Home » Intervista a Simonetta Agnello Hornby: non chiamatemi baronessa, amo la pasta aglio e olio

Intervista a Simonetta Agnello Hornby: non chiamatemi baronessa, amo la pasta aglio e olio

Una chiacchierata che parte dall'aristocrazia e arriva alla buona cucina

Non ho mai avuto grande dimestichezza con la lingua inglese. È un limite ed un peso, che mi porto dietro da sempre. Sarà per questo che, dovendo contattare al telefono Simonetta Agnello Hornby, facevo, a mente, le prove sul come pronunciare quel secondo cognome londinese. Mannaggia, che seccatura!

“Dottoressa Agnello?”

(Glisso).

“Sì sono Simonetta Agnello Hornby.”

Scandisce lei dall’altra parte.

È uno dei primi giorni dell’anno, tempo di ferie e di progetti. Simonetta Agnello Hornby è ad Agrigento, a Mosè, dove ha ambientato uno dei suoi libri. È una tenuta di famiglia, dove Simonetta ritrova una parte dei suoi parenti siciliani. La scrittrice ha origini agrigentine è cresciuta a Palermo, vive a Londra da quando era neo laureata in Legge.

Io sono in giro per l’Italia. Mi fermo in un paesino sul lago Trasimeno, giusto per avere mezz’ora di calma.

La chiacchierata telefonica dura, inaspettatamente, 63 minuti. Simonetta Agnello Hornby all’inizio pare ruvida, poi si allenta in un chiacchierare a cuore aperto, schietto, senza manierismi o quote di filtri. Sembra la classica persona che, lì per lì, non è per nulla simpatica, superati i primi tornanti, ci parleresti per una giornata intera.

Inizio l’intervista ed il piede che butto in avanti è quello sbagliato. Chiedo alla scrittrice un commento sui suoi natali nobili (è figlia di un barone agrigentino e sarebbe davvero lungo specificarne la linea aristocratica).

“Questa domanda non mi piace. Non si dovrebbe mai giudicare la gente a partire da chi è figlio o da dove è nato. Vale per i nobili, per i senzatetto, per chicchessia.”

Simonetta e l’aristocrazia

Scusi, uno dei suoi libri, Via XX settembre, parla parecchio della sua infanzia tra i salotti della Palermo aristocratica. Il suo romanzo d’esordio, la Mennulara, ha nello sfondo proprio gli aristocratici. Mi perdoni, ma non riesco a scindere la sua figura da quel mondo “dorato”.

“Se lei mi vede così, ha fatto bene a domandarmi di nobili ed aristocrazia. Sappia però che sono argomenti che mi annoiano a morte. È vero, mio padre era un barone, ma ci ha insegnato una cultura aristocratica sui generis. A noi figlie femmine ha inculcato due diktat: lavorare e non sposare. Anche lui si annoiava terribilmente della sua condizione da nobile e sperava per i figli qualcosa di diverso. Premesso che lui di figli manco ne avrebbe fatti (giusto per farvi capire l’anti aristocratico che era).

Può interessarti:  Giorgia Butera, quando la vita è dare agli altri il diritto di vivere

Nella Palermo della sua infanzia c’era ancora una certa aristocrazia?

Lei insiste. L’aristocrazia non esiste, la sua rovina è stata il romanzo il Gattopardo, che gli ha puntato un faro sopra. Ma quella è un’altra storia. La nostra aristocrazia familiare prevedeva di trattare tutti alla stessa maniera. Sono cresciuta con questa forma mentis. Mi piace più parlare della Palermo di tutti, quella delle strade, dei palermitani del popolo. Quanto mi stanno simpatici! Sono mediorientali: intelligenti, vivaci, hanno spirito. Peccato che siano pigri e che questo non li porti a sfruttare, come potrebbero, il loro potenziale.

Vive a Londra da quando, giovanissiMo avvocato, vinse una borsa di studio. Le manca la Sicilia?

Nella mia casa di Londra ho un bel quadro di Monte Pellegrino. Mi basta quello. Le cose più preziose le tengo nel cuore.

prima che una scrittrice, lei è un avvocato. Cos’è per lei la giustizia?

La giustizia, ahinoi, non è una parola sexy. Non lo è per la nostra cultura. Per me è la cosa più importante del mondo. Culturalmente è stata sostituita dalla religione, ma sono due cose diverse. Posso dirle che io credo profondamente nella giustizia.

 a Londra, con i suoi colleghi di studio, avete creato il primo dipartimento per la violenza domestica

Assolutamente e siamo partiti dal concetto che il diritto è uguale per tutti. Siamo stati il primo studio londinese a istituire un dipartimento per la violenza domestica e vi abbiamo messo a capo un uomo, fuor di pregiudizio. Era il migliore tra i candidati.

