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Il nuovo anno scolastico e le scartoffie piene di ricordi

Pensieri sparsi del tempo del ripartire

Settembre, il mese più turbolento dell’anno è arrivato inaugurando il periodo dei “nuovi inizi”, imponendo un restyling della propria vita anche se la temperatura oscilla ancora intorno ai trenta gradi, le insalatone fresche non vogliono cedere il posto alle lasagne al forno, il segno dell’abbronzatura ti regala il benessere mentale al sapore di vacanza, battigia, primi bagni, letture sotto all’ombrellone e bimbi al sapore di salsedine e al profumo di crema solare.
Eppure ognuno di noi cede al rinnovamento settembrino: al riprogrammare le visite mediche di controllo, a recuperare le tessere delle palestre, a rientrare nelle gioiellerie di carta, perché di qualsiasi “back to school” si tratti, dal materiale per la scuola dell’infanzia al materiale per le scuole secondarie, in cartoleria la spesa oscilla tra un collier di Damiani e un ciondolo (quando ancora si chiamavano ciondoli) di Raspini.

settembre e le scartoffie

Il mio settembre è iniziato riaprendo i cassetti delle scartoffie, quei cassetti in cui riponi ogni tipo di documento, dalla visita oculistica del 1997 alla bolletta dell’altro ieri, e cerca che ti cerca, cosa trovo? Le mie vecchie pagelle delle elementari e delle medie (quando ancora si chiamavano “medie”). Riprendere in mano e rileggere ciò che è stato di te, o il giudizio che hanno avuto di te, equivale al peggiore inizio di settembre a cui io potessi aspirare. Io che sono così poco incline al passato.
Degli anni della mia piccola scuola elementare avevo conservato solo il ricordo dell’amicizia sincera dei bambini, di quei compagni che, trentaquattro anni fa, hanno affrontato insieme a me i primi timori di una nuova avventura e i primi batticuori dell’unione che fa la forza, nella nostra minuscola realtà ovattata a pochi passi dal mare in cui a farci da guida c’era la maestra Maria, dagli anni indefiniti e dai capelli sempre corti e brizzolati.
Della scuola media, invece, non avevo conservato alcun ricordo, rimuovendo quei terribili tre anni in cui ho traslocato dalla beatitudine dell’infanzia all’esagerazione smodata di ciò che oggi si chiama preadolescenza, da una scuola piccolina di quartiere ad una scuola enorme di città. Uno spartiacque in cui ho annaspato per tre anni, salvo poi recuperare un pò di bracciate durante il Liceo per trovare infine un porto sicuro negli anni universitari.

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Un’alunna silenziosa

Ero una bambina silenziosa, di quelle che non hanno mai dato problemi, che non alzava mai la mano neanche per chiedere di andare in bagno, una garanzia per maestra e professori. “Rispettosa ed educata” si legge nei giudizi stilati dalla penna ferma della maestra Maria che contraccambiava la mia poca propensione al parlare con sguardi severi, ma avvolgenti e pieni di fiducia. “Alunna silenziosa” di quei silenzi che la maestra Maria sapeva ascoltare e che sapeva lentamente trasformare in parole. Regalandomi un metodo di studio che sapesse compensare con lo scritto ciò che non sapevo esprimere a parole. E di cui le sarò sempre grata. Ancora ricordo con grande soddisfazione ed enorme emozione l’esame di quinta elementare, quando la maestra si complimentò per il mio tema d’italiano, spronandomi a traghettare, nell’esposizione orale, la stessa sicurezza che avevo con una penna in mano. Finii per affrontare i tanto temuti orali disquisendo con naturalezza della guerra del Golfo deflagrata pochi mesi prima. Eppure in quel mitico tema d’italiano avevo semplicemente inventato una favola in cui un gambero che camminava al contrario, mi aveva donato, a sua insaputa, la sicurezza di una leonessa.
Poi il tracollo: le scuole medie. Dimenticate la simpatica goffaggine di protagonisti alla “Diario di una schiappa”. Piuttosto la mia condizione in tre anni è stata quella di una triglia dentro la vasca degli squali. Non ero né carne né pesce e ci sta. Venivo da una scuola piccolina, ma va bene. La vita è adattamento ai cambiamenti repentini. Meglio capirlo da subito. Avevo otto professori e il giudizio unanime in quei tre anni è sempre stato “alunna rispettosa ed educata, molto silenziosa, taciturna, poco partecipe alle dinamiche di classe” ne derivava quindi la “poca dimestichezza ad esporre e analizzare i contenuti” che tradotto in voti equivaleva alla sufficienza (probabilmente di questo dovrei ringraziare l’ “educata e rispettosa”). Nessuno degli otto professori ha mai indagato o aggirato il mio essere restia, sempre in un angolo, chiusa e silenziosa. In quel periodo cruciale propedeutico al Caos costruttore dell’adolescenza, più che un bagno di autostima, ogni giorno annaspavo nel fango dell’inadeguatezza. Nemmeno l’ombra di una delle sedici braccia di cui avrei potuto disporre per aggrapparmi. Sebbene a me piacesse leggere, mi incuriosisse la letteratura, la storia, la geografia, scrivessi di continuo e sfogliassi ripetutamente il libro di storia dell’arte. Luoghi in cui trovavo facilmente ciò che mancava nella mia realtà contingente. Solo una volta destai la curiosità della prof d’italiano, una donna di grande cultura ma immensamente ruvida, colpita da un mio tema in cui utilizzai il termine “china” per definire il pendio di una montagna metaforicamente dura da scalare. Quella “china”, che oggi mi fa sorridere, mi regalò una B che mi portai dietro fino alla licenza del lontano 1994.

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il nuovo anno scolastico e la nostalgia

Ventisei anni dopo, ripulendo i cassetti per far spazio alla ventata del cambiamento tipico di Settembre, mi tocca fare i conti con la nostalgia e la rabbia, a pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico. E il mio pensiero non va ai miei figli, ai bambini o ai ragazzi, o a tutti gli sdolcinati propositi da infondere agli alunni dell’anno 2021/22, bensì agli insegnanti. Il mio augurio è che ascoltino in particolare gli alunni silenziosi, perché dentro stanno urlando il mondo. La loro non è timidezza o semplicemente paura di non voler parlare in pubblico, la loro è piuttosto consapevolezza di quanto peso abbiano le parole, di quanto vadano pensate prima di essere pronunciate. Gli alunni silenziosi non vogliono superare ciò che per altri viene considerato un limite, bensì fremono dal desiderio di trovare come incanalare il loro silenzio. Gli alunni silenziosi si giocano la carta dell’ “essere educati e rispettosi” per imporsi, in realtà desiderano ardentemente che voi insegnanti rispettiate il loro silenzio, conquistiate la loro fiducia e li aiutiate a trovare un mezzo in cui possano esprimere i loro logorroici contenuti, al di là della forma. Gli alunni silenziosi non amano sempre fuggire tra le pagine di un libro, sono anzi continuamente incuriositi dall’osservazione della realtà. Agli alunni silenziosi basta uno sguardo fermo e al contempo rassicurante di voi insegnanti, sentire che pronunciate il loro nome, che li vediate, che vi accorgiate di loro. Loro vi saranno eternamente grati e voi, cari insegnanti, assisterete alla forza da leone con cui un gambero che cammina al contrario affronterà la vita.

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