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Per Sepùlveda ho pianto tutta la paura di questo tempo

Addio al maestro Sepùlveda, che ha scritto favole rendendo migliore l'umanità

Di Sepùlveda non ho mai conosciuto la voce. Non ho mai sentito una sua sola intervista. Di sfuggita ne avevo presente il viso, da inconfondibile sudamericano, con gli occhi neri e densi, le labbra ampie da gran parlatore. Ho letto, e di frequente rileggo, tutti i suoi libri. Credo che le sue favole siano in assoluto i testi, che ho regalato di più: ad amici, parenti, conoscenti, bambini, adulti, anziani. Ho cesellate nella mia mente certe sue massime, che in realtà non sono tali, perché Sepùlveda scriveva di pancia piccoli paragrafi che ristoravano il cuore. È così, vuoi perché le sue favole mi hanno insegnato a poter essere migliore, vuoi perché mi è capitato di leggerle in momenti cruciali della mia vita. Mi trovavo a un bivio di gioventù, quando una libraia romana mi presentò la “Gabbianella e il gatto” e lo lessi in piedi, in coda alla cassa, di una bellissima libreria di via Nazionale. E mi incantai, per quei periodi a stampatello, per quel linguaggio universale, che azzerava le distanze tra l’esser piccini e il credere di non essere più tali.

Questa favola è stato uno dei primi regali che ho fatto ad Alessandro, mio marito e ricordo perfettamente che lui, uomo in divisa e con un’encomiabile morale tutta d’un pezzo, mi chiamò commosso: “É la storia più bella che io abbia mai letto. Grazie.” E non sarà un caso se ricordo che quello era un giorno d’ottobre e mio marito viaggiava su un traghetto Reggio Calabria -Messina. Lo immaginai, a sfogliare quelle pagine piene di vita buona, con il vento addosso, il sole cauto e il mare di fronte. E pensai che la libertà era il senso delle favole di Sepùlveda.

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Sogni con il linguaggio delle anime pure

Ho tanti altri ricordi, grandi e piccini, legati a questo uomo che ci ha regalato sogni, con il linguaggio spicciolo degli animali e delle anime pure. Ero incinta del mio bambino, ma non lo sapevo ancora. O meglio, sentivo che c’era qualcosa di grande ad agitarsi nella mia vita, ma non avevo ancora decriptato il miracolo che mi stava capitando. Era sempre ottobre e nella casetta di campagna dei miei, mi accoccolai sul divano, un vecchio plaid addosso e un pomeriggio lento a mia disposizione. E lessi con calma “Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà”, mi commossi e pensai che ci volesse un talento singolare per scrivere favole. Perché a scrivere “cose” grandi per i grandi siamo tutti bravi, ma a mettere in ordine un alfabeto che tutti potranno comprendere e che incanterà, ed al contempo insegnerà e poi commuoverà, quella è altra cosa. Per quello ci vuole genio e un’anima che stia sospesa tra il sapere del buon vecchio e l’innocenza incosciente di un bimbo che gattona.

Raffi scalciava nella pancia quando gli lessi a voce alta “Storia di un gatto e del topo che diventò” suo amico, la mia preferita. Ed a Natale scorso, al mio bambino, tre anni e tanto amore per le favole, ho regalato “quello della Gabbianella”, perché così tutti lo conosciamo. A casa ne abbiamo almeno tre copie, ma era giusto che Raffaele avesse la sua.

Vola solo chi…

Oggi ho pianto a dirotto quando ho saputo della morte di Sepùlveda. Sul mio viso sono scese lacrime necessarie, quelle che magari stavano lì conservate da un pezzo, quelle che non puoi frenare, perché il cuore ha deciso di liberarle, quelle che non hanno pilota, ma solo direzione. Ho pianto come un bimbo innocente e mi sono resa conto che piangevo quelle favole a cui non se ne aggiungeranno di altre, quelle parole piccine, che hanno fatto scoprire al mondo cose davvero grandi, quel patrimonio di cui dovremo avere cura, così da saperlo donare ai nostri figli e ai loro figli e ancora più in là.

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“Vola solo chi osa farlo”, me lo scrisse in un bigliettino una delle mie migliori amiche, quando ero in procinto di fare un lungo volo internazionale, da sola e con la mia atavica paura di staccare i piedi da terra. E quella frase mi aiutò a superare la viltà e a farmi forza. La stessa forza che avrà bisogno l’umanità oggi, perché perdere un uomo che sa scrivere favole è un dolore grande, più di quanto si possa immaginare.

Addio maestro Luis, ti immagino sospeso in un luogo che sta tra le rive del fiume Elba, il cielo, il mare e il tetto stellato delle camere dei nostri bambini, a cui, te lo prometto, continueremo a raccontare le tue favole.

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