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Mia figlia licantropo, mio figlio pipistrello e io mamma mucca

La mia esperienza di allattamento tra caos, nottate e felicità

A tuttaMamma ha aderito alla settimana mondiale per l’allattamento materno il cui motto quest’anno recita: “Allattamento: base per la vita”. Niente di più vero sia che allatti un licantropo sia che allatti un pipistrello.
Il licantropo sarebbe Anna, la mia primogenita, e il pipistrello il mio secondogenito, Niccolò. Sì perché, “amorevolmente” ho soprannominato così i miei figli durante il loro e nostro primo anno di vita insieme, core a core, ma anche “tetta a tetta”, in cui la nostra conoscenza è avvenuta principalmente attraverso l’allattamento intimo, stancante, meraviglioso, sudato, conquistato, doloroso, favoloso, silenzioso, rilassante, estenuante, diurno e (il più delle volte!) notturno, che ha scandito le mie due maternità.

Io prima di Anna

Prima di Anna, non avevo mai tenuto in braccio e, forse, neanche mai visto, un neonato, eppure il primo contatto che naturalmente ho cercato con lei, è stato proprio l’allattamento. Pur avendo sentito diverse campane al riguardo, frequentato il corso preparto e letto Un libro sulla maternità, non mi ero mai posta il dilemma “allatto o non allatto”, ma la cosa mi incuriosiva non poco. E io sono molto curiosa. Lo ammetto, l’avventura dell’allattamento è partita così, per curiosità e la mia testardaggine ha fatto sì che durasse un anno per entrambi i miei figli.

Allattare estenuante e bellissimo

Allattare Anna è stato estenuante, senza giri di parole. Sia io che lei abbiamo subito una vera e propria metamorfosi fisica: il mio corpo, dopo nove mesi di gestazione serena e spensierata, ha barattato il pancione per ottenere in cambio un balcone pieno di latte, una vera e propria centrale del latte ambulante in continua produzione; la mia neonata pacioccona, al calar della sera si trasformava in un simpaticissimo licantropo. La “regola” per cui le poppate devono avvenire ogni tre ore era stata leggermente travisata dalla voracità di Anna e dall’inesperienza mia e il risultato è stato che il mio piccolo licantropo ciucciava per tre ore di seguito non solo durante il giorno, ma anche e soprattutto di notte. La sua crescita, poi, era direttamente proporzionale alla mia perdita di peso, di linfa vitale, per cui dopo sei mesi di allattamento intensivo e nottate continuative, io ero diventata un osso con la quinta.

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Allattare notte e dì

La mattina mio marito mi lasciava seduta su una poltrona ad allattare, la sera, al suo rientro, mi ritrovava sull’altra poltrona ad allattare; la notte mi trasformavo in un ninja e, dopo quell’oretta di poppata per addormentare il licantropo, era bandito ogni minimo rumore per non svegliarlo… poi, però, osavi respirare e quel silenzioso passaggio d’aria arrivava alle sue orecchie e provocava il conforto del ciuccio umano; la notte mio marito si trasformava in un “raccatta-neonato” per prendere al volo Anna che rischiava di rotolare giù dal mio corpo privo di riflessi dopo un’ora abbondante di trasferimento di energia vitale da me a lei; allattare d’inverno, al freddo e al gelo, provocava continui blocchi alla schiena nuda; allattare d’estate comportava, invece, l’effetto piacevolissimo “colla sudata” della sua faccia sul mio corpo.
Veri e propri quadretti di vita familiare che difficilmente potrò dimenticare.

Quando è nato Niccolò, tre anni dopo, la mia curiosità legata alla pratica dell’allattamento ha lasciato il posto alla mia proverbiale testardaggine, che, una volta tanto, è stata infallibile.

Niccolò un pipistrello


A dispetto dell’accezione “notturna” che può far pensare che anche Niccolò il pipistrello avesse seguito le orme della sorella licantropo, in realtà questo nomignolo è legato al fatto che, alla sua nascita, il mio secondogenito non fosse proprio un gran gnocco. La curiosità di conoscere il mondo, ha spinto Niccolò a nascere un pochino prima del previsto, a 33 settimane, ed era veramente piccino picciò, come un pipistrello appunto. Le sue piccole dimensioni non lo aiutavano ad attaccarsi alle grandi dimensioni del balcone della sua mamma, quindi la “caccia all’etto perfetto” per le dimissioni ha avuto necessità del biberon colmo del mio latte tirato. Fortunatamente, nel 2013 (w la tecnologia!) erano già in commercio tiralatte elettrici che non ti provocavano la tendinite al polso tipica di quelli manuali più vicini, per intenti, alle torture medievali. Ma il mio chiodo fisso era di riuscire ad allattarlo direttamente, perché sapevo che questo contatto avrebbe aiutato il mio pipistrello a volare sempre più in alto. Dopo tre settimane di ricovero, tra pre e post parto, ho reclutato la mitica poltrona che aveva ancora la forma del mio fondoschiena risalente all’allattamento del licantropo, ho cacciato tutti da casa, ho fatto volare dal balcone (quello vero!) tutto ciò che somigliava ad un biberon (Anna, amore, scusa, tra quelli c’era anche il biberon di Ciccio Bello!) e, finalmente, la prima poppata di Niccolò è avvenuta con successo.
Ebbene sì, vi posso assicurare che dopo un cesareo e una prematurità, a tre settimane dalla nascita, i bimbi riescono ad attaccarsi al seno!
Per quanto riguarda i quadretti di vita familiare, leggere il paragrafo precedente.

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La mia testimonianza non vuole essere una presa di posizione sul delicato tema dell’allattamento materno, perché, si sa, la nascita di un figlio pone ogni genitore di fronte all’enorme responsabilità di far crescere una vita umana. Le mamme, poi, vivono sempre quel senso d’inadeguatezza perenne, del “forse ho sbagliato”, “chissà se ho fatto bene”, “non sono all’altezza per un ruolo simile”, che parte dalla scelta o dalla possibilità di allattare o meno. Sentirsi libere di essere la mamma “allattante” che si vuole è il miglior approccio per una maternità che sia il più serena possibile.
Dal canto mio posso assicurarvi che allattare è sì una gran fatica, ma che riesce anche a regalarti momenti di un’intimità unica.
Per quanto mi riguarda, sono stati due allattamenti completamenti diversi che, però, hanno avuto in comune il suono del silenzio e il suono della poppata: ogni mia poppata, infatti, sia che durasse dieci minuti sia che durasse tre ore, è stata scandita dal suono del silenzio, del mio sguardo rivolto alla perfezione della natura che crea un essere umano e il suo nutrimento necessario; avrei potuto approfittare della “staticità” dell’allattamento per leggere un libro, guardare la TV, stare al telefono, ma il suono della poppata, quel “Cionk CionK”, ha sempre riempito il mio tempo.
Un tempo lungo un anno, ma che è stato solo nostro.

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