni del venerdì santo. Sanno di primavera e non hanno alcuna delle tante parvenze del lutto.

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Le fresie ed i germogli di legumi (i cosiddetti lavureddi) incorniciano gli altari. I lavureddi sono un inno alla meticolosità. Il primo giorno di quaresima inizia la loro storia: ovatta, legumi secchi e l’arte dell’attesa. Se andrà bene sbucheranno dei germogli pallidi ma rigogliosi. I bimbi li intrecceranno e li mischieranno con i fiori di campo. I lavureddi resteranno ai piedi dall’altare fino al tramonto del venerdì santo.

La fede inciampa nella superstizione: di sepolcri ne vanno visistati da un minimo di cinque ad un massimo di sette. Al contrario, meglio non pensare a quanto potrebbe capitare. Al mio paese, nel cuore della notte tra il giovedì ed il venerdì santo, si “celebra” il rito più suggestivo. Una Via crucis silenziosa, intima, devota, sfila per le vie del centro storico e raggiunge il calvario. È così da sempre. Mi capitò, abitando anni fa in una casetta del centro e dimenticando di questa tradizione, di essere svegliata nel cuore della notte dal canto triste dei fedeli. Temetti non so cosa e mi riaddormentai con il dubbio che si fosse trattato di un sogno o di qualche presenza misterica. Solo il giorno seguente realizzai l’accaduto.

Anche quest’anno ho visitato i sepolcri

e mi ha confortato verificare che nei paesi alcune cose restano immobili e questo è motivo di profonda sicurezza. I volti senza età di talune parrocchiane, che proteggono ogni cosa della casa di Cristo, data loro in affidamento. Ed ancora, il Gesù morto, venerato nella chiesa di San Giuseppe (una delle due meraviglie barocche di cui vi parlavo).

È una statua “spaventosa”.

La definii così quando, ancora piccina, mia nonna Stella voleva a tutti i costi che, con la mia manina, allungassi un bacio a Gesù.  Quel Cristo “pare vero”, non fosse per un colorito ostentatamente violaceo (dettaglio che lo rendeva ai miei occhi tanto spaventoso). Tuttora non riesco ad allungare la mano e a sfiorarlo, così come fanno tutti (o quasi) tra i fedeli e i cuoriosi che gli passano vicino. Non mutano le stradine, i percorsi e le deviazioni.

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Non cambia l’odore delle chiese, da quello solenne di incenso della chiesa Madre, a quello di calce e umido dell’adorabile chiesetta della Madonna delle Grazie.

Restano al loro posto anche i profumi: quello di sugo alla “milanisa” (piatto tradizionale del venerdì di passione) e quello di zucchero e ammoniaca dei “cannilera”, i dolci “poveri” della tradizione pasquale. Per pochi giorni, pare di vivere una parentesi metafisica. Lontano dalla velocità, si gusta la lentezza. Il regalo inaspettato di quattro chiacchiere con “uno sconosciuto” che in provincia non è mai tale. Qua, stringi stringi, ci conosciamo tutti, siamo tutti mezzi parenti: particolare confortante, quando, la vita di sempre, ti abitua a un saluto veloce. Mi piace così tanto vivere questi momenti probabilmente perché stanno chiusi dentro una parentesi. Sarà che è primavera e nel mio paesello la primavera è più bella che altrove. Sarà che un paese è un ancora, che ti riporta a riva ogni volta che il mare aperto ti chiede una sosta.

Ps: il mio è uno sponsor del cuore. Vi invito, magari durante le ferie pasquali, a conoscere i borghi, quelli lontani dai riflettori. Sono realtà piccole, silenziose, immobili. Se ci pensiamo, quanto bisogno abbiamo di questi tre aggettivi spesso trascurati? Dimenticavo, il mio paese è Casteltermini, a due passi dalla Valle dei Templi ed “a quattro” da Palermo. Vale la pena fare un salto.

3 risposte

  1. Ciao Maristella
    Sono un neosettantenne che, finite le scuole elementari e dopo un breve periodo di lavoro in campagna, nel lontano 1969,con immensa tristezza,lasciai Casteltermini in cerca di fortuna.
    Una volta l’anno faccio ritorno in paese ed è sempre con immensa gioia che vivo il periodo che precede la partenza e provo ogni volta tanta emozione all’entrata in paese.

    Ho letto ciò che tu scrivi su Casteltermini e,se io avessi la tua cultura, con atrettanto trasporto scriverei esattamente quello che hai raccontato tu perchè sarebbe il mio cuore a dettarmi le parole.

    È immensa la tristezza tutte le volte che devo lasciare il paese ed ogni volta con gli occhi umidi mi volto per dare un ultimo sguardo alle case del paese che pian piano spariscono dietro le colline.
    Ma c’è un’altro sentimento che turba il mio attaccamento al paese: La delusione! Il nostro paese una volta fioriva ed era l’attrazione di tutti i paesi a noi vicini,nel frattempo mi sembra che nessuno abbia mai innaffiato quei fiori. Forse è solo la mia impressione ma mi sembra che tanti di quei fiori si siano appassiti!
    Il mio cuore,comunque, batte e continuerà a battere per Casteltermini che continua a custodire i miei ricordi più belli.

  2. Grazie a Lei Maristella , Le auguro, nel suo cammino, di superare ogni ostacolo per raggiungere quello che per Lei è lo scopo della vita.

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