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Tre donne al timone dell’emergenza Covid in Sicilia

Intervista alle tre primarie, Colomba, Iaria e Maniscalchi

Tre donne al timone dell’emergenza Covid a Palermo. Tre figure stimate della sanità siciliana, con percorsi diversi, ma accomunate da una volontà di ferro, dal sapere lottare a muso duro contro il virus e dalla capacità di prendere il paziente per mano, così da curarne non solo il corpo, ma anche il cuore e l’anima. Dottoresse che hanno avuto il compito di dare carezze estreme, di ingoiare lacrime e di temere anche per la propria vita. Eppure sono rimaste in prima in linea, unendo conoscenza a sensibilità, facendo prevalere il coraggio sullo scoramento, che pure deve esserci stato nei momenti più difficili della pandemia.

Sono la professoressa Claudia Colomba, primaria di Malattie infettive all’ospedale Di Cristina- Dei Bambini di Palermo, la dottoressa Chiara Iaria, primaria al reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Civico di Palermo e la dottoressa Tiziana Maniscalchi, primaria al Pronto Soccorso dell’ospedale Cervello di Palermo.

La professoressa Claudia Colomba è di Palermo, è mamma di tre figli ed ha iniziato a dirigere il reparto, che è il principale centro Covid pediatrico della Sicilia occidentale, nel settembre scorso, proprio quando i casi Covid pediatrici iniziavano la loro salita. La dottoressa Chiara Iaria è di Reggio Calabria, ma vive da tanti anni in Sicilia, anche lei è mamma di tre figli e dirige dal primo gennaio scorso un reparto che, sin da inizio pandemia, si è dedicato alla cura del virus Sars Cov.2. La dottoressa Tiziana Maniscalchi è di Canicattì, mamma di due figlie, è diventata uno dei volti simbolo della lotta al Covid in Sicilia, dirigendo quello che di fatto è stato il primo Pronto Soccorso dell’isola interamente dedicato all’emergenza. Abbiamo intervistato le tre dottoresse, così da conoscerle meglio, da farci raccontare non solo l’emergenza, ma anche la vita di tre donna in prima linea.

Quale è la situazione che state affrontando in questo momento?

Prof.ssa Colomba: Impegnativa. Tantissimi ricoveri e costante richiesta di posti letto. Sebbene sia stato ampliato il numero dei posti dedicati al COVID (ad oggi complessivamente sono 32), ci rendiamo conto che potrebbero non essere sufficienti e quindi occorre garantire un turnover elevato. Ci vuole tempismo, ma anche tanta capacità di fermarsi ad ascoltare le ansie e le domande dei genitori. Fortunatamente, nella maggior parte dei casi il COVID nel bambino decorre in modo lieve, con una sindrome influenzale, altri sintomi gastro-intestinale. Solo pochi hanno forme gravi come polmoniti con insufficienza respiratoria e sindromi infiammatorie multi-organo o MIS-C. Sono quest’ultime le forme più temute che colpiscono bimbi sani nel corso del COVID o, più spesso, dopo che l’infezione si è risolta e il tampone si è negativizzato. Anche di fronte a questi casi più impegnativi lavorare con i bambini è un privilegio perché il bambino risponde bene alle cure e nell’arco di 48-72 ore è fuori pericolo.

Dott.ssa Iaria: Oggi viviamo una situazione difficile, ma conosciuta. Due anni fa siamo stati catapultati in un’avventura del tutto nuova e l’incertezza rischiava di essere il sentimento dominante. Ricordo quando ho fatto il primo ricovero per Covid: c’era timore, ma anche la consapevolezza di dover dare il massimo per aiutare il paziente. Tra gli altri, ho curato medico di Bergamo, arrivato nottetempo nel nostro ospedale con un volo militare. Il paziente era in vacanza nell’Isola, è stato male e dalla rianimazione, dove ovviamente è arrivato in condizioni critiche, è stato poi trasferito nel nostro reparto. All’epoca si andava a tentoni, oggi è diverso. I numeri sono alti, non mancano i casi molto gravi, ma abbiamo armi potenti a nostra disposizione: i vaccini ma anche le cure con gli antivirali e gli anticorpi monoclonali. Gli scenari sono cambiati: due anni fa avevamo casi molto gravi, oggi abbiamo più problemi organizzativi, qualche energia in meno e dobbiamo lottare contro il rischio costante di focolai. Dalla nostra però c’è sempre la buona volontà e l’interesse centrale per il paziente.

