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Esiste la compressa che cura il Covid, ma in Italia un solo volontario per sperimentarla

Nove i centri italiani deputati alla sperimentazione, uno di questi al Policlinico di Palermo. Mancano però i volontari. Il punto con il professore Antonio Cascio

Una pillola per curare il Covid a casa?

È la funzione della compressa antivirale Molnupiravir, che non è un farmaco specifico  per Covid, ma che è attivo nei confronti  dei virus a Rna, categoria alla quale appartiene anche il Sars-Cov-2.

Il farmaco, già sperimentato in laboratorio, si sarebbe rilevato efficace se usato precocemente in caso di malattia da Covid 19. Lo hanno messo a punto due case farmaceutiche Eidd e Mk e permetterebbe di curare il temuto virus senza necessità di ricovero ospedaliero.

L’ok alla sperimentazione sull’uomo è stato dato già da luglio scorso, il problema è che in molti paesi occidentali, compresa l’Italia, mancano i volontari.  Nove i centri italiani autorizzati per la fase III di sperimentazione, con un appello che circola da due mesi. Nella penisola però solo uno è stato il malato che ha scelto di sottoporsi alla cura, è un volontario trattato al reparto di Malattie infettive del San Martino di Genova. Ne ha dato notizia nei giorni scorsi il direttore del reparto, il professore Matteo Bassetti.

Nel resto del mondo la sperimentazione procede, soprattutto in quei paesi in cui il vaccino non è ancora arrivato nella misura auspicabile. Il Sudamerica è capofila della sperimentazione, con quasi seicento volontari, segue la Russia con 262, il Sud Africa con 171 e quindi gli USA con 82 “arruolati”.

Anche in Sicilia è possibile aderire allo studio randomizzato, poiché l’Unità operativa complessa di Malattie infettive e tropicali, diretta dal professore Antonio Cascio, è un centro autorizzato a tale sperimentazione.

Professore Cascio, perché questa carenza di volontari?

Che in Italia vi sia un solo volontario e nei paesi poveri ve ne siano centinaia si può spiegare in una logica vaccinale. La campagna vaccinale in Sudamerica e in Africa non ha, ahinoi, le proporzioni europee. Ci si ammala di più e le frange no vax sono esigue. Non è inoltre difficile immaginare che, nel mondo occidentale, Italia compresa, chi si ammala con sintomi non si sia voluto vaccinare ed abbia quindi reticenze anche a sperimentare un nuovo farmaco.

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La sperimentazione, fino al punto in cui è arrivata, conferma l’efficacia di questo nuovo antivirale?

Allo stato dell’arte i risultati sono incoraggianti, quindi siamo fiduciosi in questo nuovo farmaco.

Ci ricorda i requisiti per aderire allo studio randomizzato?

Occorre essere maggiorenni, non ancora vaccinati, positivizzati al tampone da meno di 5 giorni, con sintomi lievi per i quali non è necessario il ricovero. Rientrano nelle categorie richieste: obesi, cardiopatici, diabetici, con BPCO (broncopneumopatia cronico-ostruttiva), pazienti con età maggiore di 60 anni o con insufficienza renale cronica o con un cancro attivo.

Come avverà la sperimentazione del farmaco sul paziente?

Voglio anzitutto specificare che il termine sperimentazione non deve fare paura. Ahimè negli ultimi mesi è stato usato e abusato, quando in realtà rientra in tutti gli iter di messa a punto dei farmaci: dalla comune e tanto usata aspirina fino ad arrivare ai vaccini di ultima generazione. Per quanto riguarda lo studio in esame, somministreremo ai pazienti una pillola, due volte al giorno. Come è ovvio nelle sperimentazioni, a taluni pazienti sarà somministrato il farmaco, ad altri il placebo. Fermo restando che tutti saranno in ogni caso trattati con le terapie standard attualmente raccomandate per tale patologia. Chi vuole aderire alla sperimentazione può mandare una email al seguente indirizzo: studio.antivirale.covid@gmail.com.

Il farmaco è ben tollerato?

Finora sembrerebbe di sì. Siamo fiduciosi. La sperimentazione, come sempre accade, servirà per confermare ulteriormente questo dato.

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