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Lodi, io e mia figlia in ospedale e una paura più grande di noi

A Lodi più che la malattia temiamo le conseguenze umane e sociali del Coronavirus

Lodi é la provincia blindata. Lì la parola Coronavirus per la prima volta ha terrorizzato l’Italia. Succedeva appena una settimana fa. Un tempo che ha avuto proporzioni senza calcolo. Lunghissimo per le famiglie in quarantena, ritmico e veloce per la logica delle notizie, che si inseguono una sull’altra, facendo spazio a quella che ha più appeal tra chi legge, ascolta, guarda. A Lodi vive Valentina Scarnà, di origini siciliane, che da diversi anni ha lasciato la provincia di Agrigento per andare a lavorare al nord. Valentina lavora nel comporta scuola. A Lodi con Lei anche il marito Giuseppe, la piccola Ginevra e i nonni. Valentina racconta del Coronavirus come di un problema umano e sociale, che va ben al di là della malattia in senso stretto. Valentina teme, per la sua famiglia, per la sua bambina, per i nonni che non sono ovviamente dei ragazzini. Teme un’urgenza, che non necessariamente debba collegarsi al Covid—9. Gli ospedali sono saturi, lei stessa ne ha avuto prova per un ricovero della piccola, avvenuto proprio nei giorni dell’inizio del caos. Non un accesso al Pronto Soccorso, per un eccesso di ansia. Tutt’altro. Una fuga in ambulanza nottetempo, quando in tutto il lodigiano, tra il terrore e l’incertezza, rimbalzavano tre sole parole: coronavirus, paura e contagio. La domanda: se dovessimo avere un altro bisogno improvviso, serio, come potrebbero aiutarci? I posti letto negli ospedali sono all’osso. Le ambulanze fanno fatica a fronteggiare le tante chiamate. Nelle corsie si respira un clima d’allerta che terrorizza. Per quanto nel lodigiano, in tutta la Lombardia, potremo sostenere questo stato di cose?

Valentina, raccontaci di come è iniziato tutto?

Venerdì, come ogni mattina, ho accompagnato mia figlia al nido e mi sono recata a  lavoro.
Sapevamo già che c’era un trentottenne risultato positivo al test, ma la cosa non ci ha turbato più di tanto.
Verso le 10 a scuola non si parlava d’altro. Passavano le ore e la tensione continuava ad aumentare.
Ma anche in quel caso ho mantenuto la calma, ho pensato che fosse solo ansia, in parte immotivata.
Intorno alle 15, mentre andavo a prendere mia figlia al nido, mi arrivano tutta una serie di chiamate di amiche allarmante. Inizio a capire che la paura aveva preso il sopravvento.
Nel tardo pomeriggio arriva la prima circolare: “La Prefettura di Lodi non ha ritenuto di dover chiudere le scuole cittadine. Pertanto, nella giornata di domani le lezioni si terranno senza la presenza di studenti, docenti e personale provenienti dai paesi indicati nell’ordinanza ministeriale”.
Così inizio a preoccuparmi, il nido è il regno dei virus e mia figlia ha tantissimi compagni e non sapevo se qualcuno provenisse  da quella che poco prima avevano denominato la zona rossa.
Dopo qualche ora arriva la seconda comunicazione: “Tutte le scuole cittadine rimarranno chiuse per 7 giorni, a partire dalla giornata di oggi, 23 febbraio, fino a sabato 29 febbraio.”
È in quel momento che inizio a preoccuparmi.

 

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Nel lodigiano il grande allarme mediatico è anche reale?

A questa domanda dovrebbe rispondere chi di competenza, ma penso che se decidi di blindare interi paesi, non permettendo ai cittadini di uscire ed entrare liberamente da questi, una ragione deve pur esserci.
Non puoi costringere “ai domiciliari” migliaia di persone senza motivo
È ovvio che tutte le persone che vivono nei paesi limitrofi hanno iniziato ad avere paura e barricarcarsi in casa
Io non ho fatto il tampone, ma ho amici che dovrebbero farlo perché hanno frequentato persone risultate positive.
In merito ai sintomi, ho il raffreddore, da una settimana, e ho frequentato l’ospedale ma non sto così male da pensare al coronavirus. Quindi cerco di essere positiva.

