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La tragedia di Lampedusa e il racconto di Elvira Terranova, cronista di frontiera

“Un dolore enorme che non consente a un giornalista di tenere la giusta distanza. I siciliani? Non sono più solidali come un tempo.”

Una tragedia di ottobre, quando ancora in Sicilia fa caldo, il cielo è terso e l’isola per, chi cerca salvezza, profuma di sole buono e di speranze incerte ma immense. A Lampedusa nella notte tra il 6 il 7 ottobre un altro dolore profondo, una riga di morte, scritta nel lungo libro degli sbarchi nel Canale di Sicilia. Una barca di legno, a bordo una cinquantina di persone. Poi il panico. Un triste copione, identico a stesso. La barca che si ribalta ed è la fine: per tredici irripetibili vite, tutte donne. Alcune di loro muoiono insieme ai loro bimbi. La più piccola ha solo otto mesi. Il mare ingoia, riempie di lacrime e profondità una ventina di corpi, questo il numero dei dispersi. Abbiamo intervistato Elvira Terranova, caposervizio di AdnKronos, giornalista nota e stimata e tanto sensibile al tema migranti, che tantissime volte ha affrontato in prima linea.

Elvira puoi raccontarci quest’altra tragedia d’ottobre?

Dici bene, quest’altra tragedia di ottobre. Perché anche sei anni fa il naufragio, che costò la vita a 368 persone, avvenne di ottobre. Speravo che non accadesse più. E invece… Questa volta le vittime sono 13, quelle accertate, tutte donne, e almeno 15, ma c’è chi dice 17, i dispersi. Che ormai giacciono in fondo al mare, tra i 50 e i 70 metri di profondità, come hanno sottolineato gli inquirenti. Mentre i superstiti sono 22, tra cui una donna in gravi condizioni, trasferita in elicottero a Palermo. Tutto è accaduto nella notte tra domenica e lunedì, quando, a poche miglia da Lampedusa, un’imbarcazione in legno di una decina di metri, con a bordo almeno 50 persone, si è trovata in difficoltà. Il motore si è spento e dopo pochi minuti il barchino ha iniziato a imbarcare acqua. Il copione è sempre lo stesso. Purtroppo. Due mezzi della Guardia costiera e della Guardia di Finanza raggiungono la barca in piena notte. Le onde sono alte e il mare mosso. Le persone a bordo iniziano a gridare, a spostarsi tutte su un unico lato della imbarcazione che, in pochi minuti, si ribalta. È il caos. Decine di persone cadono in mare, tra cui tante donne e alcune con i bambini ancora piccoli. Nessuno indossa il salvagente. Gli uomini della Guardia costiera e della Guardia di Finanza fanno quello che possono, ma c’è buio e le onde sono troppo alte. Le persone iniziano ad annegare, una ad una. Soprattutto le donne e i bambini. Tra i dispersi c’è una bimba di appena 8 mesi, scomparsa con la sua mamma.

 

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Quale il momento più struggente, la testimonianza che non avresti mai voluto raccogliere?

Quando accade una tragedia come questa, sono molti i momenti struggenti. Ieri, ad esempio, entrare nella Casa della Fraternità e vedere quelle 13 bare allineate, tutte con un fiore appoggiato sul coperchio, ho provato una fitta di dolore. Sulle bare c’era solo la data di morte: 7 ottobre 2019. E un numero. Come fai a non provare dolore? Lo so che da giornalista non dovrei, però in quei momenti la cosiddetta “giusta distanza” è difficile da mantenere. Specialmente se pensi che in quelle bare c’è una bambina di appena 12 anni, partita dall’Africa con i suoi sogni, con le sue ambizioni e magari con la sua pagella in tasca come fece quel bambino del Mali. Un altro momento struggente è stato certamente il racconto di Wissen, un ragazzo mingherlino di appena 19 anni, della Tunisia. Ha tentato con tutte le sue forze di salvare la bambina di pochi mesi che stava annegando ma non c’è riuscito e oggi piange per il dolore. È tra i 22 sopravvissuti del naufragio di Lampedusa. La bimba di otto mesi morta è ancora dispersa. Si trova ad almeno 50 metri di profondità. È lo stesso ragazzo a raccontare quanto accaduto. “Sono caduto in mare e mentre andavo a fondo tenevo gli occhi aperti e ho visto un bimbo di pochissimi mesi che stava annegando – ha spiegato  tra le lacrime tra le lacrime . L’ho afferrato per risalire. Ma all’improvviso mi sono sentito afferrare alle gambe da un africano che chiedeva aiuto. Ma mi tirava giù e io avevo in braccio il bambino. Così sono stato costretto a slacciarmi i pantaloni per poter risalire. Solo che nel frattempo ho perso la presa della piccolina. E l’ho persa. È stato terribile”. Wissen è al centro di accoglienza con altri amici tunisini. ​

