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Ho un sogno: per un giorno essere un papà

Quante differenze tra mamme e papa, scopriamole insieme, piantandoci su due risate

Non chiedo tanto, giusto la possibilità di vivere un’altra vita. Non perché la mia attuale vita non mi arrechi soddisfazioni, anzi.
È una richiesta esclusivamente mossa dalla mia irrecuperabile curiosità nei confronti dei “tipi umani”, obiettivamente inesauribile in un’unica vita. Pertanto, non sarebbe male rinascere un’altra volta, magari nelle vesti di un uomo.
A dirla tutta, di un uomo papà.

Il papà: che misteriosa creatura

Il “papà”, che misteriosa creatura è costui! Talvolta considerata da noi mamme così distante, quasi aliena, nell’approccio con i figli. Volete qualche pratico esempio?

IL GIOCO: ad un papà, solitamente, non passerebbe mai per la testa l’idea del momento-gioco costruttivo. Quello, per intenderci, “da manuale”, con pennello e tempera, colla e forbici, di stampo didattico-cognitivo-funzionale-pedagogico-montessoriano.

Maria Montessori per un papà

Maria Montessori, per un papà, è il nome della sua Scuola Elementare, è il volto delle 1000 Lire della domenica mattina dopo la Messa. Un papà non gioca con i propri figli in cameretta, ma facendo la lotta sul lettone della camera da letto; un papà riesce a mettere a soqquadro la casa, trascinando i giochi fuori dalla prigione della cameretta; un papà, al parco, non porta il figlio sullo scivolo o sull’altalena, bensì al percorso parco-avventura; un papà gioca con i Lego mentre i figli lo guardano e basta; per un papà il gioco è rumoroso, disordinato, sregolato, sudato.
Insomma, è un gioco.

LA VESTIZIONE DEL FIGLIO

Un papà apre l’armadio del proprio figlio con lo stesso timore e la stessa curiosità che proverebbe davanti all’armadio delle “Cronache di Narnia”. Chissà cosa troverà dentro quelle ante, quale mondo inesplorato e misterioso. Spesso recupera dall’armadio gli indumenti disposti in prima fila, non scava alla ricerca dell’accostamento perfetto o dell’outfit adeguato al momento perfetto. Prende un sopra, un sotto, un paio di calzini, un paio di scarpe ed un giubbino: sarà il destino a decidere se dalla porta di casa uscirà un bambino vestito per la sfilata di carnevale o per la Milano Fashion Week. Il cappello, poi, che sia quello invernale oppure estivo, viene considerato letteralmente un accessorio. Non è sinonimo di sopravvivenza come per noi mamme. Anzi, a volte, decidono di non farlo indossare al proprio figlio perché, con quei pon-pon e quel paraorecchie incorporato, è proprio ridicolo.
Il figlio vestito “ad muzzum”, però, non è ridicolo.

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IL VIAGGIO per un papà

Nell’organizzazione preparatoria ad un viaggio con bambini, mentre una mamma si occupa dell’aspetto pratico della triade valigie-cibo-farmaci, un papà si occupa esclusivamente dell’apparato tecnologico: cuffie, caricatori, navigatori, porta tablet con tablet (uno per figlio) su ognuno dei quali è stata scaricata l’intera saga del Signore degli Anelli (per il maggiore) e la decima stagione dei PJ Mask (per il minore). Mentre la triade del kit di sopravvivenza della mamma varia a seconda dei km di viaggio da affrontare, il kit tecnologico del papà, invece, è sempre uguale sia che si debba arrivare a casa della nonna distante 1km sia che si debba arrivare a casa della nonna distante 1000km. Un papà, “se possibile”, non prende in considerazione l’eventualità di un viaggio che non sia in macchina, perché lui deve guidare SEMPRE. Mai un cambio alla guida con la mamma, neanche se il viaggio ha una durata di 10h più o meno infinito. E non è una mancanza di fiducia nei confronti di una donna al volante, ma è una vera e propria furbata: provate a mettere sulla bilancia la guida perenne confrontandola con la perenne necessità di intrattenere i figli durante un viaggio. Ecco perché (prima di ogni viaggio) vorrei rinascere papà.

Quanti altri esempi potrei fare, ma il mio desiderio non è puntualizzare sull’ovvia differenza di approccio tra una mamma e un papà. Obiettivamente la somma tra il genere e l’indole personale ha come risultato un modo assolutamente individuale di affrontare la genitorialità sia dal punto di vista materno che paterno.
Nessuno migliore dell’altro, mai. Anche quando la capacità organizzativa della gestione dei figli di noi mamme viene a scontrarsi con quella un pò più caotica dei papà. Lasciare il giusto spazio d’azione ad entrambi gli approcci forse è la ricetta (quasi) perfetta di un equilibrio tra i ruoli.
Proviamo ad osservarci dall’esterno. Alla recita scolastica, noi mamme facciamo a gara a sederci in prima fila mentre i papà fanno a gara a restare in piedi appoggiati lungo la parete, ma i nostri occhi osserveranno con la stessa fierezza quel bimbo che, meno di un anno fa, a malapena riusciva a dire “mamma” o “papà”. Dal pediatra, noi mamme facciamo la fila dentro, i papà fuori, ma, una volta rassicurati che “tutto è a posto”, i nostri sguardi tireranno lo stesso sospiro di sollievo. Il primo giorno di scuola, noi mamme facciamo mille raccomandazioni, i papà strizzano semplicemente un occhiolino d’intesa, ma entrambi stringiamo forte la mano del nostro bimbo. Diventati grandi, quando sarà il momento di fare nuove esperienze in autonomia, noi mamme dormiremo abbracciate al cellulare, i papà con le chiavi della macchina in tasca, perché, così, qualsiasi necessità dovesse avere nostro figlio, entrambi saremmo pronti a reagire immediatamente.
Mamme e papà sono due pianeti paralleli che ruotano attorno alla stessa stella. Ognuno a modo suo, con velocità diverse, ma con lo stesso movimento circolare che vuole abbracciare e mai abbandonare quella stella.
Ebbene, la mia curiosità sarebbe proprio quella di rinascere “uomo-papà”, proprio per visitare un pianeta sconosciuto così vicino a me, ma anche così diverso e apparentemente inafferrabile.

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