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L’amore tra verità e malattia

“L’Amore non è una passione. L’Amore non è una emozione. L’amore è una comprensione profonda del fatto che in qualche modo l’altro ti completa. Qualcuno ti rende un cerchio perfetto. La presenza dell’altro rinforza la tua presenza”.

Ed è citando Osho che vi vorrei raccontare delle due facce dell’Amore. Ciascuno di noi almeno, una volta nella vita, ha dichiarato di essersi innamorato. Ma quando siamo in grado di dire che si tratta di puro amore, di amore vero, di Amore con “A”? L’amore si esprime in diversi modi, è fatto di cose piccole, di dolci sguardi e di sorrisi. L’Amore vero è “a prescindere”, quello che non chiede nulla, che è disinteressato, che è solo Amore e basta. L’amore vero è: tu saresti disposto a fare qualsiasi cosa pur di rendere l’altra metà felice?  All’interno di una relazione di coppia, amare qualcuno significa riconoscere e accettare quella persona per il suo modo di essere, con i suoi pregi e difetti, rispettando l’individualità, la volontà e l’identità dell’altro. Purtroppo però, non è sempre facile amare in questa maniera e ci si può trovare in situazioni, che bloccano e fanno soffrire. Quando la relazione rende infelici, il desiderio diventa controllo e la passione potere, siamo di fronte ad uno scenario ben lontano da quello romantico. In molti non riescono ad ammetterlo ma si tratta di “Amore Malato”, fatto di gesti crudeli e violenti. Sì mi riferisco, ad esempio, a quegli uomini che uccidono una donna, convinti di non poter vivere senza di lei. O a quelle donne convinte che un uomo le adori, solo perché è gelosissimo e si arrabbia appena le vede parlare con un altro. No .. no.. e ancora …. NO. Questo non è Amore, questo non è né amare l’altro e né Amare se stessi. Questo è solo farsi male. Eccola l’altra faccia dell’Amore.

In questi giorni parlando di San Valentino, parlando di amore, di dolcezza, di passione, di emozioni, mi vengono in mente tutte quelle donne vittime di violenza, tutte quelle donne che sono state uccise dal proprio uomo, da chi credevano di Amare con la “A” maiuscola.  Più volte ho organizzato delle tavole rotonde, mi sono ritrovata coinvolta in eventi dedicati  alle donne vittime di violenza e mi sono spesso confrontata con delle figure importanti, professionali, quali psicologhe, avvocati, commissari di Polizia, o semplici volontari. Chiacchierando con Carmela Avenia,  psicologa, mi sorge spontaneo farle due domande in tema di femminicidio e di amore malato.

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-Davanti una donna, vittima di violenza, un primo consiglio da dare come psicologa  quale è?

“Una donna che subisce violenza innanzitutto deve prendere consapevolezza di quello che le sta  succedendo, anche se fa male ammetterlo deve farlo, deve ammettere prima di tutto a se stessa di essere vittima della frustrazione e del disequilibrio psico-affettivo del proprio uomo. Questo implica un atto di estremo coraggio in quanto la porta a spogliarsi di quell’amore tanto idealizzato e per questo da lei protetto e tutelato. In questo “amore patologico” la donna vittima di violenza ha investito tanto: speranza, delusione, speranza, disillusione, rassegnazione. Arriva a convincersi che tutto quello che sta vivendo dipende da lei , così come dipende da lei il salvare quell’amore…diventa la paladina di quell’amore. Non è facile ammetterlo e per questo si arriva troppo tardi, quando ormai quella donna ha perso  per sempre una parte di sé.  Quindi il primo consiglio, di fronte a uno schiaffo, una parolaccia, un gesto di mancanza di rispetto in qualsiasi forma, è quello di non giustificare, di non minimizzare, di guardarsi allo specchio e vedere non una donna, che ha delle colpe, ma una donna degna di rispetto, una donna con una propria dignità, una donna che deve prima amarsi e poi sentirsi amata”.

-Quanto è importante per la donna recarsi da uno psicologo?

