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La solitudine di noi medici, che facciamo la quarantena nella quarantena

Le storie di medici e paramedici isolati dal resto delle loro famiglie

“Andiamo avanti con forza e lo facciamo per dare cure e speranze ai malati di Covid-19. Siamo umani, abbiamo i nostri timori, ci mancano gli affetti, perché un medico che è dentro un reparto Covid deve isolarsi anche dalla propria famiglia. A parlare è il dottore Vincenzo Provenzano, diabetologo e coordinatore del Centro Covid di Partinico, il più grosso polo siciliano interamente dedicato alla malattia da Coronavirus. “Mia mamma è ultra ottantenne, non la vedo da più di un mese. Ci sentiamo ogni giorno, di prima mattina. Ci facciamo delle raccomandazioni reciproche e precise: io devo fare il mio dovere da medico, lei il suo da anziana signora, daremo il nostro contributo e ce la faremo. Solo così potremo riabbracciarci e speriamo succeda il più presto possibile. Sono figlio, ma sono anche padre e nonno. Ho due nipotini, che vedo solo tramite le ormai preziose videochiamate. I bimbi di oggi sono al corrente della situazione che stiamo vivendo e non è facile neppure, anzi soprattutto per loro. Abitudini stravolte, niente incontri con gli amichetti, gite o feste. Dobbiamo però stringere i denti. Non è finita, mia figlia è un medico e lavora al Pronto soccorso del centro Covid di Partinico. Ci siamo entrambi isolati dai rispettivi nuclei familiari. É difficile, ma indispensabile e dobbiamo farlo. Se tutti faremo a puntino la nostra parte ne verremo fuori. Quindi rimaniamo a casa, perché il virus è meno virulento di quanto non si immagini ma è altamente contagioso, quindi la prima cura è proprio il distanziamento sociale Non è difficile per chi deve ‘solo’ rimanere a casa. Collaboriamo e chiuderemo la partita.” La testimonianza del dottore Provenzano non è isolata, anzi. La quarantena nella quarantena è comune a moltissimi sanitari, che vivono in prima linea l’emergenza Coronavirus.

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La coppia di infermieri e la figlioletta lontana da casa

C’è a Palermo la storia di una coppia di infermieri: marito, moglie e una bimba di sei anni. Sono entrambi venuti a contatto con un paziente risultato positivo. Un iter, quello del malato in questione, che d’emblèe pareva non avere nulla a che fare con il Covid. Poi i sintomi che fanno sospettare un’infezione. Il primo tampone negativo, il breve sospiro di sollievo, quindi il secondo test che conferma i timori. Nel frattempo c’è un reparto da sanificare, tanti sanitari da tamponare e molti timori, legati al fatto che un piccolo passo falso può scatenare, come già successo in diversi situazioni, un enorme focolaio.”

La coppia di paramedici ha già fatto due tamponi e sono entrambi negativi. Nel frattempo sono scattate le misure di prevenzione. “Quando abbiamo avuto contezza che eravamo prossimi a un’emergenza, seppure a malincuore, abbiamo mandato la nostra bambina dai nonni. Una decisione che ci è costata tanto. La nostra bimba non ha mai dormito una sola notte lontana da mamma e papà. Stavolta però la decisione si rendeva necessaria. Alla luce di quanto stiamo vivendo, ci rendiamo conto di aver fatto la scelta migliore. Con la nostra piccina a casa come avremmo potuto isolarci? Far venire qua i nonni sarebbe stato troppo rischioso, perché noi potremmo essere asintomatici, dobbiamo ancora sottoporci a un ulteriore test, perché rimane il dubbio che ancora non sia manifesta la positività. Vivere nella stessa casa con una persona potenzialmente positiva è rischiosissimo. Come dicono gli esperti, la possibilità di contagio nel nucleo familiare è prossima al 100%. É stata una fortuna aver giocato d’anticipo, ma soprattutto aver avuto un appoggio valido per delegare l’accudimento del nostro bene più grande. La particolarità di questo virus è anche la sua capacità di seminare solitudine. Se sei positivo o hai motivi di temerlo, devi allontanarti da tutti, altrimenti potresti diventare una mina vagante. Il nostro esempio deve essere un monito: rimanete a casa, non fate reunion familiari, neppure in prossimità delle feste pasquali. Questo sforzo oggi, ci aiuterà immensamente domani.”

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Noi coppia isolata seppure nella stessa casa

Ci sono poi i casi di isolamento seppure sotto lo stesso tetto. Mario è medico ed è in attesa di fare il secondo tampone. La moglie, Fabiola, è un’impiegata statale in smartworking. Mario non ha sintomi ma anche lui ha vissuto condizioni sanitarie a rischio. Hanno deciso di continuare a vivere sotto lo stesso tetto, seppure con tantissime precauzioni.

“Stiamo sfruttando, come mai fatto prima, la mansarda di casa, che è sempre stata la stanza degli ospiti. Io vivo lì e mia moglie al piano di sotto. Bagni separati, mangiamo in due ambienti differenti e nelle peregrine situazioni in cui ci ritroviamo nella stessa stanza, seppure a distanza di sicurezza, indossiamo entrambi le mascherine. La sera facciamo lunghe chiacchierate: io mi affaccio dalla mansarda, lei si siede sui primi gradini della scala che collega il soggiorno all’ambiente dove per ora vivo io. Ormai ridiamo e ironizziamo su questa condizione. Ovviamente è un riso amaro, così come amare sono le constatazioni che facciamo su questa situazione. Purtroppo, anche in ambiente sanitario, è capitato (e spero non succeda più) che non siano state prese tutte le precauzioni del caso. Che un paziente, risultato poi positivo, sia passato per altri reparti o per la sala radiologia, dove ha fatto degli esami strumentali. Sono situazioni eccezionali, ma che andavano evitate e che ci auguriamo restino casi isolati. Ci vuole attenzione massima, perché questo virus non scherza. Viaggia sulle nostre gambe e non aspetta altro che non un banale scivolone per iniziare a replicarsi senza soluzione di continuità.”

Sui rischi dei contagi familiari si è espresso anche il virologo Andrea Crisanti. “Sara meglio usare mascherine e guanti anche in casa e limitare all’indispensabile l’utilizzo di ambienti domestici condivisi. È un sacrificio grande, ma i dati confermano che i focolai principali sono quelli familiari Prendere le dovute precauzioni dimostrerà l’efficacia della restrizione.”

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