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Ventinove anni dalla morte di don Puglisi, la sua allieva oggi insegna il suo metodo

Il ricordo di Rosaria Cascio, che da anni si spende in giro per le scuole d’Italia per portare ai ragazzi la storia di 3P

Sono cresciuta e mi sono formata con padre Giuseppe Puglisi, il prete palermitano ucciso dalla mafia nel 1993. Dopo la sua morte ho cercato di capire il perché di quell’omicidio: che interessi aveva toccato Puglisi perché la mafia lo sentisse come un ostacolo al suo operato criminale? E così ho studiato, ho parlato con tantissime persone, ho elaborato il suo metodo ed ho iniziato a scriverne. Diversi libri. Ed a testimoniare il valore di quanto Puglisi aveva fatto.

Mi chiamo Rosaria Cascio, vivo a Palermo dove insegno lettere nelle scuole superiori. Da quasi 20 anni, ormai, alla mia quotidiana attività di insegnante se ne è prepotentemente affiancata una seconda, altrettanto impegnativa e carica di responsabilità: la testimonianza della vita e del metodo educativo di p. Giuseppe Puglisi. Insegnanti, comunità territoriali, educatori, sacerdoti. In tanti, in questi anni, mi hanno invitato per saperne di più di quella storia così emozionante e commovente. Con gli strumenti che ho a disposizione, cerco di iniziare da un punto per avvolgere tutta l’esistenza di Puglisi, partendo sempre dalla sua coerenza di uomo. E così cadono tutte le etichette di “prete antimafia” o di “uomo di chiesa che non interessa ai non credenti”. Padre Pino Puglisi, 3P per sua stessa definizione, è l’esempio di coerenza al quale qualsiasi uomo può ispirarsi per diventare protagonista della sua stessa esistenza.

A volte non è facile coniugare la mia vita personale con questo impegno

 

Che spesso, mi porta in poche ore in luoghi anche molto distanti dalla mia città per poi rientrare, giusto in tempo, per riprendere la vita che svolgo. Sento, però, una grande responsabilità. Più vado in giro e più mi accorgo che c’è un gran bisogno di conoscere esempi validi da proporre a chi vuole cambiare, a chi non si accontenta della lamentela inutile e sterile. Spessissimo sono proprio i più giovani a nutrire questo desiderio, perché il mondo attuale non è più come si vorrebbe. La natura violentata, l’umanità ferita, la violenza agita nei contesti inviolabili per ognuno di noi. Come portare Puglisi in questi luoghi? Ed è allora che sento dentro alla mia coscienza un imperativo categorico che mi convince dell’urgenza di convincere tutti che se altri lo hanno fatto, anche noi possiamo. Possiamo impegnarci per il nostro quartiere, possiamo batterci per le nostre libertà, possiamo organizzarci per tutelare i diritti. Nella classe, nella nostra famiglia, nel nostro vicinato. Si può, altri lo hanno fatto. Altri ne sono testimoni! Qui scatta il senso del mio girovagare, alimentato, ogni volto che torno a casa dopo un giro nelle scuole di altre città, da tanto calore. Dall’entusiasmo di avere acceso quella comunità, di averla lasciata nello slancio del fare, dell’impegno rinnovato, del desiderio fattivo di alzarsi dalla sedia per compiere la propria parte. “Se ognuno fa qualcosa…”! In me scatta la felicità di sapere che il seme 3P che ho piantato sarà innaffiato da qualcun altro. La testimonianza è, di per sé, già azione, è consegna di un passo in avanti fatto insieme a chi si era arenato, è l’accensione di una macchina che aveva finito la benzina sì, ma che non era rimasta in panne per sempre. Lo scopo è far innamorare del Bene i giovani e le comunità che incontro e far comprendere, soprattutto ai più piccoli, che “la vita è valida se donata”, come diceva (ed ha dimostrato) lo stesso Puglisi e che non possiamo trascorrerla tutta lamentandoci che le cose non vanno bene. Contro quelli che hanno la “sindrome del torcicollo” e guardano sempre indietro 3P diceva: dobbiamo agire!

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essere testimoni di valori!

Certo, il mio mestiere è insegnare e questo è già testimoniare. Non puoi certo pretendere che i giovani vadano avanti verso le mete che cerchi di proporre come appetibili se, nel frattempo, ti vedono ferma ad indicarle soltanto. Devi dimostrare con il tuo comportamento che sono valide e degne di essere conquistate e questo puoi farlo soltanto in un modo: far capire loro che ne sei innamorata. Cioè, in un’unica parola: testimoniare! Testimoniare con la tua vita che che i valori di cui parli sono i tuoi valori, dimostrare con le tue scelte che seguirli è conveniente, vale la pena, è gratificante e soddisfacente. Appagante. Così Puglisi ha conquistato i bambini a Brancaccio sottraendoli al fascino criminale della mafia. Ecco, questo ha fatto paura alla mafia, il suo porsi come alternativo all’unico ed incontrastato modello imperante. Almeno fino ad allora.

Nel 1993, all’indomani dell’uccisione di padre Giuseppe Puglisi, tutto avrei immaginato ma non certamente questa mia scelta di testimonianza. Non avrei mai pensato che avrei affrontato quel dolore con questa energia spropositata che sento dentro di me ogni volta che squilla il telefono o arriva una mail e qualcuno mi chiede di far conoscere p. Puglisi alla propria comunità, perché è stato ucciso, cosa possiamo fare per non far morire il valore del suo esempio. Ecco, in questo sta il senso della mia testimonianza e, in questo, mi sento unico corpo con tutti gli altri testimoni di uomini e donne validi, esempi coerenti dei valori per i quali sono stati uccisi. Non soltanto dalla mafia ma dall’uomo ingordo che di questo mondo vuole decidere le sorti.

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Rosaria Cascio

www.rosariacascio.it

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