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Io che ho vissuto tre pandemie, quelle del passaparola e quella del delirio social

Annamaria Calderone ci racconta il suo impatto drammatico con l’Asiatica e come vive da over ‘70 l’allerta Coronavirus

Annamaria Calderone è un’insegnante in pensione e vive a Palermo. Ha conosciuto due pandemie, anzi tre, se vogliamo anche contare la “spaziale” del 1970.

Di Asiatica e di Coronavirus  Annamaria parla speditamente, una l’ha conosciuta da vicino, l’altra dal bombardamento mediatico di questi giorni. Annamaria, che è un over 70, insieme al marito Giovanni, già da oltre una settimana, seguono alla lettera le indicazioni governative.

“Di solito non esco molto, per cui la mia routine quotidiana non è cambiata. Mio marito continua ad uscire solo per le attività necessarie: spesa, farmacia e qualcosa di improrogabile. Tutto il resto viene rinviato a tempi migliori. Ritengo che sia stato saggio emanare queste direttive e le abbiamo accolte molto positivamente.”

La pandemia: evento colossale e raro. Tu ne hai vissuta un’altra, che ti ha coinvolta direttamente.

Avevo dieci anni, era il 1957 quando in Sicilia arrivó la temutissima Asiatica, l’influenza che arrivava da Oriente e che seminava vittime in giro per il mondo. Ci preparavamo alla vendemmia. Mio padre aveva dei possedimenti agricoli nell’agrigentino, settembre era un momento cruciale nella vita dei campi. Andó nei fondi per organizzare il lavoro insieme agli operai, quando iniziò a stare male. Era giovane, quarantenne. Ricordo un particolare: si mise a letto, gli mancavano le forze. Da lí inizió un lungo periodo tra speranze, riprese e aggravamenti. Insieme a mio papà si ammalarono, uno dopo l’altro, mia madre, mio fratello e la mia adorata zia, che fu l’ultima in ordine di tempo a esserne contagiata ed era la sola che, fino a quel momento, era riuscita a prendersi cura di me.

Cosa accadde a quel punto?

Ero una bambina e dovetti diventare il timone della mia famiglia. L’Asiatica aveva azzerato le forze di tutti, il più grave era mio padre. Io, che ero la più piccola di tutti, miracolosamente la scampai. Tempo dopo seppi che anche Giovanni, che poi sarebbe diventato mio marito, si trovò nella mia stessa condizione. Quando si dice il destino. Vivendo in un paesino di collina, Casteltermini, gestire le piccole faccende quotidiane, quelle necessarie per sopravvivere, era facile. Ricordo un paese deserto, un clima desolato e io che non avevo una consapevolezza reale di quel che stava capitando.

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Come arrivavano le notizie sull’asiatica al tempo?

Con i giornali, che io ero abituata a leggere perché papà li acquistava sempre e quindi mi aveva abituata a esserne fruitrice. Poi con il passaparola. I quotidiani riportavano il bollettino dei morti e dei casi gravi. Ci si informava, si aveva timore, ma si doveva comunque andare avanti. All’epoca, specialmente in un paese di collina, pensare a soluzioni quali i respiratori e terapia intensiva, era utopia. Il concetto di quarantena era molto relativo. Non ricordo che le famiglie si dividessero, sebbene vi fossero casi di contagio. La soluzione era una: il medico di famiglia, figura di scienza ma anche simbolica di cui ci si fidava e che somministrava cure, perché ricordo che per l’Asiatica c’erano delle cure, a differenza che per il Coronavirus. Oggi abbiamo a nostra disposizione strategie di contenimento, ben rappresentate nei recenti decreti, che mi auguro siano seguiti alla lettera.

Come andarono le cose?

La mia famiglia si salvó tutta. Pensate che la mia adorata zia è ancora viva, è un’ultra novantenne, che ricorda ancora quel brutto periodo. Fu un momento di dura prova per il mondo intero. Ricordo che l’Italia ne venne fuori in un paio di mesi o poco più. Si contarono morti e casi gravissimi. La nazione dovette leccarsi le ferite, ma è storia che poi arrivò la ripresa ed il boom economico. Si voltó pagina e si ricominció a vivere con la marcia ingranata.

Cosa pensa del Coronavirus? Le fa paura?

Non ho paura, solo la consapevolezza che per noi contrarre la malattia potrebbe essere pericoloso, se non fatale, ma non c’è assolutamente panico.  Affrontiamo il prossimo futuro con serena accettazione ma anche con la speranza di evitare il contagio. Parlavamo di asiatica e penso che ció che sta succedendo oggi  sia molto più grave, totalizzante e pericoloso, a livello individuale e sociale e che potrà avere dei risvolti economici rilevanti. L’Asiatica da endemica diventó pandemia in circa tre anni. Il Coronavirus, per via della globalizzazione e della facilità di spostamento, ha corso veloce in giro per il mondo. Penso anche che ne usciremo. Ci vorrà qualche mese ma ce la faremo. Penso anche che di dovrebbero trovare equilibrio nell’informazione. Sí a quella buona, che informa formando, no al delirio social, che mette solo panico e potrebbe diventare delirante per chi è ansioso o mentalmente labile. Invoco equilibrio nella comunicazione.

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Come si svolgono le sue giornate in questo periodo?

Si svolgono quasi come al solito, magari con un pizzico di prudenza in più: qualche faccenda di casa, specialmente al mattino, nel pomeriggio un po’ di riposo con letture, enigmistica, un poco di TV,  preghiere, come sempre e  infine  qualche telefonata ai familiari prima di preparare e consumare la cena. L’unica differenza è che in questi giorni non ho fatto alcuna uscita mattutina per piccole commissione o per sgranchirmi le gambe.

Lei ha vissuto ben tre pandemie. Non è un’esperta scientifica, ma ha una certa esperienza di vita vissuta. Pensa che finirà tutto?

Penso che prima dell’estate finirà ma ritengo che ognuno di noi sarà un po’ diverso, ci leccheremo le ferite, si farà la conta finale, si faranno i bilanci anche dal lato economico. Quello che spero è che questo difficile vissuto ci renda tutti più consapevoli, più grati alla vita, meno dipendenti dalle cose fatue, che si sia capaci di rimboccarsi la maniche per realizzare una nuova rinascita della nazione, come successe nel secondo dopoguerra.
Grazie Annamaria.
                   Annamaria con il marito Giovanni

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