L’incoscienza di un selfie sul porticciolo mentre infuria il ciclone Harry. I video della Smart mentre le onde rischiano di travolgere la minuscola autovettura. E ancora i post sfacciati di un padre, che racconta sui social di avere sprezzato il pericolo e di aver ammirato, insieme al figlio, la furia del maltempo. L’allerta rossa stavolta è stata ampiamente annunciata e se qualcuno era in mezzo alla tempesta, scampandola, non si può dare la colpa a chi non aveva avvisato prima. Eppure è stato un continuo postare video della pioggia battente, delle raffiche di vento a forza massima, delle onde sbalorditive e perfino di un bagno al mare, fatto da un emerito incosciente, all’alba del giorno segnato rosso da tutti i bollettini meteo. Postare e condividere. Un imperativo che ha invaso le vite dei più. Vale per i momenti catastrofici ma anche per quelli da ordinaria amministrazione: una cena con gli amici, le attività sportive dei figli, una creazione culinaria, un reportage di viaggio e con tanto di scatto ad alto rischio. Se non fotografi e non condividi è come se non avessi vissuto. Poco importa se mangerei una pietanza fredda, se rinuncerai alla conversazione o se rischierai di cadere giù da un dirupo pur di fare una foto mozzafiato. Dove è finita l’aderenza con il reale? La domanda é suffragata dal fatto che pur di documentare e fare “sharing” compulsivo si mette a rischio la stessa vita. Perché succede questo? Ne abbiamo parlato con il professore Daniele La Barbera, psichiatra e docente Unipa.

Condividere sui social è diventato più importante di vivere. Perché ci sta succedendo questo?
Penso che certamente ci sia una smania imperante di fissare immagini della realtà per per avere like virtuali e successo mediatico. Nel caso della recente allerta meteo é successo che invece di aderire all’esperienza impegnativa di un ciclone che ti può sommergere, pensiamo appunto alle immagini della macchinetta Smart in mezzo alla tempesta, é come se fissassimo la realtà come un simulacro di esperienza. Siamo più presi dalla digitalizzazione e dalla condivisione che non dal vivere l’esperienza e nella fattispecie dallo scampare il pericolo.
Questa mania di condividere riguarda anche momenti molto ordinari della vita
Certamente. Non ci godiamo un pranzo se prima non abbiamo fotografato il cibo, non iniziamo un momento conviviale se non abbiamo fatto il
selfie di gruppo da postare, a dimostrazione della nostra ricca vita sociale. La nostra mente è proiettata alla cattura di immagini e alla condivisione. Tutto ciò crea una cultura per cui è come se non dessimo più importanza alla realtà quanto alla possibilità di condividerla. Si crea uno scarto in cui purtroppo l’umanità perde la profondità e il senso all’esperienza che sta vivendo. Da psichiatra ho la sensazione che buona parte del disagio che la gente vive sia legata a una sorta di erosione progressiva del sentimento del reale. Succede ormai a tutte le età e ahimè questo fenomeno di minimizzazione delle esperienze e dei sentimenti coinvolge anche i giovanissimi.
Ci spieghi meglio cosa rischiano i nostri ragazzi in questa immersione social pressoché totalizzante?
É come se i giovani avessero difficoltà a comprendere che la vita reale ha uno spessore e una consistenza che richiede cautele ed è ben diversa dal mondo patinato dei social dove tutto é perfetto, le vite sono esteticamente intatte come certi panorami, certe comitive o ancora certe deliziose pietanze. Faccio un esempio pratico: il ragazzo che ha accoltellato il compagno pare che desiderasse capire cosa si provi a uccidere una persona. Questa sarebbe la dimostrazione di quanto la realtà virtuale ha invaso la vita reale. Videogiochi violenti, serie tv distopiche, influencer che inneggiano al sangue sono pezzi di un grande puzzle che spiega la deriva emozionale dei nostri giovani. Questo processo l’ho individuato quando si lanciavano le pietre dal cavalcavia e quello è stato il primo episodio in cui abbiamo compreso che i ragazzi non vivono più la realtà ma una rappresentazione distorta di questa. Stiamo facendo una sovrapposizione tragica e terribile tra ciò che è vero e la finzione di un videogame. Tornando quindi al tema centrale dell’intervistato, il sentimento di realtà si indebolisce al
punto da farci rischiare la vita.
A tal proposito il pensiero va alla tragedia di Crans Montana?
Assolutamente sì. Invece di scappare io filmo come se lo schermo, proiettandomi nel
virtuale, potesse proteggermi. Questa è la prova massima di mancata aderenza
con la realtà. Probabilmente se non fosse tanto travolgente e ormai naturale la smania di virtualità e di condivisione, quella notte si sarebbero salvare molte più persone. Il nostro funzionamento mentale sta ahimè regredendo e questo per via dell‘abuso di tecnologia e di virtualità. Lo dimostra il fatto che non ci rendiamo più conto dell’esposizione al
pericolo.
Il fenomeno dello sharing compulsivo riguarda tutti, anche gli adulti. Professore, cosa vogliamo dimostrare postando continuamente il lato bello o esaltante della nostra vita?
In pochi anni abbiamo sostituito il
valore della privacy con la publicy. Se non mi rendo pubblico non sono nessuno e per essere all’altezza degli altri devo ostentare un benessere irreale. La realtà quindi si indebolisce perché questa va vissuta non ostentata. Se continuiamo
cosi andremo verso un declino e una banalizzazione della vita e dei suoi valori senza precedenti.
Cosa possiamo fare per migliorarci e per educare i più giovani verso una maggiore consapevolezza dell’uso dei devices e dei social?
Il contributo dei genitori é dato dall’esempio. Se un genitore predica bene ma razzola male non abbiamo concluso nulla. Se impedisco a mio figlio di usare il telefonino ma io per primo
ne abuso quotidianamente, come faccio a essere credibile? I bimbi hanno un atteggiamento imitativo e comprendono molto di più di quanto noi possiamo immaginare. Un uso regolato, discreto, moderato del cellulare sarà un modello positivo e sano. Insegnare con i fatti ai nostri figli che conta vivere le esperienze, non fotografarle e postarle, può essere l’inizio di quell’inversione di marcia che non possiamo che augurarci.