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Antonella Folgheretti: la passione, la malattia, il coraggio ed il giornalismo che salva la vita

La storia di una donna, di una mamma, di una brava giornalista

Antonella Folgheretti è una donna colta. È questa la prima cosa che mi viene in mente pensando a lei. L’ho conosciuta anni fa al Giornale di Sicilia. Io ero una ragazzetta alle primissime armi. Lei apparteneva all’iperuranio di quelli che io vedevo “grandi”. Quelli che scrivevano “di cose importanti”, avevano la rubrica zeppa dei contatti “giusti”, lavoravano a contratto e passavano ore e ore in redazione, tra il telefono, un caffè e il tamburellare velocissimo sulla tastiera del pc. Non una parola all’epoca con Antonella. Io ero timida, lei forse non mi riconosceva neppure (i “gavettisti” ventenni eravamo una pletora, si faceva gruppo, al netto delle simpatie ed in un certo senso sembravamo tutti simili). Ho ritrovato Antonella qualche mese fa. Qualche telefonata che partiva con “ti rubo appena un minuto” e si prolungava per mezz’ora ed anche più. Antonella ama parlare ed è bello ascoltarla, perché, appunto, è colta e una persona colta oggi è una preziosa rarità. Starebbe ore a parlare di bei libri e di buon cinema, senza perdere tempo in fronzoli che non servono. Poi Antonella parla anche della sua malattia, che chiama con nome e cognome. Non ne fa mistero, anzi. Sui social condivide le difficoltà, le trasferte per le terapie, certe inefficienze del sistema sanitario siciliano.  Poi è adorabile quando ironizza e diventa quasi un conforto leggerla. Antonella, anche se a volte non nega lo scoraggiamento, ha buona volontà, amore per il suo mestiere e la mente che viaggia a organizzare eventi che hanno sempre un ‘chè di originale. L’abbiamo intervistata per farci raccontare la sua storia, le difficoltà, il coraggio e i sogni.

Usa una sola frase per definirti?

Passionale, incostante, precaria: in tutto.

Donna, mamma, giornalista

La mia è una storia come tante. E’ una storia di rinuncia, di  disperata inadeguatezza, di precarietà. E’ una storia fatta di attese. E’ una storia di disillusioni. Il mio sogno è sempre stato quello di scrivere di cultura, di libri. E mi sono ritrovata per un decennio a dar del tu a disgrazie, delitti, funerali. Amo passeggiare pigramente, senza una vera e propria meta, soffermandomi a studiare dettagli come l’acqua che scorre nella cunetta, una cicoria che cresce spontanea in una crepa dell’asfalto di città, un murale su un muro di cemento. E mi sono ritrovata per anni ed anni a correre affannata per i palazzi della politica, raccontandone, discreta, le mille facce, le rabbie, i desideri, i progetti, le frustrazioni in cerca di riscatto, i problemi quotidiani in cerca di soluzione, i ritardi, le omissioni. Ho fatto la deskista e la speaker, l’addetto stampa e la portavoce. Scrivo per organi di stampa del 1994, ma avevo già fatto anni di esperienze in tv e radio locali. Il mio è stato un lavoro quasi mai sicuro, che oggi sintetizzo in una formula edulcorata che sta per “giornalista non strutturata, non contrattualizzata, non inquadrata, non occupata”. Così, alla rinfusa, potrei parlare di questo mestiere, vissuto dalla Olivetti Lettera 22 al digitale, in tutte le sue epifanie – anche fallaci, scomposte – per giorni interi. E’ una professione che amo profondamente, di quel tipo di sentimento assoluto e non ricambiato che ti morde la vita. Ho sempre avuto in tasca un quaderno, di quelli con la copertina rigida monocolore; un quadernetto con segnalibro. Vi trascrivo dettagli, pensieri. Sono fiera di quello che faccio, anche se precario, perché l’ho scelto e perché sono convinta che dia un contributo alla crescita della nostra comunità. Scrivere, in qualche modo, mi rassicura, anche quando la vita mi fa sentire freddo nonostante sia una giornata di sole. Scrivo perché avere un foglio vuoto davanti e un’idea da sviluppare èguardare, è poter scoprire, è pensare. E, in questo incedere delle parole sulle righe, l’aspetto più dirompente è la possibilità, o il coraggio, di prendere strade sconosciute che mi pongano di fronte al nuovo.

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 Sei una donna coraggiosa

Hai affrontato con grinta molte difficoltà. Compresa la malattia, di cui parli spesso sui social, talvolta con amarezza, talvolta con ironia. Ti va di parlarne anche alle nostre lettrici?

