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I come e i perché dei disturbi del linguaggio nei bambini

Sono frequenti e nella maggior parte dei casi risolvibili. Ci vuole attenzione e quando è il caso il ricorso allo specialista

Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista alla logopedista Licia Calderone. Oggi parliamo di disturbi del linguaggio, delle loro cause, dell’ombra dell’autismo, delle soluzioni da adottare.

E se il silenzio nasconde la paurosa ombra dell’autismo?

Il bambino autistico non solo non parla, ma non comunica. È chiuso nel suo mondo, manifesta un modo di giocare atipico, in alcuni casi non ama il contatto neanche con la mamma e sempre in alcuni casi (non in tutti) non risponde neanche al suo nome e può anche essere ipersensibile ai suoni. Un bimbo che non è autistico ma ha solo problemi col linguaggio fa invece di tutto per comunicare. Il bimbo autistico – sottolinea – invece non sa comunicare affatto. Per lui è necessario l’intervento di un neuropsichiatra per poi affiancare la riabilitazione con un logopedista, uno psicologo e uno psicomotricista. Ogni bimbo è diverso dall’altro, per questo si parla di spettro autistico e l’intervento d’equipe è sempre il più opportuno: prima si interviene e più possibilità di miglioramento si hanno.

Dislessia, disgrafia, disortografia: che confusione!

Trattasi – ci spiega la dott.ssa Calderone – di disturbi specifici dell’apprendimento. Non c’è un ritardo cognitivo né disturbo visivo o uditivo. Sono problemi di lettura, scrittura o calcolo. Il campanello d’allarme è un pregresso disturbo del linguaggio. Il DSA – disturbo specifico dell’apprendimento – non ha niente a che fare col ritardo mentale. I bimbi in questione sono svegli e intelligenti. Vediamo nello specifico cosa sono: la dislessia è un problema nella lettura; la disortografia un problema ortografico – che si presenta ad esempio al momento del dettato – la disgrafia è relativa al tratto grafico: il bimbo scrive male, o troppo grande o troppo piccolo, non rispetta il rigo. Infine c’è la discalculia che riguarda un problema nel fare i calcoli. La diagnosi va fatta alla fine della II elementare. A metà del I anno di elementare i genitori cominciano a indagare con visite specialistiche se si tratta di DSA, spesso indirizzati dalla stessa scuola. La diagnosi di discalculia avviene invece alla fine della III elementare. Questi bimbi, grazie a una legge, hanno dei diritti: un percorso didattico personalizzato, possono usare la calcolatrice o vengono esonerati da alcuni compiti. Sono bimbi normalissimi, ma che hanno difficoltà e, a differenza di altri casi, non hanno insegnante di sostegno. Con i bimbi DSA lavorano, oltre al logopedista, lo psicologo e il pedagogista per fare i compiti. Non si guarisce dalla dislessia, ma ci sono delle strategie per compensare il problema e continuare gli studi sino alla laurea. Si pensi ad Einstein che pare fosse dislessico.

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L’IMPORTANZA DEL LAVORO DI EQUIPE E DELLA COLLABORAZIONE DELLA FAMIGLIA

Affinché il trattamento vada a buon fine è necessaria la collaborazione della famiglia.  I genitori, spiega la logopedista, dovrebbero riportare nel quotidiano ciò che viene fatto in terapia. Perché il trattamento vada a buon fine e si ottengano risultati veloci è importante la continuità dello stesso anche negli ambienti domestici e a scuola, riproponendo le stesse strategie e modalità di intervento anche fuori dal contesto terapeutico. Altra fattore importante risulta essere la collaborazione con altre figure professionali, sia per un corretto inquadramento diagnostiche che terapeutico.

In una diatriba novecentesca il linguista Chomsky sosteneva che noi umani parliamo perché possediamo un organo innato del linguaggio

Mentre i comportamentisti, insegnando a “parlare” alle scimmie, dicevano che il linguaggio derivi dalla nostra interazione col mondo esterno, secondo un meccanismo di “stimolo-risposta”. Cosa ci spiega oggi una logopedista?

Hanno ragione entrambi – sottolinea la logopedista -. C’è un assetto neurologico-anatomico di base. Ci sono le specifiche aree cerebrali deputate al linguaggio: l’area di Broca è quella deputata all’aspetto articolatorio e che, se compromessa, in caso di ictus, non permetterà più al soggetto di parlare. Un ictus può colpire anche l’area di Wernicke, che invece è deputata alla comprensione. Ci sono studi che certificano che un bambino con disturbi del linguaggio potrebbe avere problemi di natura neurobiologica o genetica e dunque non legati a stimolazioni esterne. Il linguaggio però non è solo un processo neurologico, poiché sono proprio le appena citate e necessarie stimolazioni esterne che spiegano la varietà di linguaggio. Ecco perché due bambini che crescono in ambienti familiari differenti hanno un linguaggio diverso. Ricordiamoci che il linguaggio è un mezzo di comunicazione, nasce per la necessità di interazione col mondo ma, senza una basa organica specifica dell’uomo, sarebbe impossibile.

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La dottoressa Licia Calderone

Abbiamo intervistato la dott.ssa Licia Calderone, laureatasi in Logopedia presso l’Università degli Studi di Palermo. Attualmente lavora presso il centro di riabilitazione A.R.E.S.S Fabiola Onlus di Termini Imerese e come libera professionista.

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