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Io medico in prima linea per la lotta al Covid ho fiducia e speranza, ma dobbiamo rimanere a casa

Intervistiamo il dottore Vincenzo Provenzano, responsabile del centro Covid di Partinico

“Il Covid 19? É una malattia delicata, ma possiamo farcela, dobbiamo essere ottimisti.”
Ed ottimista lo è davvero Vincenzo Provenzano, noto diabetologo e internista siciliano, oggi coordinatore del centro Covid di Partinico, il più grosso centro siciliano interamente dedicato alla cura del temuto virus. Una nomina arrivata dall’oggi al domani, con un’emergenza nazionale in corso e pochissimo tempo per riflettere.
Provenzano è medico di fama e di esperienza, ha 65 anni e fino a venti giorni fa era “semplicemente” responsabile di un reparto di Diabetologia fiore all’occhiello della sanità nazionale. Oltre 20.000 pazienti in cura, molti dei quali bambini e diverse gestanti. Poi la vita che cambia, dall’oggi al domani. Esplode in Italia l’epidemia e si individua nell’ospedale di Partinico il posto ideale per creare un centro dedicato alla cura del Covid di riferimento per tutta l’isola.
In pochissimi giorni l’ospedale viene rimaneggiato. I pazienti tutti trasferiti in altri nosocomi, tra il palermitano e il trapanese, e i reparti ridefiniti per piani e per zone, la cosiddetta zona rossa, con i malati più gravi e la zona gialla, per i malati in sub intensiva.

Dottore, quando le hanno comunicato questa grande novità, ha avuto paura?

Ovviamente non ho fatto i salti di gioia. Ho sessantacinque anni, una carriera che mi ha permesso di arrivare a traguardi che non avrei immaginato. Dirigo un reparto in cui metto tutto me stesso da tanto tempo. Ovvio che la novità mi abbia destabilizzato. Tenga conto che ho anche i requisiti del paziente a rischio poiché  tempo fa ho avuto un problema importante a un polmone. Però ho fatto un giuramento importante, per cui l’esitazione ha necessariamente ceduto il passo alla voglia di fare bene e farlo per gli altri. Quindi eccomi in prima linea. E non sono il solo in famiglia. Mia figlia è un medico del pronto soccorso del centro. Ci siamo a malincuore isolati dai nostri cari e lavoriamo, con cuore, pancia e testa.

 

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Il centro di Partinico è stato al centro di polemiche: pochi respiratori, personale non formato, necessità di ulteriori figure mediche

Siamo partiti come centro dedicato il 18 marzo, una ventina di giorni fa. Abbiamo iniziato in fretta e furia perché l’emergenza nazionale e la paura che questa diventasse emergenza regionale lo richiedeva. Ovviamente, lì per lì, non c’era il tempo di fare tanti corsi di formazione o di tentennare. I dipendenti erano  impauriti, temevano il contagio, anche perché, me lo consenta, l’informazione, martellando con continui bollettini di guerra, faceva la sua parte. Consideri che il malato di Covid oltre alla sofferenza e alla paura, lotta anche contro un grande nemico: la solitudine. Sono malati infettivi, di una malattia nuova, che fa una paura immensa. Vedere il timore negli occhi di chi si deve occupare di loro li rendeva ancora più soli. In venti giorni però siamo riusciti a fare grandi passi, sia come struttura, che come approccio.

Ci spieghi meglio?

Abbiamo in tutto cento posti letto di cui più di cinquanta di media criticità. In rianimazione ne abbiamo otto, ma se ne stanno creando altri venti, che dovrebbero essere disponibili entro il 10 aprile. Tutti i posti di rianimazione sono ovviamente dotati di respiratori. Abbiamo messo su un equipe di approccio multidisciplinare, che è fondamentale per curare il Covid 19, poiché arrivano pazienti con pregresse patologie di area internistica, cardiologica, diabetologica o pneumologica. Sono arrivate le figure specialistiche di cui necessitavamo, ossia gli infettivologi e gli pneumologi. Ci sono anche dei medici volontari, che hanno deciso di combattere in prima linea questa battaglia, sebbene non erano strettamente chiamati a farlo. C’è un gruppo di giovani infermieri molto motivati. Ad oggi mi reputo molto più che soddisfatto dei passi che stiamo facendo.

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Avete presidi medici di sicurezza sufficienti?

Ad oggi abbiamo tutto quanto serve per proteggerci, non ci sono criticità.

Quale l’andamento dei ricoveri e delle cure?

Finora stiamo riuscendo a gestire serenamente la situazione. Dal 18 marzo a oggi abbiamo avuto poco meno di trenta ricoveri, quindi nessun problema di pienone o posti mancanti. Non si è mai presentato il problema della mancanza dei respiratori. Abbiamo dimesso una decina di persone, tra queste anche una maestra in pensione di oltre novant’anni. Oggi altri tre, tutti con patologie importanti pregresse, che però hanno lasciato l’ospedale dopo la risoluzione dei sintomi, stanno bene e ora sono in quarantena precauzionale in un hotel di Palermo. Abbiamo anche avuto sette decessi, è vero, ma sono riconducibili al focolaio di Villafrati. Erano persone di una fascia di età molto a rischio e con una diagnosi tardiva, nodo cruciale per lottare questo virus.

Quanto è importante la diagnosi tempestiva di Covid 19?

É fondamentale. Per l’esperienza che sto vivendo, i casi più gravi sono quelli diagnosticati in ritardo. Purtroppo abbiamo esperienza di esiti di tamponi che arrivano anche dopo quattro o cinque giorni. I centri di verifica in Sicilia sono pochi e come se non bastasse c’è anche la carenza dei reagenti. I pazienti in attesa di esito capita che passino giorni in tenda o in isolamento a casa ed a volte le conseguenze sono drammatiche.

Quale secondo lei la situazione in Sicilia?

Mi sento di essere ottimista. La patologia in Sicilia si sta manifestando con toni meno aggressivi. Il numero contenuto di ricoveri nel nostro centro lo dimostra. Diversi i fattori che favoriscono questo stato di cose: in Lombardia il virus è arrivato prima, là vi sono contesti aggregativi maggiori, penso alle fabbriche, alle tante metropolitane. Anche il clima fa la sua parte. Credo che la caratteristica del Sars-Covid non sia tanto la virulenza aggressiva, quanto la forte contagiosità. Quindi la vera terapia è il distanziamento sociale, che dobbiamo perseguire affinché la situazione siciliana possa risolversi del tutto e in tempi brevi. Se ci aggreghiamo il virus non solo si replicherà, ma rischierà anche di mutarsi, con conseguenze che non possiamo conoscere, quindi si deve stare a casa.

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Quali terapie utilizzate per curare i malati del centro?

Seguiamo ovviamente le linee guide dell’Oms, quindi la terapia cardine è il farmaco antimalarico, che in taluni pazienti associamo all’azitromicina, che è un antibiotico. Generalmente i pazienti rispondono bene. Abbiamo anche utilizzato dei farmaci anti-retrovirali per la cura dell’hiv. Da qualche giorno è indicato anche l’uso di cortisoni, che sta aiutando molto i pazienti. Ribadisco che è fondamentale diagnosticare e prendere in tempo la malattia.

 

Dottore, pensa che ne usciremo?

Le ripeto, sono ottimista. Sono un uomo di medicina, di scienza, ma anche di fede. Noi medici siamo in prima linea e ci mettiamo tutte le nostre forze, credo anche che la prima cura sia la speranza, da donare agli ammalati ma anche a chi teme di ammalarsi. Facendo ciascuno e bene la nostra parte penso che sì ce la faremo.

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