 

Sabato scorso, Mentre vige il panico collettivo da Coronavirus, la tua bimba sta male

 Sabato notte Ginevra non stava benissimo, aveva la febbre quasi a 40 quindi ho chiamato il 112. Il medico del pronto soccorso mi ha seguita telefonicamente e con la tachipirina, in un primo momento, la temperatura si era abbassata.
Domenica continuava ad avere la febbre alta, quindi ho deciso di chiamare la pediatra per chiedere se dovevo somministrare qualcos’altro.
Lei mi dice che poteva solamente fare una prima valutazione, sempre telefonica, e indirizzarmi al 112.
Non volevo portare Ginevra al ps era troppo affollato.
Finalmente sabato sera la febbre si abbassa, ma durante la notte è così alta da provocarle delle convulsioni febbrili, molto comuni in età pediatrica, mia figlia ha venti mesi.
A quel punto richiamo il 112, che ritiene di dover intervenire mandando un’autoambulanza.
Inizia così la mia epopea, il pronto soccorso di Lodi era stracolmo di gente e arrivavano autoambulanze in continuazione. Ci hanno trasferite immediatamente in pediatria, primo scoglio superato.
Munite di mascherine, abbiamo attraversato il reparto con l’ansia alle stelle.
Diciamoci la verità, allarmismo, ipocondria, banale influenza in quel momento si trasformavano in una sola parola: paura.
Paura di stare dentro l’ospedale, della gente che avevi a fianco, dei tuoi simili, diffidenza innaturale, come mai ne avevo provata prima.
Tutti in  firo con quelle mascherine: un incubo. Siamo state ricoverate per quattro giorni, Ginevra è stata sorprendente.
Lei, vivace dalla nascita, è riuscita a rispettare  tutte le restrizioni dell’ospedale dettate dall’emergenza.
Divieto di uscire in corridoio o giocare in ludoteca, niente visite di parenti o amici.
Quattro giorni rinchiusa in quella stanza, nonostante, fosse completamente sfebbrata dopo il ricovero.
Ma c’era di peggio, c’erano ragazze che aspettavano di partorire consapevoli che nessuno, a parte i papà, avrebbe visto i piccoli prima delle dimissioni. Ho provato tenerezza. Mi sono immedesimata. Sono mamma da poco ed ho provato a immaginare il loro stato d’animo senza poter avere la carezza della loro madri a confortarle.
Nessun nonno davanti alla sala parto, una tristezza infinita.

Come vivi questi giorni di isolamento?

Io sono fortunata, lavoro a scuola di conseguenza posso tenere Ginevra con me, altri possono usufruire dello smartworking, lavoro in autogestione a distanza (o meglio, sono stati costretti).
Per tutti gli altri è una situazione ingestibile. Per il resto un po’ abbiamo paura, un po’ siamo rassegnati. Il panico del contagio ha ceduto il posto al bisogno di normalità. Esco di casa, vado a fare la spesa ed ormai non sto lì a farmi duemila domande, come se l’aria stessa potrà infettarmi. C’è un allarme collettivo più grande di noi, la vita però deve andare avanti. Abbiamo saputo che le scuole seguiteranno a rimanere chiuse, quindi dovremo inventarci qualcosa per intrattenere i bimbi. Essere si prudenti, ma consapevoli che non ci si può barricare in casa.

Cosa temi in questo momento?

Più che il Coronavirus mi fa paura il caos che ha generato e ancor di più la gente che si atteggia su i social parlando di Coronavirus: da quelli che dicono di vivere nell’ansia e sono a migliaia di km dalla Lombardia e non frequentano aeroporti da mesi, a quelli che sostengono che tutto sia stato gestito nei migliori dei modi, o ancora peggio quelli che fanno i coraggiosi da lontano e ti considerano esagerata senza aver vissuto in questo caos. Non è una banale influenza, lo stato di allerta che si vive da queste parti lo dimostra. Temo l’ansia, la stanchezza, che sta assalendo noi che viviamo nella provincia “rossa”. Al contempo comprendo che  non possiamo vivere a tempo indeterminato in una condizione surreale, dove il simile ci sembra un potenziale assassino. Temo il coronavirus nella sua dimensione umana e sociale, quella che sta facendo molti più danni della malattia stessa.“

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