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Dott.ssa Maniscalchi: Sono due anni ormai che viviamo nel cuore di una centrale operativa, che lotta il Covid. Siamo alla quarta ondata, che speravamo non arrivasse. Invece è arrivata con la sua solita liturgia di accessi continui in Pronto Soccorso, ambulanze in fila, pazienti che non si sono voluti vaccinare e che se la prendono con il sistema. Ci sono poi i meno fortunati, anziani soli, che non sapevano neppure dove e come vaccinarsi. A loro spesso abbiamo dato l’ultima consolatoria carezza della loro vita. É una situazione pesantissima, carica di fatica fisica e psicologica. Tutto è stato ed è peggio di come ci aspettassimo. La pandemia ha confermato a noi medici quanto sia difficile toccare con mano e con il cuore le sofferenze del paziente, incassare talvolta la sconfitta della morte e dover superare nel giro di niente lo scoraggiamento. Siamo ancora qui, nel pieno di un’emergenza, senza pensare ad altro, tralasciando le nostre vite lontane dall’ospedale e soprattutto le nostre famiglie. Oramai ci sentiamo i “predestinati” e non aspettiamo altro che questa pandemia finisca.

Quali le criticità del dirigere un reparto in un momento di emergenza?

Prof.ssa Colomba: Le difficoltà più grandi sono di tipo organizzativo-gestionale dovendo coordinare personale medico e infermieristico che non sempre ha avuto modo e tempo di formarsi nell’ambito delle problematiche infettivologiche. La paura del virus e del contagio rende tutto più difficile. Mai come in questo momento è indispensabile fare gioco di squadra. La nostra Unità operativa si è arricchita di nuovi medici, giovanissimi contrattisti COVID, tutti armati di entusiasmo e buona volontà, ma da coordinare e guidare. Dico sempre ai giovani che mi collaborano che dobbiamo “divertirci” nel curare i bambini con il COVID, dobbiamo essere curiosi, fare loro tante domande, capire quando il virus è entrato nelle loro case, se loro sono stati fonte del contagio o vittima, se i sintomi sono gli stessi che gli adulti ci raccontano e che il bambino invece non sa riferirci. 

Dottoressa Iaria: Il Covid non è più l’illustre sconosciuto che era due anni fa. Occorre ottimizzare le risorse che abbiamo e fare attenzione ai focolai, che possono colpire i pazienti, che vanno schermati in tutti i modi possibili, ma possono colpire anche i sanitari, riducendo di fatto una forza lavoro, che oggi più che mai è indispensabili. Occorre quindi attenzione massima, gestione del turn over nei ricoveri, così da sopperire alle tantissime richieste. Filtrare bene e tracciare i pazienti è indispensabile. Ovviamente alla base occorre una grande lucidità e tanta forza dei sanitari, condizioni che la pandemia ha messo sicuramente a dura prova.

Dottoressa Maniscalchi: Ritengo che una delle criticità maggiori, da quando è esplosa l’emergenza Covid, sia quella di aver centralizzato l’attenzione e gli sforzi medici sul nuovo virus. Ahimè non esiste solo il Covid e noi medici lo sappiamo bene. L’aver dovuto affrontare una malattia nuova, con tutte le incertezze che ha portato in dote, ha fatto sì che interi ospedali venissero dedicati alla cura del virus, laddove non è andata così, abbiamo comunque visto reparti convertiti in degenze Covid, tutto ciò a discapito di un ventaglio di patologie grande ed eterogeneo che, ovviamente, non si è risolto. Il Covid ha portato sicuramente criticità estreme, non dimentichiamo però che tanta gente è morta di altre malattie:  perché non ha più fatto prevenzione o perché non ha potuto o, per timore, non si è voluta curare.