Come si può rivalutare il concetto di giustizia?

Ricominciando dai piccoli, magari scrivendo libri per bambini e indicando quel che è giusto. Occorrerebbe parlare di giustizia ai piccoli già dal grembo materno. L’infanzia è il momento giusto per inculcare e spiegare come funziona il nostro mondo, con le sue verità, con le sue ingiustizie. Da lì indirizzare verso quello che è giusto, non solo per se, ma soprattutto per se in relazione agli altri.

Può interessarti:  Pronti per l'asilo nido?

Da poco in libreria c’è un suo libro per bambini

Si intitola “Rosie e gli scoiattoli di Saint James”, è un libro illustrato da Mariolina Camilleri e scritto a quattro mani con mio figlio George. È una storia che ha per protagonista una bimba e che ha al centro il concetto di casa, intesa come origine, provenienza. L’idea di scrivere libri per bambini forse era in me da un pezzo. Amo i bambini, io sono un avvocato dei bambini. Anni fa ho scritto delle storielle per i miei nipoti sulla lumaca Drusilla, racconti mai pubblicati. Tempo fa, il Corsera mi chiese di scrivere una storiella e nacque gli scoiattoli di Saint James e poi è diventata una storia lunga, creata insieme a mio figlio. Ma non vi anticipo altro.

Lei e suo figlio GEorge: L’amore, la malattia, il coraggio

La storia della sua malattia la conoscete in tantissimi (Simonetta A.H e il figlio sono stati protagonisti anche di un documentario, che ha affrontato il tema della disabilità, trasmesso dai Rai 3 nel 2015). Che dire ancora, che in un mondo giusto io devo morire prima di lui. In questi anni (tanti) di convivenza con la malattia ho compreso, semmai ne avessi avuto dubbio, che tutto è fluido. La malattia è una tragedia ed è meglio non averla. Se capita, ci si deve adattare. Oggi il mio ruolo nella vita di mio figlio è diminuito rispetto all’inizio. Non è mutato ovviamente il legame.

Come è nato “La mennulara” che le ha regalato il successo

Ero all’aeroporto e non avevo niente da fare. Mi venne come un film in testa. Inquadrai la vicenda, vidi la protagonista e da lì nacque l’idea. Ne ho scritto sette copie e una di queste è finita agli editor di Feltrinelli ed è andata bene. Ho seguito le vie lunghe, non quelle brevi. Avevo 58 anni e non possedevo alcun passato letterario.

Può interessarti:  Disturbi intimi nel post estate? Ecco i consigli dell’esperto

Un ricordo di quel fortunato 2002?

Ad Agrigento, con la mia adorata mamma. Mi preparavo a una delle prime presentazioni del libro. Ero terrorizzata all’idea di non saper rispondere alle domande dei relatori o del pubblico. A ridosso, partecipai alla presentazione di un libro su Camilleri. I relatori si inerpicavano in frasi e concetti incomprensibili. Poi prese parola il grande Andrea Camilleri e improvvisamente tutto si fece nitido. Parlava con raffinata cultura, ma la sua maniera di rivolgersi al pubblico era totalmente limpida. Imparai parecchio quella volta. Camilleri, poi, è uno degli autori che stimo di più. Meriterebbe il Nobel. Peccato che l’Italia e la Sicilia non stiano facendo per lui quanto meriterebbe.

Simonetta e la cucina?

Ho sempre cucinato. La cucina è quell’arte che fa diventare l’uomo sapiens sapiens, lo diceva Levi Strauss, un grande antropologo. Io ho sempre cucinato. Vi erano sempre ospiti a casa dei miei e io aiutavo. Io sono brava a ricevere, non altrettanto brava a cucinare, ma amo farlo . Ritengo che sia bello che uno chef sublimi un piatto, ma è triste che ciò sia diventata una moda. Il mio piatto preferito è pasta olio e aglio.

Le piace la semplicità?

In un certo senso sì, riconosco però che i miei libri sono complicati

La sua famiglia?

Una famiglia normale. Ho sposato un borghese, mi sono separata (il mio ex marito non c’è più da diversi anni). Ho due figli e quattro nipoti.  Posso dire che è anche una famiglia unita, in tempi in cui questa occorrenza è una rarità.

Se lei dovesse dire grazie a una persona?

A mia madre, perché mi ha allevata. A mia madre che, se era presente, faceva riconciliare i cani con i gatti. A mia madre che era una santa e non la sapeva.

Grazie Simonetta e ad maiora!

Simonetta A.H con Ninetta Mazzarella

 

Ps: ringrazio Laura Ruoppolo, Ninetta Mazzarella e Gaspare Agnello, efficaci tramiti per la realizzazione di questa intervista.

Simonetta A.H con Gaspare Agnello

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

WC Captcha + 16 = 22