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La dottoressa Maniscalchi al timone di uno dei più grossi Pronto Soccorso Covid

Raccontiamo la storia di una professionista caparbia, che lega professionalità a empatia

Per tenere il timone di un Pronto soccorso Covid ci vuole forza, equilibro ma anche quella sensibilità, che aiuta a vestire i panni dell’altro.

Perché laddove non arriva la scienza, devi necessariamente mandare il cuore.

Perché i pazienti sono battiti di anima, non solo corpi da curare, seguendo algoritmi rigorosi.

Lo sa bene la dottoressa Tiziana Maniscalchi, che non si fa fatica a definire un “Medico in prima linea”, paragonandola di merito a quei sanitari audaci e instancabili, di cui raccontava una celebre serie tv degli anni ’90.

Era la fine del 2019 quando la dottoressa Maniscalchi veniva nominata direttore facente funzioni del Pronto Soccorso dell’ospedale Cervello di Palermo. Un punto di arrivo importante, per una medico che da una vita fa della Medicina d’urgenza la sua vocazione. Venticinque anni passati nei Pronto Soccorso, reparti difficilissimi, dove “vediamo di tutto e di più”, come sono soliti dire i medici, che in quei reparti vi lavorano.

Passano pochissimi mesi e succede quel che non era previsto. Arriva la pandemia e l’ospedale Cervello diventa uno dei principali punti Covid dell’Isola. Una realtà sanitaria che deve reinventarsi dall’oggi al domani.

Il Pronto Soccorso diventa un quartiere generale, il via vai si incrementa giorno dopo giorno. Si eseguono i tamponi, ci vuole cautela, ma al contempo occorre capire in tempi brevi come e quanto la malattia ha colpito l’organismo, così da far partire la macchina delle cure.

La dottoressa Maniscalchi è alla guida di un team che deve lavorare senza sosta, che deve rispondere presente all’appello del coraggio, sebbene il timore faccia capolino nel quotidiano, perché il Covid sa non perdonare. La dottoressa Maniscalchi ha dalla sua il coraggio, ma anche una tempra genuina, che ti fa sentire a tuo agio, già al primo approccio. Gliene danno merito pazienti e colleghi. Lei procede spedita, forte di un’esperienza lunga, che nell’ultimo anno ha avuto uno sprint inaspettato.

Dottoressa Maniscalchi, un’avventura che non aveva previsto ma che sta gestendo con forza da oltre un anno?

Quando sono diventata direttore del Pronto Soccorso dell’ospedale Cervello non avrei lontanamente immaginato che, da lì a poco, sarebbe arrivata una pandemia. Ho un’esperienza lunghissima in Ps, venivo da quello di Villa Sofia, quindi so bene cosa significhi lavorare nel reparto di Medicina d’urgenza di una metropoli. Il Covid però ha scompaginato le regole del gioco ed ha più volte cambiato le carte in tavola. A marzo di un anno fa ci siamo dovuti rimboccare le maniche. Non è stato facile. Mancavano le mascherine, le tute, non avevamo chiaro contro quale nemico stessimo combattendo. La scienza poneva i suoi limiti: non c’era ancora il vaccino e le terapie, come del resto anche tutt’oggi, erano sintomatiche e non risolutive. Poi, con il passare dei mesi, le cose sono cambiate. É nella natura dell’uomo abituarsi anche alle situazioni critiche, così è successo anche a noi medici. Nel frattempo abbiamo imparato a conoscere meglio il virus e oggi sicuramente abbiamo più certezze di un anno fa.

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Quale il momento più critico?

Sicuramente quando, dopo qualche settimana dall’inizio dell’emergenza, abbiamo avuto il primo caso di medico positivo in reparto. Ci è caduto il mondo addosso. Abbiamo pensato che il nemico invisibile era tra noi. Anche a questa forma di timore ci siamo però abituati, perché di contagi di sanitari ne sono poi avvenuti di altri. Ovviamente con il tempo si impara a proteggersi meglio. Da quando è arrivato il vaccino devo dire che non si sono più verificati casi tra medici e paramedici.

Parlando ancora di momenti difficili, un copione di dolore, che si ripete sempre uguale, è quello dell’addio ai pazienti anziani. Quanti ne abbiamo accompagnati alla morte. A quanti abbiamo messo l’ultima mano sulla spalla, porgendo loro il telefono per dire addio ai loro cari. Ogni volta il dolore è immenso e si lega forte a due consapevolezze: quegli anziani potrebbero essere ancora tra noi se la loro strada non avesse incrociato quella del Covid e non meritavano di morire lontani dai loro affetti.

In tempo di Covid, il medico non cura solo il corpo

Ho sempre pensato che un buon medico debba avere la dota dell’empatia. Non si può fare medicina solo pensando all’aspetto meramente scientifico. Ci vuole intelligenza emotiva, oltreché capacità medica. In questo momento particolare, queste doti debbono amplificarsi. I malati di Covid sono soli. A loro si lega un doppio dramma: la loro solitudine, ma anche quella dei loro parenti, che non possono né vedere, né toccare i loro familiari. Ed è allora che il sanitario diventa anche amico, confidente. É il gancio con la vita di fuori, che i malati di Covid, finché sono tali, non possono vivere. Abbiamo una responsabilità doppia: dobbiamo curare corpi, ma dobbiamo anche essere in grado di prenderci cura di anime.