“Fondamentale. Perché una donna che esce da un’ esperienza così devastante  ha bisogno di essere supportata nella ricostruzione della propria vita, deve essere aiutata a tirar fuori tutta quella forza, che le servirà per quel lungo processo dove si andrà a lavorare sull’incremento dell’ autostima, sulle vere motivazioni che hanno reso quella donna così vulnerabile e bisognosa d’amore fino a scendere a questi compromessi, sul recupero della propria dignità e rispetto  in un percorso costante e continuo di accettazione, di prendere atto e consapevolezza dei propri punti deboli  e trasformarli in punti di forza e  stimoli per mettersi in gioco e scoprirsi in fondo molto più forti di quanto in realtà si pensi. Da ultimo, ma non per questo meno importante, in questo lungo e a volte doloroso processo includiamo anche una buona educazione nell’ascoltare le proprie esigenze, i propri bisogni, imparare a stare bene non solo con gli altri ma soprattutto con se stessi e sviluppare un atteggiamento introspettivo che possa fare analizzare i propri stati d’animo e i propri momenti di stallo con obiettività”.

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Dialogando con l’Avvocato e giornalista Giacinto Pira, abbiamo affrontato il discorso dal punto di vista legale, tracciando le linee guida. Quali sono i primi passi che una donna, vittima di violenza, deve affrontare quando si reca dall’avvocato.

-In caso di violenza, dal punto di vista legale, la donna come va tutelata?

“Come ben noto, nell’applicazione del diritto è necessario calarsi nella realtà cui la normativa di riferimento si rivolge. Questa considerazione va rimarcata nella fattispecie di cui ci si occupa, in relazione alla quale molteplici, varie ed a volte imprevedibili sono le sfaccettature di una vicenda di violenza. Innanzitutto, a seguito di un’indagine sulle condizioni di vita, familiari, lavorative, economiche e sociali dell’assistita, occorre attivare tutte le tutele che permettano di salvaguardare, immediatamente dopo la donna, determinati soggetti ad essa legati, e che indirettamente rischiano di patire eventuali conseguenze della condotta offensiva stessa. Il riferimento è a congiunti e familiari minori o, ad esempio, in condizioni di disabilità. Ed invero ciò risulta coerente con la previsione dell’aggravante ex comma terzo della norma incriminatrice di cui all’art. 612 bis c.p., rubricata “Atti persecutori”.  La materia in esame, inoltre, è terreno di incontro tra istanze di segno diverso, ma tutte di prioritaria e pregnante importanza; pertanto, è importante calibrare l’iniziativa giudiziaria sui connotati della situazione di fatto, intraprendendo azioni che, al tempo stesso, facciano valere i diritti fondamentali della persona (quelli tutelati già nel quadro costituzionale) e preservino l’integrità del soggetto anche in via cautelare. È meglio, per concludere, elaborare una strategia che tenga conto anche degli aspetti “umani” e relazionali della vicenda, e non perorare una causa che contempli esclusivamente assunti giuridici ed interpretazioni letterali ed eccessivamente tecniche della normativa di riferimento”.

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– Quanto è importante il rapporto  tra psicologi e avvocati affinché una donna riesca a denunciare?

“Il lavoro in sinergia è sempre la scelta migliore che si possa compiere. Detto questo, ciascuno dei due professionisti opera in un ambito dove sì, si rintracciano punti di incontro con altri campi – la dimensione morale con quella della tutela giuridica, ad esempio – ma deve altresì essere autonomo nell’elaborazione della strategia più confacente al caso pratico dal proprio punto di vista. Il legale non può essere uno psicologo e viceversa. È opportuno contestualizzare, come si diceva prima, la fattispecie, indagando sulla condizione del soggetto a tutto campo, in questa fase se del caso confrontandosi proprio con uno psicologo. Tuttavia, una volta assunte tali informazioni, è bene che ogni professionista agisca nel proprio campo. Quando ricorrono le condizioni, quindi, entrambi i professionisti devono esortare e supportare l’assistita in vista della denuncia, ma molto spesso si troveranno ad agire in parallelo, sulla scorta di valutazioni attinenti a ciascun ramo specifico.

È bene tenere presente, però, che in determinati casi (a volte quelli di maggiore gravità), i due professionisti devono valutare insieme il da farsi, anche in relazione agli effetti soggettivi dell’iniziativa che si intende intraprendere”.

Auguriamo a tutte le donne di vivere un amore sano e se così non dovesse essere, di alzare la testa, trovare il coraggio e la libertà.

 

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