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Esistono ancora i nonni di una volta?

Un tempo li chiamavano i "salvagente" della fertilità. È ancora così?

I nonni italiani sono stati da sempre una sorta di salvagente della fertilità. Per tradizione hanno, sovente, preso il posto di asili nido e di baby sitter, sobbarcandosi l’accudimento dei piccoli, laddove i genitori non potevano adempiere in toto al loro ruolo.

Rispetto a un ventennio fa, però, le cose sono cambiate

I dati Istat rivelano che, mentre negli anni ’80 la percentuale di nonni che sceglieva di accudire i piccoli fino al 3 anno di vita era del 60%, oggi è scesa al 45%. Le cause del calo sono molteplici: l’età dei nonni è aumentata. Mentre negli anni ’80 si diventava nonni per la prima volta intorno ai 50 anni, oggi l’età media è salita a 60 anni. Ciò a discapito di un dato sull’efficienza fisica, che a 60 non è la stessa che a 50. Vi è anche un fattore sociologico ed ambientale. I nonni baby sitter sono sempre stati concentrati più al centro sud che non al nord Italia (asili nido e tate anche negli anni ’80 avevano un largo successo in regioni quali la Lombardia, il Veneto ed il Piemonte).

Oggi però si sente spesso parlare di nonni assenti

che deliberatamente decidono di non dare alcuna mano di aiuto ai neo genitori.

Ci dà lo spunto una email, mandataci da una nostra lettrice:

“Tutto avrei immaginato, ma non che i miei genitori mi voltassero le spalle in un momento tanto difficile come quello del post partum. Eppure sembravano felici all’idea di diventare nonni. Abbiamo preparato tutto con serenità. Poi il cambio di rotta. Una volta nato il bimbo, loro non mi hanno collaborata (ho avuto un cesareo) neppure per un giorno. Mia mamma non ha soggiornato a casa mia neppure dopo la dimissione giusto per darmi una mano e mi ha espressamente chiesto di non trasferirmi da lei neppure per qualche settimana. Ho fatto tutto da sola, con il solo aiuto di mio marito (i miei suoceri sono morti da tempo). Non ricordo un pasto caldo preparato per me o una volta che mia madre sia venuta ad aiutarmi nelle pulizie di casa. Chissà perché un tale atteggiamento? Ancora me lo chiedo. La sola risposta che mi è stata data riferiva di stanchezza emotiva e di reazione ai miei sbalzi d’umore. Ovviamente questa occorrenza ha creato un’irreparabile rottura con i miei. È una cosa mia interiore, che non riesco a sanare”.

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Dell’accorata email abbiamo parlato tanto con la psicologa Valeria Augello quanto con un neuropsichiatra infantile. Le risposte definiscono un quadro più generale.

I neo genitori non possono e non devono pretendere collaborazione da parte dei nonni.

(La qual cosa cambia in termini giuridici. Qualora infatti i genitori, per una causa di forza maggiore – morte, malattia invalidante – non potessero fisicamente accudire i figli, le prime figure analizzate dal giudice minorile sono proprio quelle dei nonni). I genitori devono avere contezza che l’accudimento dei figli è una loro prerogativa. Che i nonni però scelgano di aiutare è un atto importante: vuoi perché sono figure importanti e portanti nella vita del bambino, vuoi perché la neo mamma attraversa, nelle prime settimane dopo il parto, un momento assai delicato vuoi fisicamente vuoi emotivamente. Gli sbalzi umorali della neo mamma non giustificano un abbandono da parte dei nonni. Il post partum è il momento clou degli sbalzi ormonali, che creano sbalzi d’umore ma anche depressione post partum. Un clima sereno, di comprensione e condivisione sana, deve essere quello che va ricercato.

Perché i nonni, a volte, voltano improvvisamente le spalle?

Psicologicamente, l’arrivo di un bimbo è sconvolgente. È un evento lieto, che però scompagina gli equilibri familiari. Nonni fragili avranno paura di essere investiti di una forte responsabilità, nonni abituati a essere liberi, avranno paura di rimanere incastrati nel nuovo ruolo e metteranno immediatamente dei paletti. Genitori poco presenti avranno difficoltà ad essere nonni presenti. Affinché le cose tornino a un equilibrio adeguato ci vuole tempo, pazienza, comprensione. Le mamme non supportate dai nonni, non devono fare l’errore di crearsi una gabbia interiore di non accettazione dello status quo. Si rischia di deprimersi. Bisogna accettare l’assenza, prendere coscienza che le figure primarie per un bimbo sono i genitori ed accettare altre figure gregarie (baby sitter, asilo nido). Chiudersi nel dolore non serve e fa male a mamma e bambino. Intestardirsi nel pretendere aiuto è nocivo. La libertà di scelta va preservata sempre. Si può semmai tentare di far capire ai nonni quanto prezioso sia il tempo trascorso insieme ai nipotini. Una sorta di tesoretto che fa bene a nonni e nipoti. Da un punto di vista neuropsichiatrico infantile, l’assenza dei nonni non è auspicabile, ma ovviamente è superabile, grazie al ruolo dei genitori. Volendo trovare un lato positivo all’assenza, si potrà pensare alle mancate ingerenze nell’educazione dei figli e all’evitamento di conflitti, che nascono tra nonni e genitori allorquando vi sono differenze di vedute. Perché se è vero che i nonni sono una grande ricchezza, è anche vero che, in casi estremi di assenza, anche i bambini se ne faranno una ragione. Con questo articolo abbiamo esaminato dei casi limite. Fuor di statistica, l’esperienza comune insegna, che buona parte dei nonni, per fortuna, è presente almeno quel tanto che basta per adempiere al ruolo e far felici i nipotini. Perché i nonni, si sa, sono complici delle marachelle più divertenti e dicono quei “sì”, inammissibili per i genitori, ma che i nipotini ricorderanno, con amore, per tutta la vita.

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