 

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Quale la situazione dei flussi migratori in questo momento?

I flussi migratori non si sono mai fermati. Solo che adesso ci sono delle rotte nuove, come ha detto ieri il Procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella che, con molta sensibilità, sta coordinando l’inchiesta sull’ultima strage. L’imbarcazione naufragata era partita, ad esempio, dalla Libia, ma si è fermata a Sfax, in Tunisia, per fare salire a bordo dei tunisini. E non è la prima volta. È accaduto anche nei mesi scorsi, come appurato dagli investigatori. Sono le nuove rotte su cui indagano i magistrati, per capire chi c’è dietro questi sbarchi. Chi sono questo trafficanti di esseri umani.​ I porti italiani non sono mai stati chiusi. I cosiddetti sbarchi fantasma non si sono mai fermati. Solo che prima non facevano notizia.

Oggi qual è l’atteggiamento dei siciliani verso i migranti?

Questo è un tasto dolente. Perché, e aggiungo purtroppo, l’atteggiamento dei siciliani è molto cambiato negli ultimi anni. Quando otto anni fa riuscii a salvare decine di migranti, durante un naufragio a Lampedusa, tra cui un bambino di pochi mesi, Severin, le persone mostrarono pietà e tanta partecipazione verso i migranti. I social non pullulavano di insulti e parole irripetibili. Invece, adesso, è diverso. Basta leggere quello che scrivono alcune persone che esultano per l’ennesima tragedia. Per fortuna sono una minoranza. Perché poi ci sono tante persone che, invece, sono addolorate per ciò che accade. Ma leggere quelle parole senza pietà fa sempre male. Credimi.​

 

Con quali dolori e con quali speranze torni nell’Isola grande dopo questo ennesimo reportage del dolore?

 

Tornerò a Palermo con una ferita in più nell’anima. Perché non ci si abitua mai a raccontare fatti come questi. Anche se faccio questa professione da 30 anni, non puoi abituarti al dolore. Non so se è un bene o un male. Ma non è possibile. Vedere bambini che muoiono in mare, madri che perdono la vita, uomini che muoiono mentre tentano di cambiare vita. Ti racconto solo la storia di Fekhar, un ragazzo tunisino di 26 anni. Ha lasciato la Tunisia perché affetto da un tumore maligno sperava di potersi curare in Italia. Voleva guarire, come ha raccontato un suo amico sopravvissuto. Ma è morto nel naufragio. e il suo corpo giace a 70 metri di profondità e forse non verrà mai recuperato. Sua madre non avrà mai una tomba su cui piangere.  Come fai a restare insensibile davanti  tanto dolore? Ma continuerò a raccontare, continuerò a scrivere. Senza mai perdere l’umanità.
Elvira Terranova è una giornalista siciliana. È caposervizio ad AdnKronos. Da sempre sensibile alla tematica dei migranti, nel maggio 2011 ne salvó decine a Lampedusa, tra questi un bimbo piccolissimo. Dopo questo episodio, il Capo dello Stato le ha conferito l’onorificenza della Cavaliere della Repubblica
italiana.

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