La mia è cambiata radicalmente un paio di volte: quando è morto mio marito, quasi sette anni fa; quando, tre anni fa, ho scoperto di avere la sclerosi multipla.Del primo cambiamento preferisco non parlare. Dicono: ti ha salvato tuo figlio. No, mi ha salvato il mio lavoro. Il secondo si è manifestato a novembre del 2015. Strani formicolii, estrema debolezza, un giorno mi sveglio alle prime ore del mattino con un dolore lancinante alle tempie e, aprendo gli occhi, mi accorgo di vedere doppio. Passano le ore e arriva persino una emiparesi facciale. Un ricovero, due risonanze magnetiche, una puntura lombare. E la diagnosi: sclerosi multipla. Avevo poche certezze: cominciano a vacillare. Il futuro, già opaco, tutto da riscrivere, e in peggio. Sì, perché mentre combattevo con le prime fasi della malattia si concludeva unilateralmente un contratto atipico da addetto stampa che  permetteva un minimo di sicurezza economica a me, a mio figlio. Paura, rabbia, sconforto.  Oggi posso dire che quella è stata l’esperienza lavorativa più deludente della mia vita. Stavo male ed ero senza lavoro. Fallita, ma soprattutto isolata, io, abituata a lavorare e a stare sempre in mezzo alla gente. Ma si ricomincia, si ricomincia sempre.Cambiare. Ricominciare. Verbi tutto sommato positivi, potenti. Ma a me la loro potenza non basta, diciamo che pecco di hybris. Desidero, oggi più di prima, nuove sfide. La principale è quella con il mio corpo: ritornerò a camminare. Credo nella riabilitazione. Non penso, non l’ho mai pensato, che “lei”, la sclerosi multipla, possa essere la più forte fra noi due. Mi ha costretta a camminare male e a dipendere da qualcuno. In queste condizioni, continuare ad insegnare a sorridere ad un figlio non è facile, ma non mi arrendo.  Ogni istante, ogni esperienza ha un senso. Il dolore pure, basta non diventarne succubi. Vivere ogni momento così come è. Perseverare. Ecco la mia filosofia di vita, quella che trasmetto a mio figlio e che mi piace – perché mi aiuta – raccontare anche sui social.

Come cambia la vita di una giornalista  scopreNdo di avere una malattia?

È stato il giornalismo ad insegnarmi che ogni istante, ogni esperienza ha un senso. L’ancora, ancora una volta, nonostante tutto, quando ho scoperto la sclerosi multipla è stata questo mestiere. Qualche lavoro saltuario, anche da casa, mi ha aiutato ad affrontare la malattia, che in poco tempo mi ha portato difficoltà motorie. Esiste infatti qualcosa di più difficile che voler tornare presto “in forma”, attiva, essere mamma “presente”, lavoratrice “abile”. Ed è ciò che accade al di là del mio piccolo recinto. E’ il giornalismo che mantiene intatta la mia curiosità e mi permette di ricucire il senso di  pensieri strappati. Oggi devo accontentarmi di piccoli uffici stampa, brevi consulenze. Non si assume una giornalista donna, madre single di un minore, ultraquarantenne e disabile. Ho perso tanto, ma non la capacità critica, l’intuizione, il senso della notizia, l’umorismo. Giornalisti, alla fine, non si diventa: si nasce. E’ una condizione dell’anima. Fare giornalismo è la mia muta preghiera laica per questo mondo smemorato, che spesso non fa caso all’urlo silenzioso dei sofferenti. Mi ha fatto prendere certe panciate incredibili dalla vita ma questo lavoro, per me, è la strada più diretta verso la serenità. Anche di fronte alla perdita improvvisa della rubrica telefonica;  alle dita macchiate; alle cartucce d’inchiostro per stampanti irrecuperabili in momenti topici; ai tentativi frustrati di trovare un’informazione; ai laringospasmi durante un’intervista; alla frustrazione di non potermi muovere; al mio vecchio pc che non vuole più saperne e a volte mi permette di lavorare bene, altre mi spinge a lotte impari dove la sconfitta sono sempre io. Ma, nonostante tutto, sono una giornalista in cerca di una storia da raccontare e di uno spunto da cui ripartire. Tutto quello che ho fin qui scritto è noto a tutti quelli che si occupano di giornalismo: ho rifatto, per conto mio, il percorso comune a tanti, soprattutto se donne, madri, disabili. Aggiungere altro sarebbe ridondante.

