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Oggi non ho fatto il mio dovere, lo ammetto

Sono rimasta a casa, incapace di fare la giornalista nel giorno della celebrazione del grande lutto. Non ero però la sola assente

Quando diventi mamma ti cambiano gli occhi. Quelli poggiati sul viso, così come quelli installati dentro l’anima.

Vedi cose delle quali, un tempo, non ti accorgevi affatto. Le noti anche a distanze chilometriche. Un oggetto appuntito, una corda, un ostacolo. Impari a vedere la paura e da lì ad annusarla, toccarla, perfino ingoiarla e fartela andare di traverso.

Eppure, fino al giorno prima di avere tra le braccia tuo figlio, era  tutto talmente diverso. E diverse ti sembravano quelle madri “apprensive” alle quali giuravi che non avresti mai somigliato. Finché mamma non eri, il mondo aveva l’esatta metà dei rischi, che i tuoi occhi vedono oggi.

Ed è stato proprio oggi che ho capito quanto mi abbia cambiata l’essere madre.

Non ho fatto il mio dovere

Non ho fatto il mio dovere da giornalista. Non sono andata ai funerali delle vittime della villetta di Casteldaccia. Non a caso uso il verbo andare, perché un giornalista a una cerimonia del genere non partecipa, ma va, perché là dovrà muoversi, farsi largo, scavalcare e rintracciare immagini, parole ed emozioni, da trasmettere con forza a chi “là” non è. Abito a venti passi dalla cattedrale di Palermo, eppure le mie gambe oggi non ce l’hanno fatta a fare quel percorso. Non avevo la forza di caricarmi quello strazio per tentare di raccontarlo. Non accettavo l’idea di dover strappare un fotogramma di dolore, così da regalarlo a chi al dolore assiste con cifre di sentimenti, che non sono tutti uguali. Perché, diciamolo senza filtri, il dolore innesca sì sentimenti di compassione, ma anche di morbosità, talvolta perfino di cinismo.

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La processione di bare

Non è una critica ai colleghi che oggi erano presenti. Anzi. Merito a loro. Era giusto che l’Italia sapesse, era bene che gli italiani vedessero quella processione di bare e quella famiglia umile, poderosa, grande, che viene da un quartiere popolare, a volte ostile, ma che aveva nell’unione la sua ricchezza. Che privilegio oggi essere una famiglia unita. Che rarità!

Io però sono rimasta a casa. Vile e impaurita. Prima di essere madre sarei accorsa. In nome e per conto del giusto dovere di cronaca. Avrei cercato di farmi largo, osservare, annusare, cogliere nell’aria l’inedito così da meritarmi un titolone. Avrei anche disattivato un pezzo della mia sensibilità, così come molte volte mi è successo di fare. Oggi no. Non ce l’ho fatta. Ho pensato a quei bambini, alla misericordia che, in nessuna forma, si è calata sulle loro teste. Ho pensato a quelle giovani madri e a quei nonni inghiottiti dal fango. A quell’uomo (le cui lacrime sono state talmente tanto riprese, che le conosciamo a memoria) che è rimasto vedovo, orfano ed anche molto di più (non esiste un termine, che indichi la condizione di un genitore che perde un figlio. Perfino la grammatica si rifiuta di coniarlo, tanto innaturale è questa condizione).

Quando accade un fatto, che può diventare notizia, una delle prime cose che fa un giornalista è andare sui social a cercare il profilo dell’interessato alla vicenda, così da conoscerne meglio la vita, da impararne il volto. Anche io l’ho fatto, come immagino la maggior parte dei miei colleghi. Ho “sbirciato” nella vita di questa poderosa famiglia, che viveva tra piazza Ingastone, via Lascaris, Bagheria e quel “buen retiro” sotto un cavalcavia a Casteldaccia. Confesso di aver scrutato poco perché il dolore ha avuto la meglio. C’era troppa felicità in quelle pagine di condivisione con il mondo. E se è vero che sui social “siamo per come vorremmo ci vedessero gli altri”, è certo che queste tante famiglie, piene di bimbi di ogni età (nell’era della famiglia “mononucleare”)sapevano farne una: nelle gite estive, nelle feste invernali, nei compleanni, fino alla fine, fino a quel ponte “dei morti”. All’inizio erano addirittura in sedici dentro quella “villetta”. Lì mi sono fermata. Non ho voluto vedere oltre. Mi sono resa conto che vi era un confine invalicabile, quello del rispetto di una felicità che ormai non c’è più. Non serviva vedere ancora i tempi di gioia delle vittime di una colpa che, ahinoi, sarà distribuita talmente bene e generosamente, da non pesare massicciamente su alcuno.

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Mi sono sentita sola

Una cosa però mi ha fatta sentire sola. L’assenza dello Stato. C’erano sì le autorità cittadine e regionali, ma loro sono “semplicemente” i padroni di casa di questa terra distrutta. Funerali di Stato? No, non definiamoli così. Funerali sì di folla, lacrime, cuore di ragazzi a piangere il loro compagno Federico con la passione di cui solo gli adolescenti sono capaci. Funerali di applausi e dolore urlato a squarciagola. Ma non funerali di Stato. Quelli sono altro. E se io vilmente ero assente e nessuno se n’è accorto, lo Stato oggi non doveva mancare.

 

Ps: deliberatamente non postiamo alcuna foto delle vittime della tragedia.

 

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