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Dottoresse, al di là del Covid, come medici, di cosa vi occupate?

Prof.ssa Colomba: Io sono una pediatra e un’infettivologa. Partiamo da un presupposto semplice: non esiste solo il Covid e se un bimbo con il Covid sta male dobbiamo escludere che non abbia qualcos’altro associato al Covid. Guai a non pensarci. Ecco, in questo l’infettivologo fa, in era Covid, la differenza: arriva rapidamente a fare diagnosi di altre malattie ad eziologia infettiva presenti in chi ha pure il Covid. Mi spiego meglio: ad inizio dell’anno abbiamo avuta ricoverata una bimba della Costa d’avorio con il Covid. Ma il Covid era solo parte dei suoi problemi. La piccola stava male, aveva la febbre alta, il dolore addominale, era anemica e tutto questo perché a seguito di un recente soggiorno nel suo paese con la famiglia aveva contratto la malaria. La malaria è una malattia infettiva non endemica in Italia e per questo devi pensarci solo se il paziente ti racconta di aver viaggiato e soggiornato in un paese dove invece endemica è. É fondamentale dunque interrogare il genitore, fare un’anamnesi accurata, chiedere ed ascoltare. Quello di cui parlavamo prima: essere curiosi per fare la diagnosi completa che vada oltre alla positività del tampone molecolare per SARS-COV2. Altro connubio pericoloso è quello tra Covid E tubercolosi. Sempre più spesso ci troviamo a curare minori stranieri arrivati in Italia da paesi ad alta endemia tubercolare, febbrili, sofferenti con quadri polmonari brutti e tampone positivo per COVID. Ecco allora che da infettivologi dobbiamo avviare una diagnostica specifica volta a comprendere il ruolo dell’uno e dell’altro agente infettivo consapevoli che i due operano sinergicamente provocando forme cliniche più severe.

Dottoressa Iaria: Sono un’infettivologa, una specializzazione di cui, prima del Covid, si parlava poco e niente, ma che credetemi esiste da sempre ed è molto importante. Pensiamo all’Aids? Quanto importanti sono stati e sono gli infettivologi nella cura del virus da Immunodeficienza acquisita? Pensiamo all’epatite o alla meningite, anche queste malattie, di competenza primaria di noi infettivologi. Quando da Reggio Calabria sono venuta a studiare Medicina a Messina non ho avuto dubbi su quella che sarebbe stata la mia strada e devo dire che il mio percorso mi ha dato ragione. Un infettivologo tecnicamente si occupa di infezioni che possono essere di diversa natura, da quelle comuni a quelle rarissime. Infezioni da virus, ma anche da batteri e miceti. Ricordiamo inoltre che le infezioni ci sono sempre state e negli ospedali abbiamo sempre avuto i reparti pieni, ovviamente  anche prima del Covid. I reparti di Malattie infettive sono importantissimi negli ospedali anche per identificare e curare le cosiddette infezioni ospedaliere, quelle post operatorie per esempio. Ahimè in Italia gli infettivologi siamo in pochi. La nostra è una disciplina complessa, di nicchia ed anche un margine rischiosa, quantomeno nella percezione della popolazione. Ci vuole coraggio e vocazione perché, ahimè, curiamo i malati più temuti, quelli appunto che sono infettivi. Credetemi però, è una strada in salita, ma piena di soddisfazioni, soprattutto per l’animo di un medico.
Dottoressa Maniscalchi:  Ho studiato Medicina a Palermo, ma arrivo da Canicattì, nell’agrigentino. Dopo la laurea ho deciso di specializzarmi in Medicina d’Urgenza, che è sempre stata la mia passione. Ho fatto tanta gavetta nelle guardie mediche dei paesini dell’agrigentino, un’esperienza che è stata un’importante palestra di vita e professionale. Sono approdata in Pronto Soccorso, a Villa Sofia e nel dicembre 2019 sono stata nominata primario facenti funzioni del Ps dell’ospedale Cervello. Mancavano pochi mesi all’esplosione della pandemia, ma quando sono stata nominata primaria non lo immaginavo lontanamente. Cosa fa un medico di Pronto soccorso? Lotta contro il tempo, deve avere intuizione, grande sangue freddo ma anche una forte carica di umanità. In Pronto Soccorso arriva gente in fin di vita, ma anche “malati immaginari” ed in mezzo pazienti con criticità di vario tipo. Devi sapere comprendere i sintomi, sapere prestare le prime determinanti cure ed avere la capacità di non confonderti, di tenere sotto controllo la situazione. Un primario di Pronto Soccorso deve sapere tenere unita la squadra, dare la giusta motivazione e farlo con comprensione ed autorevolezza. In tempo di Covid tutte queste capacità vanno moltiplicate ovviamente, perché l’incertezza e la pressione rendono tutto più difficile.

