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Ciao Ibhraim, che mi hai insegnato che il razzismo è una grande burla

Nunzio Ingrascì è un ragazzo della provincia agrigentina. Ci racconta di un'amicizia cristallina e di un insegnamento che andrà oltre la morte

Nel mio paese d’origine, Casteltermini, sui monti Sicani, anni fa arrivò un gruppo di ragazzini di colore. Sarebbero stati ospiti di una comunità e avrebbero iniziato a fare vita da castelterminesi. Una parte della gente del paese non si entusiasmò di fronte alla novità. Timori atavici, diffidenza, luoghi comuni. Poi, come è d’uso per le regole non scritte del vivere insieme, la nuova realtà si armonizzò con quella che la ospitava. L’armonia diventò integrazione naturale, carica di movimenti di cuore: sorrisi, partite di calcetto, feste di compleanno, cene multietniche, che erano dei veri e propri inni alla vita. Poi il dolore, quando la comunità, per volontà istituzionali, dovette chiudere i battenti, i ragazzi andare via e quei castelterminesi che li avevano accolti come amici, nipoti, sorelle e figli, versare lacrime per quei ragazzi, che non erano per come in diversi avevano temuto. Uno di quei ragazzi, il gambiano Ibrhaim, all’epoca ancora poco più che un bambino, oggi non c’è più. É morto a Palermo, a soli diciotto anni di leucemia. La sua storia l’ha raccontata la giornalista Gioia Sgarlata tra le colonne di Repubblica. È rimbalzata su quel potente canale che sono i social e che, in questo caso, si è fatto vettore di misericordia, di quel dolore buono, che quando lo attraversi ti lascia un insegnamento e ti rende migliore.

Ibrhaim e Nunzio, un’amicizia ragazzina e sincera

Ho letto di Ibrhaim sul profilo facebook della mia collega Lidia Tilotta, che ne parlava cuore a cuore. Ho voluto approfondire, mi sono resa conto che quel ragazzo, diventato noto suo malgrado, era passato per il mio paesello sui monti, che in tanti gli avevano voluto bene e oggi lo piangono.

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Ho sentito Nunzio Ingrascì, un ragazzone castelterminese, dal cuore buono, dagli occhi gentili, dai modi educati. Nunzio in paese lo conoscono tutti: è attivo in parrocchia, ha i modi accoglienti di chi riesce a farsi volere bene d’impatto. È attivo nel sociale ma anche sui social, dove, a dispetto dei suoi soli 18 anni, sa essere saggio, dispensare parole di inclusione. Nunzio, d’emblèe, lo definirei un pacifista sincero.

Le parole di Nunzio verso Ibrhaim

Ho saputo della sua morte mentre mi trovavo al supermercato. L’ho saputo dai social. Mi sono messo a piangere a dirotto. C’era tanta gente intorno, ma io non riuscivo a frenare il mio dolore. Ci eravamo sentiti pochissimi giorni fa, venerdì scorso per l’esattezza. Avevamo chattato su whatsapp.

“Amico mio caro, come stai?”

“Bene” mi aveva risposto lui.

Sapevo benissimo che stava male, che si trovava in ospedale. Per un attimo però ho creduto davvero al sogno della ripresa. Poi era felicissimo. Lo aveva chiamato al telefono Laura Pausini, lui la amava alla follia. Sognava di poter cantare con lei a un suo concerto. Ibrhaim componeva canzoni. Aveva due grandi passioni: la musica e il calcio. Era al settimo cielo. Mi raccontava che la Pausini gli aveva promesso che avrebbe realizzato il suo sogno. Non avrei mai immaginato che sarebbe finita così. Non mi do pace.

I momenti felici

Con Ibrhaim ho vissuto momenti spensierati, di vera amicizia. Quell’amicizia semplice, che ti resta nel cuore per sempre. L’ho conosciuto quando viveva in comunità a Casteltermini. All’inizio guardavo da lontano questi ragazzi di colore. Non perché io sia razzista, quanto perché non conoscevo la loro storia, la loro religione,  il loro passato. Pian piano mi sono avvicinato ed ho compreso che avevano bisogno di una pacca sulla spalla, di inclusione, di un abbraccio sincero. Con Ibra Frequentavamo insieme le lezioni della scuola serale. Lui amava molto studiare. Prometteva bene, era uno dei più bravi della classe. Eravamo diventati amici-fratelli. In quegli anni, ho conosciuto molti ragazzi di colore, ma Ibra era il più speciale, aveva un cuore d’oro, non potevi non volergli bene. Poi la sfortuna. Si ammalò nel periodo della scuola e ricordo che insieme a una prof. andavamo a trovarlo per fargli fare i compiti. Era lui a dare coraggio a noi. Durante gli esami, era il 2018, si presentò, ma poi si sentì male. Non fece però intendere nulla alla commissione. Non si dava per vinto, era caparbio, positivo. Sapeva di avere una malattia grave, ma era combattivo, non si lagnava, anzi, pensava al futuro con fiducia. Con Ibra ho sperimentato che si può essere grandi amici, ritrovarsi nella buona come nella cattiva sorte, senza necessariamente doversi vedere ogni giorno. Non lo incontravo da circa due anni, da quella volta agli esami di scuola serale. Però ci sentivamo tutti i giorni. Ogni mattina, puntuale, ci scambiavamo il messaggio del mattino, quattro chiacchiere in semplicità e quindi partiva la giornata. Non conosco molto della sua vita prima dell’Italia, del Gambia. So che aveva lì i genitori e che era figlio unico. Era un ragazzo riservato, ma sapeva aprirti talune porte del cuore, che lo hanno reso indimenticabile.

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Cosa mi ha insegnato Ibrhaim

Un’amicizia autentica. Anzitutto quello. La solarità e l’impegno. La capacità di saper sorridere anche nella sofferenza. Il talento di saper sognare anche quando hai davanti il buio. Soprattutto mi ha lasciato un messaggio di inclusione e di speranza. Quando viveva a Casteltermini insieme ad altri ragazzi di colore abbiamo sperimentato il confronto: di idee, di tradizioni, di sapori. Abbiamo compreso che il razzismo è davvero una grande burla. Mi manca già, mi manca tanto, mi manca quell’ultimo abbraccio che non ho potuto dargli e quel ti voglio bene che non ho fatto in tempo a pronunciare. Ad (Dio) grande amico mio e grazie di tutto.

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