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Vi racconto la mia Bergamo, tra campane a morto e sirene di ambulanze

La testimonianza di Patrik Pozzi, cronista de L’Eco di Bergamo

Patrik Pozzi è bergamasco e di mestiere fa il cronista per il quotidiano storico della città, L’Eco di Bergamo.

Il prezzo che la provincia sta pagando, da quando è scattata l’emergenza Coronavirus, è altissimo. Più di mille morti, con una velocità di decesso che nei giorni scorsi ha sfiorato il numero di un morto ogni mezz’ora.

Abbiamo chiesto a Patrik Pozzk di fare il punto della situazione.

Quanto é drammatica la situazione a Bergamo?

Lo é moltissimo. Pensa che io ero tra quelli che all’inizio aveva preso la cosa sotto gamba. Credevo si stesse dando troppo peso a un fenomeno che somigliava a un’influenza. Pensavo questo fino a una ventina di giorni fa, periodo in cui facevo ancora una vita normale, compresi i pranzi e le cene con i colleghi al ristorante. Ventiquattr’ore prima del decreto restrittivo del sabato notte, a Bergamo alta la gente faceva l’aperitivo, pranzava fuori sotto un sole primaverile. Mi permetto di dire però che non fosse superficialità quanto inconsapevolezza. Oggi i morti non si contano. Gli accessi ai pronto soccorso sono a migliaia. Non esiste più un triage dedicato, perché ogni giorno vi è un delirio di accessi per sintomi da Coronavirus.

Quando avete capito che la situazione era critica?

Purtroppo le cose sono improvvisamente precipitate. Forse si sarebbe dovuta delimitare, a suo tempo, un’ulteriore zona rossa nella provincia di Bergamo, parallelamente a quella di Codogno e Vo’. Fatto sta che da un giorno all’altro in tutta la bergamasca abbiamo iniziato a sentire solo due tristi suoni: le campane a morto e le sirene delle ambulanze e purtroppo va ancora avanti così.

Quanti morti?

Tantissimi. Pochi giorni fa i 243 sindaci della provincia di Bergamo hanno mandato una lettera disperata al Governo con la richiesta di chiudere tutto, quando per tutto si intende qualsiasi esercizio commerciale. Si parlava di mille e passa morti. Nel mio paese, Caravaggio, si parla di cinque morti al giorno, un numero drammaticamente straordinario.

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Eppure ancora c’è qualcuno che parla di eccessiva drammatizzazione della realtà

Qui parlano i numeri, che sono noti e due immagini su tutte: la fila di camion dell’esercito con le bare dentro e la fila di ambulanze davanti al Pronto Soccorso del Papa Giovanni. Vi dirò di più, resterá celebre il corteo di camion con 87 bare. Il giorno dopo ve n’è stato un altro con 70 e il giorno dopo ancora la stessa storia. Oggi ancora camion con una quarantina di bare. Immaginate il dolore di quei parenti che vedono portare via i loro cari dentro un mezzo dell’esercito. Pensate pure che non si celebrano neppure i funerali. Una situazione devastante.

Che fine fanno i morti di Coronavirus bergamaschi?

Useró un termine triste ma vero. Le bare sono prima ammassate nei vari cimiteri della bergamasca. Quindi sono trasferite nei forni crematori anche delle regioni vicine. Il forno di Bergamo non è sufficiente per la mole di lavoro. La cremazione è necessaria per ragioni igienico-sanitarie. Tante salme sono in attesa di essere cremate. Tante famiglie soffrono non solo la perdita ma anche l’impossibilitá di quel saluto finale, che avrebbe potuto rendere meno drammatico il distacco.

Muoiono anche i giovani?

Purtroppo sí. La mamma e il carabiniere quarantenni, deceduti nei giorni scorsi ne sono un esempio. Molti quarantenni sono in condizioni serie, compreso un collega giornalista. Tra l’altro questa malattia ha un andamento strano. Un giorno prima senti il malato al telefono, il giorno dopo senti che è morto per una crisi respiratoria improvvisa. Ovviamente muoiono più gli anziani. E muoiono in proporzioni assurde. Possiamo dire con certezza che la provincia di Bergamo sta perdendo la sua memoria storica: la generazione che va dai 70 agli 80 anni non esiste quasi più. All’Eco di Bergamo abbiamo ogni giorno 12 pagine di necrologi. Le pagine della provincia hanno spazio solo per raccontare le storie di morti conosciuti in provincia: politici, imprenditori, sacerdoti, medici, infermieri. I contagi sono così alti che si usa la metafora che il virus sia nell’aria.

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Tanto dolore ma anche tanto impegno sociale

C’è dolore ma anche speranza. Sono attive tante associazioni di volontariato . Si fanno tante raccolte fondi. In soli quattro giorni sono stati raccolti più 200 mila euro nella mia zona, la pianura bergamasca, per comprare delle attrezzature ospedaliere. L’associazione dei baristi cinesi ha comprato 5000 mascherine, che saranno presto distribuite. Questo movimento di cose buone aiuta tanto.

Qual è la vita del cronista a Bergamo?

Ci muoviamo esclusivamente per ragioni di servizio. Ci muoviamo raramente ed a turno, ovviamente per garantire il diritto di cronaca. Va così ormai da settimane. La redazione del giornale è stata letteralmente evacuata qualche settimana fa per via di un positivo. Ora è di nuovo aperta ma in sede vi sono solo due o tre persone dei settanta e passa giornalisti abituali. Lavoriamo da casa. La mia sola uscita giornalistica risale a qualche giorno fa. Dovevo fare un reportage in prossimità di un ponte. Credimi, quella mezz’ora a scattare foto, in mezzo alla natura, mi ha fatto capire quanto sia importante la libertà, l’aria aperta, il cielo azzurro. Ed ho compreso quanto sia fondamentale impegnarci oggi per recuperare al più presto tutto ciò che oggi non abbiamo.

Speriamo di recuperare tutto al più presto. Grazie Patrik e ad maiora!

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