Lei dirige una squadra, quanto è difficile coordinare un team in tempo di pandemia?

Sono fortunata, ho un bellissimo team e ne vado davvero fiera. Tra noi ci siamo fatti e ci facciamo tanta forza. Il Covid ci mette alla prova. Noi medici siamo abituati al sacrificio, ovvio però che stare dentro una tuta per ore e ore, soprattutto d’estate, non è esattamente la cosa più semplice che ci sia. Le dico una cosa su tutte, abbiamo fatto una sorta di patto: raccontarci le nostre paure. Quanto volte è successo che qualcuno tra noi abbia detto: “Ho paura, non ce la faccio!” e che qualcun altro gli abbia fatto eco e in quella condivisione abbiamo trovato coraggio. É meravigliosa la forza che si genera quando si vuole e si riesce a fare squadra. Consideri anche che, con una vita sociale esterna neutralizzata, i colleghi diventano famiglia, amici, svago.

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La criticità  che ho dovuto fronteggiare, è stato l’avere un personale risicato. A questa occorrenza si è in parte sopperito con l’assunzione dei alcuni neo-laureati, che ci hanno dato un incredibile input. I giovani medici sono linfa. Hanno tanto entusiasmo e vanno incoraggiati.

A proposito, ci racconti di lei, di quando era ancora un giovanissimo medico

Sono originaria di Canicattì, in provincia di Agrigento. A diciotto anni mi sono trasferita a Palermo per inseguire il sogno della Medicina. Completati gli studi, mi sono specializzata in Medicina d’urgenza, che è la mia passione. Ho fatto la mia gavetta: le guardie mediche nei paesini dell’entroterra agrigentino, una palestra professionale ma anche di vita. Poi, da cinque lustri a questa parte, la mia vita è il Pronto soccorso, reparto difficile ma davvero tanto importante. Lavoro anche diciannove ore al giorno, tra attività diretta e over time da remoto. Ma va bene così. É il mio lavoro, la mia vocazione, l’ho scelto e ne vado fiera. Non dimentico il mio privato: sono mamma di due ragazzine, ovviamente anche loro mio grandissimo orgoglio.

Quale la situazione Covid in questo momento nel vostro ospedale?

Ritorniamo a sentire una pressione, che per qualche settimana sembrava essersi allentata. Abbiamo una media di trenta persone in Pronto Soccorso e notiamo anche che si è abbassata l’età media dei pazienti. Quotidianamente fanno accesso da noi uno o due ventenni. Proprio pochi giorni fa, uno di questi aveva un’implicazione respiratoria importante, a dimostrazione del fatto che la malattia da Covid non ha parametri e non risparmia nessuno, soprattutto da quando hanno preso piede le varianti.

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Le varianti sono più temibili?

Sono molto più contagiose. Girano di più tra giovani e bambini e rischiano di prendere come bersaglio persone di mezza età ed  ovviamente anche gli anziani. Nel caso dei bimbi contagiati, generalmente il vettore ne esce incolume, ma le conseguenze gravi le hanno i nonni, gli zii. Abbiamo ricoverato diverse nonne settantenni, che erano state contagiate dai nipotini.

Cosa raccomanda, soprattutto in prossimità delle festività pasquali?

Di essere prudenti e di evitare gli errori fatti nel periodo natalizio. Anche un caffè tra amiche, preso a casa, senza distanziamento, può diventare rischioso, sebbene sembri una circostanza banale. Anche al supermercato occorre prudenza: è un luogo affollato, spesso le distanze non sono rispettate, i carrelli, gli sportelli, gli scaffali sono toccati da tutti. Quindi prudenza: igienizziamo le mani spesso, evitiamo pellegrinaggi quotidiani al super e manteniamo le distanze.

Occhio anche alle festicciole, perché tanto in casa, solo tra pochi intimi non succede nulla.Giorni fa abbiamo ricoverato in gravi condizioni una signora di 73 anni, facendole l’intervista, è venuto fuori che aveva partecipato a una festa di compleanno e lì verosimilmente si era contagiata. Comprendo che tutti desideriamo tornare alla normalità, ma quanto sta succedendo ci dimostra che non è il tempo di fare feste di compleanno, di organizzare cene o pranzi con amici e parenti. Mi duole dirlo, ma a Pasqua è meglio evitare reunion con gli anziani o con i soggetti fragili, perché ahimè se loro beccano il Covid è difficile che si salvino. Io non ho una vita sociale ormai da un anno. Pensa che sia facile? Non lo è, eppure stringo i denti.

Dottoressa, ormai va così da un anno, ci si sono messe anche le varianti, ne usciremo in tempi ragionevoli?

Le varianti sono nel conto di tutti i virus. Se ne usciremo? Confido fortemente nel vaccino. Da quando i sanitari ci siamo vaccinati in massa, si sono quasi azzerati i focolai negli ospedali, qualcosa significherà?

Cosa sogna per il futuro prossimo?

Di tornare ad abbracciare le persone che amo. Di rivedere i miei fratelli: uno vive in Spagna e l’altro a Milano, non li vedo da più di un anno. Di conoscere il mio nipotino. Sogno di abbracciare, questo è il desiderio più grande, la cosa che più mi manca.

 

Dottoressa, glielo auguriamo di cuore.

Grazie e ad maiora!

 

 

 

 

 

 

 

 

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