 

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Parità dei sessi invocata ma non sempre realizzata, Cosa consiglia alle donne che non riescono ad emergere?

Prof.ssa Colomba: Ritengo che la domanda in sé parta dall’errato convincimento che la non riuscita sul lavoro di una donna possa essere legata al mancato rispetto della parità dei sessi. Non riesci sul lavoro se non credi in te stessa, non ci metti passione, non investi sugli altri, se pensi che qualcun altro debba valorizzarti piuttosto che non debba essere tu stessa a dare valore a ciò che fai. Per parità dei sessi non puo’ intendersi l’uguaglianza formale tra uomo e donna perché per fortuna esiste una diversità naturale tra i due che ci rende uniche. In questa diversità sta la nostra forza e grazie ad essa potremo essere vincenti, l’importante è averne l’opportunità, è quella che non ci deve essere negata. Sarà poi il sistema a mettere la persona giusta al posto giusta, sia essa uomo o donna. La tua realizzazione non è per sempre, ci stai un attimo a perderla se non trovi il giusto equilibrio nel tuo intimo di donna e medico a prescindere da quanto ti venga riconosciuto.

Dottoressa Iaria: Storicamente per una donna è più difficile arrivare ai vertici di un’organizzazione ed ahimè i numeri lo confermano un po’ a tutti i livelli organizzativi. La donna ha sempre dovuto dimostrare di più rispetto all’uomo. Da qualche tempo però noto un’inversione di tendenza: le donne iniziano ad occupare posti importanti e noi tre primarie siamo una bella dimostrazione. Certo c’è molta strada da fare, pensi che quando sono diventata primario il personale mi faceva notare che sono una dei pochi direttori di reparto donna del mio ospedale. Sicuramente occorre crederci, studiare, avere buona volontà. Sono le capacità a fare la differenza, non sicuramente appartenere all’uno o all’altro sesso. Bisogna anche smontare il falso mito della concorrenza competitiva tra donne. Credo sia vero il contrario: le donne sappiamo fare squadra, diventando un team dalle risorse davvero invidiabili.

Dottoressa Maniscalchi:  L’essere donna per me è stato sempre un vantaggio. Noi donne siamo multitasking, empatiche e per natura delle leader. Non ho mai visto l’essere donna come una condizione che avrebbe potuto penalizzare la mia ascesa professionale, tutt’altro.
I dipendenti del mio reparto sono la mia seconda famiglia e io sono anche spesso il confessore di molti loro sfoghi, che poco hanno a che fare con l’attività lavorativa. Sono certa che, per moltissime ragioni, noi donne abbiamo una marcia in più.

 

Ringraziamo di cuore le tre primarie per questa chiacchierate. Sono la dimostrazione di percorsi di successo e dell’importanza del perseverare. Le tre primarie su una cosa sono unanimi: la buona volontà e lo studio, che fanno la differenza e sono le condizioni per arrivare laddove si desidera.

Grazie e ad maiora!

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