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Susan: ero una clandestina e scappavo da Al Qaeda, la gente in Italia ha paura di noi

La storia di una rifugiata politica. Una "fotografia" del flusso migratorio in Italia

Vogliamo raccontarvi la storia di un’immigrata. Una clandestina. Almeno questo era quando è arrivata in Europa. È una storia di dolore. Di una sofferenza che, fuor di retorica, noi occidentali facciamo difficoltà a immaginare. Ma è anche una storia di coraggio. Al centro vi sono due donne irachene, Susan e sua madre. Sono costrette a lasciare la loro terra. Il pericolo più grande è Al Qaida, che, con le sue regole senza legittimità, scandisce i ritmi della vita di molti popoli. Le donne poi sono un mirino facile: sono fragili, “inferiori”, sono donne. Susan però è una ragazza coraggiosa. Non vuole cedere al ricatto di un destino, che qualcuno ha già scritto al posto suo. Ama la sua terra. Perché, per quanto dolorose, le origini ci appartengono, ci sono legate al cuore con un filo incorruttibile forgiato nell’oro dell’appartenza. Di mezzo però ci sono poche alternative. Susan ha un desiderio: la libertà. Insieme alla madre punta all’Europa. Non sanno che le aspettano strade in salita, tornanti ma anche pianure. Non sarà facile per loro trovare il porto sicuro. Ci riescono. Oggi sono rifugiate politiche a Milano. Troppo complesso spiegarvi come le abbiamo conosciute. Non entriamo nei dettagli per tutelare queste due donne. Scriviamo questo articolo in questi giorni non a caso. A tutta Mamma non vuole entrare in sterili polemiche, nè fare demagogia spicciola. Qui si raccontano storie vere. A chi legge la nobile facoltà di leggerle e “rileggerle”. La storia di Susan ci ha fatti innamorarare perché, lo ammettiamo, siamo umani ed umanamente abbiamo storto il naso, a volte, di fronte ai torti di alcuni immigrati. Quella di Susan è una storia che ci fa raddrizzare le coscienze e che ci dona la consapevolezza che ogni esistenza ha un pregio e che nessuna esistenza può esser classificata per razza. Vi presentiamo Susan e ringraziamo L. per avercela fatta conoscere.

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Susan, come sei arrivata in Italia?

Non è stato facile, anzi. Sono scappata dall’Iraq nel 2008 e da lì è in iniziato un vero e proprio pellegrinaggio verso la speranza. Ora in Turchia, poi Grecia, quindi Italia, da lì in Svezia, Norvegia e di nuovo italia, dove sono rimasta. Il perché di tutti questi spostamenti è stato in ampia parte legato a ragioni burocratiche. Il trattato di Dublino ha regole stringenti. Il paese dove approdi è quello che deve ospitarti. Le prime impronte me le hanno prese in Italia. Ed in Italia, dopo un lungo stallo in Norvegia, sono rientrata proprio per questa ragione. Ho vissuto anni dentro il limbo del non sapere cosa sarebbe stato del mio futuro.

Perché hai deciso di lasciare l’Iraq?

Sono scappata per colpa della guerra e di AlQaida. In Iraq avevo un negozio di generi alimentari, che gestivo con mia madre, ma i miliziani di Alqaida ci avevano prese di mira. Dicevano che le donne non possono gestire da sole un’attività. Ripetevano che avevamo bisogno di un uomo, inoltre eravamo obbligate a mettere l’Hijab (il velo) e io non potevo uscire da sola, non potevo neanche andare dal parrucchiere. Anche avere la parabola satellitare era considerato “Haram” (proibito dalla fede).
I militanti di Alquaida ci hanno preso la casa e l’attività, dopo aver minacciato più volte i componenti della mia famiglia. La minaccia era spaventosa: “Se non rispettate i precetti islamici o ci date l’attività o uccidiamo un familiare”. Ho deciso di partire, e mia madre ha deciso di lasciare tutto e tutti per seguirmi, perché per una donna sola fare un viaggio simile può essere molto pericoloso. Alla partenza stava bene, ma durante il viaggio ha iniziato ad accusare problemi di salute che si trascina fino adesso.

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Come è stato lasciare la tua terra?

All’inizio, quando sono arrivata in Norvegia (avevo lasciato l’italia perché consigliata da alcuni compaesani che fosse meglio la Norvegia) è stato molto difficile, poiché non ho avuto l’opportunità di far nulla, ma una volta ritornata in italia, sono stata accolta bene e sono stata trattata con rispetto. Sono riuscita ad ottenere i documenti ed ho avuto la possibilità di studiare e imparare la lingua.

Ti piace l’italia. Ti trovi  bene qui?

Mi piace ma ho un po’ di paura, perché sento che le persone intorno a noi spesso hanno paura di noi. Non capisco il perché. Per esempio quando chiedo indicazioni per strada capita che la gente mi guardi male e non mi risponda. Sono diffidenti perché sono straniera, forse pensano che sono una terrorista (e io scappo da loro), anche se in fondo posso capire che vedendo tanti stranieri per le strade la gente si possa fare un’idea sbagliata.

Come hai ottenuto lo status di rifugiata politica?

Ottenere lo status di rifugiata politica non è stato difficile, nel mio paese c’è tuttora la guerra e non è un posto sicuro dove vivere, mi dispiace solo aver perso tanti anni in Norvegia, perché, come detto prima non ho avuto la possibilità di lavorare nè di fare la commissione per ricevere lo status. Avrei potuto investire questo tempo per fare altro, ma va bene cosi.

Hai amici italiani? Stai riuscendo a integrarti?

Non ho molti amici ancora, ho solo una vera amica italiana (Sofia), i miei colleghi di lavoro ed una famiglia italiana, che ci ha aiutato con i problemi di salute di mia madre, ma non è facile fare nuove amicizie.

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Raccontaci la tua giornata tipo

Vado a lavoro (in un centro di accoglienza) e vado a scuola di italiano. Sono molto felice di poter lavorare in modo che posso prendermi cura di me stessa e di mia madre, che ha fatto tanti sacrifici per me.

Il tuo sogno per il domani?

Mi piacerebbe continuare a lavorare e trovare una casa dove poter vivere serenamente con mia madre, adesso infatti vivo in uno SPRAR  (servizio centrale per la protezione dei richiedenti asilo) che dovremo lasciare tra qualche mese, magari trovare anche un ragazzo che mi rispetti e mi lasci le mie libertà.

Grazie Susan per averci aperto il cuore. Ti auguriamo il meglio e ti assicuriamo che, con le tue parole, ci hai dato un insegnamento. Ad maiora!

Ps: le foto pubblicate (la cui pubblicazione è autorizzata) non hanno, però, in alcun modo a che vedere con Susan, che ci ha chiesto di preservare la sua identità.

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