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La mia laurea in medicina da casa e il mio sogno: salvare i neonati dalla Sids

Giuseppe Vella è un neo laureato in Medicina. Ha conseguito il titolo dalla poltrona di casa e sogna di diventare un medico vicino alla gente

“Ho festeggiato con gli affetti più cari, addentando una golosissima sfingia di san Giuseppe. Perché, manco a farlo apposta, mi sono laureato proprio il giorno del mio onomastico.”

Giuseppe Vella è un neo-laureato in Medicina. Un laureato ai tempi del Coronavirus, quando le distanze sono un imperativo da rispettare assolutamente. Ed è così che Giuseppe, il 19 marzo scorso, ha indossato un elegante vestito blu medio, si è accomodato sulla poltrona del soggiorno ed ha discusso la sua tesi in videoconferenza con i professori della facoltà di Medicina e Chirurgia di Palermo.

Quando ha saputo che si sarebbe laureato da casa?

Ne ho avuto certezza i primi di marzo. All’inizio non le dico la delusione. Tutte le lauree hanno un loro rituale, quella in Medicina, mi permetto di dirlo, ne ha uno ancora più profondo. Tutti i candidati, con il tocco in testa, scendono le scale e raggiungono l’aula Maurizio Ascoli, che è una sorta di Eldorado per gli studenti in Medicina. Un momento solenne, che si inizia a sognare già il primo giorno che metti piede in facoltà. Sapere che per me e per molti miei colleghi non sarebbe andata così, lì per lì, mi ha spezzato il cuore. Ovviamente poi, man mano che l’emergenza Covid 19 in Italia prendeva piede, abbiamo tutti capito che la delusione doveva lasciare il posto all’assoluta responsabilità e alla parte buona da fare per il bene nostro e della collettività. Quindi insieme ai colleghi siamo stati d’accordo che ciascuno avrebbe festeggiato con il suo nucleo familiare e che ci saremmo festeggiati reciprocamente, grazie alle videochiamate.

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Ci racconti del grande giorno?

Mi sono svegliato prestissimo, ho indossato il mio abito blu medio, lo stesso ovviamente che avevo previsto per la laurea in aula magna. Ai piedi però niente scarpe scomode, meglio le ciabatte, tanto in videoconferenza non si sarebbero viste. Ho iniziato a discutere le tesi mentre, di soppiatto, mia sorella faceva una diretta facebook, consentendo di fatto ad amici e parenti di poter seguire il mio grande giorno. Quindi l’emozione: ho capito che mi avevano proclamato perché nella stanza a fianco i miei cari esultavano. Eravamo in pochi, ma mi creda l’emozione e la felicità sono state inspiegabili e mi hanno fatto comprendere che poco cambia se aula magna o divano di casa, quello che conta è avere raggiunto un obiettivo così importante. Anzi, le dirò di più, in tempi così difficili, questa modalità così intima e familiare di esser proclamati dottore, rende tutto ancora più emozionante.

Che tesi ha fatto?

La mia tesi è dedicata alla mortalità neonatale. Uno dei temi è la Sids. Un argomento sicuramente molto triste, che mi sta molto a cuore. In Italia lo 0,5% dei bimbi, nel primo anno di vita, muore di Sids, la cosiddetta morte in culla. Un fenomeno che va fermato e che secondo me, con lavoro di ricerca, prevenzione e buona divulgazione medica, potrà essere arrestato. Ho lavorato tanto alla mia tesi, legando la testa al cuore. Ho raccolto dati, studiato evidenze ed ovviamente tirato delle conclusioni progettuali. Uno dei miei sogni è proprio quello, da medico, di combattere questo fenomeno. Perché la vita che nasce è la più bella speranza.

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Adesso cosa succede per lei e per i neolaureati in Medicina?

Attendiamo disposizioni. Il Coronavirus ha modificato tutte le routine didattiche. In teoria dovrebbe partire il tirocinio a seguito del quale potremo abilitarci  (secondo la nuova normativa che ha snellito i tempi per far fronte all’urgente richiesta di medici) e di fatto scendere in campo, anche per dare un contributo concreto alla lotta al virus. Attendiamo disposizioni, ma mi creda non vediamo l’ora di renderci attivi nella professione.

Quale il suo sogno medico oggi?

Adesso mi piacerebbe essere un buon medico di base, il medico di famiglia per intenderci e dare un contributo alla lotta al Coronavirus nel territorio. In questo momento storico quella del medico di famiglia è una figura determinante, un trait d’union tra la gente e la sanità. Come tutti sappiamo, vista l’emergenza, ci è richiesto di non correre in ospedale, di non affollare i pronto soccorso. Quindi il primo interlocutore del paziente è il medico di base, il primo anello della lunga catena sanitaria. Ecco, questo mi piacerebbe fare. Più in là vorrei coltivare il sogno di diventare medico legale, ma si vedrà.

Lei è figlio d’arte. Sua mamma, Maria Rosa D’Anna, è una stimata ginecologa?

Assolutamente e mia mamma è il tipo di medico a cui mi ispiro. Il mio primo e più grande esempio.

 

Quale sarà la prima cosa che farà quando questo brutto momento sarà passato?

Andrò al mare. Mi manca tanto e tanto lo amo. Per ora però resto a casa e invito tutti a farlo, così da chiudere la partita con il virus e uscirne vincenti.
Grazie dottor Giuseppe, le auguriamo di realizzare tutti i suoi sogni e ad maiora!

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