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Organizzi iniziative davvero “fighissime”. Raccontaci…

In realtà due edizioni del Premio Mimì Marchese all’opera prima, tre edizioni di una rassegna letteraria, Notturni d’autore, due edizioni de “Il giornalista più amato dell’anno”. Sì, direi che mi piace sul serio organizzare iniziative. Sono un animale sociale, non posso negarlo.  Il premio letterario Mimì Marchese all’opera prima è promosso dal Comune di Misilmeri, che ha volentieri accolto una mia idea e mi ha permesso di svilupparla nel ricordo di un’intellettuale locale, Mimì Marchese,  una educatrice, scrittrice, poetessa, saggista del Novecento, fortemente impegnata in politica, che ha pagato sulla propria pelle la rivendicazione della propria identità sessuale. Notturni d’Autore è invece una rassegna letteraria itinerante. L’ho ideata e organizzata in collaborazione con un amico, l’architetto Giuseppe Lo Bocchiaro,  il Comune di Misilmeri e l’Associazione Medici di Misilmeri. Notturni d’Autore è un progetto di rigenerazione urbana, inserisce le presentazioni di libri in un contesto itinerante per interagire col territorio edesercitare un basilare ‘diritto alla città’: la possibilità di passeggiare dentro recinti normalmente negati, di riempirli di voci e racconti in attesa di una riapertura definitiva. Una formula, quella di Notturni d’autore, che si è rivelata vincente ed esportabile, densa di atmosfere e contesti ormai quasi perduti,  con il rito antico di portarsi le sedie da casa, come si faceva una volta quando la sera, davanti alle case, si stava tutti insieme a parlare fino a tardi.  “Il giornalista più amato dell’anno” è invece un sondaggio lanciato su Facebook per eleggere il giornalista più apprezzato per la professionalità, la simpatia, l’appeal, il senso dell’umorismo, lo stile, in controtendenza con i premi seriali dedicati alle giornaliste.  E’ suddiviso in quattro sezioni, rappresentative delle varie fasce d’esperienza di professione, e decreta un vincitore assoluto.  Il regolamento impone di apporre emoticon sotto la foto del giornalista preferito entro la Giornata nazionale contro le mafie. I voti non sono mancati, anzi.La prima edizione, lo scorso anno, ha fatto registrare dodici mila interazioni totali e tremila voti utili. Quest’anno ci sono state più di 19 mila le interazioni totali, 8344  i voti validi. Il premio è dedicato a Marcello Clausi, scomparso recentemente, precursore dei tempi con la sua rivista glamour, Cult. Il concorso, lo ammetto, è un pretesto per sollevare il problema delle pari opportunità nel mondo dell’informazione. Solo cambiando mentalità e incidendo maggiormente sugli stereotipi, ne sono convinta,  è possibile intervenire sulla carenza di diritti e di opportunità per le donne e ridurre le diseguaglianze tra i sessi anche nel mondo dei media.  E poi c’è stato l’appello, lanciato sui social e andato a buon fine, per la realizzazione di una biblioteca  a “Villa delle Ginestre”: oltre quattrocento i libri finora donati alla struttura ospedaliera di riabilitazione. Adesso sto lavorando ad una sfilata in passerella di uomini e donne in sedia a rotelle. Sarà realizzata in inverno e servirà a dimostrare che per essere belli ed eleganti non serve un corpo perfetto ma personalità. Cerco partner e sponsorizzazioni.  L’idea di base è quella di usare la propria fragilità per cambiare la percezione della disabilità. Penso che utilizzare la moda come strumento in grado di abbattere le barriere culturali possa essere un forte messaggio di inclusività. Per assistere alla sfilata saranno messi in vendita biglietti, il ricavato servirà ad attrezzare una sala per attività di socializzazione  per gli utenti di “Villa delle Ginestre”. Ovviamente vi terrò informati.

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Che mamma sei?

Sono una mamma anagraficamente matura, Filippo è nato quando io avevo già trentasei anni; questo, naturalmente, ha avuto conseguenze sia sul piano pratico sia su quello emotivo: ero già centrata sulle mie esigenze, non ho sentito il bisogno di rinunciare ai miei spazi. Ho vissuto fin dall’inizio in modo molto positivo la maternità, sulla quale ho investito moltissimo ma conciliandola con il lavoro e con i miei interessi. Non mi sono sentita coinvolta particolarmente dal doverismo o dall’ansia di prestazione, diciamo che ha prevalso la praticità e la complicità. Oggi mio figlio è appena adolescente e io mi ritrovo ad essere tendenzialmente una controller che si frena con determinazione, convinta che sia indispensabile permettere al figlio di crearsi i propri spazi, le proprie abitudini. Non sono mai stata particolarmente severa, sono comunque una mamma con un progetto di educazione ben definito in mente.  Con Filippo parliamo tanto, parliamo di tutto.

 

 Sogni nel cassetto?

Fare il Cammino verso il santuario medioevale di Santiago di Compostela.

Il tuo angolo di paradiso?

Marettimo, un’isola dove ancora è possibile vivere con semplicità. Pensieri all’alba, in riva al mare. Tutto sul limitare del silenzio mattutino.  Ma anche il Museo Salinas, a Palermo, da sempre il mio rifugio preferito quando ho dentro nuvole e sole.

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