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Sindrome di Munchausen, quando la malattia è un’invenzione

Parliamo di questo disturbo con il professore Daniele La Barbera, psichiatra

Il barone di Munchausen era un nobile tedesco, che divenne celebre per la sua tendenza a mettersi, oltremisura, al centro dell’attenzione, raccontando gesta tanto eloquenti, da risultare, a ragione veduta, del tutto inverosimili. E proprio da questo nobile e militare settecentesco che prende il nome una patologia psichiatrica, nota, appunto, come la sindrome di Munchausen. Sintomi eloquenti, che sarebbero la spia di malattie importanti. Visite specialistiche ed esami diagnostici anche invasivi, con il risultato di catalizzare l’attenzione degli altri. Badate bene, però, non si tratta dell’ipocondria, che è il timore di ammalarsi, quanto del simulare la malattia stessa, attuando stratagemmi anche al limite dell’immaginabile.

Ne abbiamo parlato con il professore Daniele La Barbera, psichiatra e primario al Policlinico di Palermo.

 

Professore La Barbera, cos’è la sindrome di Munchausen?

La sindrome veniva originariamente definita come una particolare forma di disturbo fittizio, ossia un’auto-provocazione di sintomi con il solo scopo di ricoprire il ruolo di malato senza averne vantaggi tranne quello di ricevere cure mediche o chirurgiche. Il soggetto non solo finge di avere sintomi e se li produce, ma convince i medici a operarlo o addirittura a ri-operarlo. Succede anche che questa sindrome possa manifestarsi per procura, ossia che una madre faccia passare per malato il proprio bambino e ponga in essere tutta una serie di stratagemmi, per rendere credibile questa condizione, anche rischiando di creare danni al bambino stesso. In questo caso l’attenzione deve essere massima, perché la mamma potrebbe anche arrecare danni alla vita del piccolo. Si tratta, come potrete comprendere, di una vera e propria patologia psichiatrica, che va individuata e trattata, perché altrimenti potrebbe creare problemi seri vuoi a chi ne soffre, vuoi a chi gli vive a fianco.

 

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Di cosa è capace chi è affetto dalla sindrome di Munchausen?

Chi ne è affetto è capace anche di comportamenti estremi: di procurarsi una carenza di ferro, per esempio, con auto prelievi di sangue. C’è chi si causa una gastroenterite grave, assumendo una quantità fuori norma e non necessaria di farmaci anti-infiammatori. Chi supplica il medico di indagare su un dolore addominale persistente, invocando ed ottenendo esami diagnostici invasivi quali le endoscopie o addirittura dei veri e propri interventi chirurgici. Vi sono mamme che mischiano nelle urine dei loro bimbi delle gocce di glucosio, così da simulare una condizione di iperglicemia. C’è chi scalda il termometro prima di misurare la temperatura del proprio piccino. Per non parlare di quelle mamme che provocano volontariamente sintomi reali ai propri piccoli (li espongono alle intemperie al fine di provocare loro un malanno o danno loro da mangiare cibi poco consoni così da provocare un’indigestione) con i rischi che da questi comportamenti possono conseguire. Escono fuori quadri psichiatrici complessi, che possono compromettere a vita l’equilibrio dei figli, che si convinceranno di essere dei perenni malati, compresi solo dalla loro madre.

Perché succede tutto ciò?

Perché l’universo psichico è qualcosa di affascinante ma anche di terrificante e chi è affetto da questa sindrome lo conferma. Nella madre che per procura dà i segni di questa sindrome può esservi un disturbo della personalità nell’area narcistica- istrionica. Una forte necessità di mettersi al centro dell’attenzione, che potrebbe sottendere una problematica più ampia dovuta a una forma di solitudine provata durante l’infanzia. Quando trattiamo pazienti con sindrome di Munchausen scopriamo storie di negligenze familiari, di abbandono, di scarsa cura genitoriale, di assenza di uno o entrambi i genitori. Un vissuto di “vuoto affettivo” può provocare questo desiderio di porsi al centro dell’attenzione, con gli stratagemmi più estremi e rivoltando il senso comune, che fa sperare a tutti di godere di buona salute.

 

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Solo desiderio di stare al centro dell’attenzione dietro la Munchausen?

C’è più che altro il desiderio di fare il malato. Può capitare di soffrire di questa sindrome a soggetti che, nella loro storia di vita, hanno avuto a che fare con le malattie o con i malati. Anni fa, ebbi in cura una ragazza figlia di medici, che osservando i genitori a lavoro nel loro ambulatorio, aveva imparato una certa dimestichezza con gli aghi. Prelevava del sangue dalle vene del suo braccio e se lo iniettava nella rotula, con delle conseguenti reazioni infettive e infiammatorie. Abbiamo dovuto indagare a lungo prima di capire che si trattava di una patologia auto-provocata. Da lì è iniziato il percorso psichiatrico, che ha rivelato che la motivazione si trovava a livello inconscio: solitudine, senso di abbandono, un’infanzia che aveva patito i danni della trascuratezza. Quindi la cura e la guarigione. Dalla consapevolezza inizia la terapia, ma si tratta di percorsi lunghi e non semplici.
Alla base di questa sindrome vi è una sentimento: sono attratto dalla possibilità di essere considerato malato. Il malato merita attenzione, compassione, credibilità.

Il malato viene curato e diventa a modo suo un personaggio positivo nell’ambito di una narrazione emotiva sicuramente deviata.

Quali le differenza tra Munchausen e ipocondria?

La differenza tra Munchausen e ipocondria è enorme. L’ipocondriaco teme la malattia, il soggetto con disturbo fittizio  invece gode anche solo all’idea di essere ammalato e riesce a trarre in inganno anche i medici. L’ipocondriaco vive con il terrore di ammalarsi e morire, il paziente con Manchhausen invece ha il solo scopo di trarre vantaggio da sintomi fittizi.

 

Come si cura questa patologia mentale?

Partiamo dal presupposto che si tratta di una patologie seria. Che va diagnosticata e inquadrata quanto più in fretta possibile. Basta pensare a quanto rischioso possa essere per un bambino avere una mamma con questa sindrome. La curiamo prima di tutto individuandola, anche se molti casi sfuggono al riconoscimento clinico. A volte questi soggetti fingono sintomi psicologici, assumono il ruolo di pazienti psichiatrici, simulando attacchi isterici, convulsioni, crisi di panico e di rabbia. Di fatto sono pazienti psichiatrici, ma su un altro piano, che loro ovviamente vogliono tenere celato. Il trattamento, una volta individuata la sindrome, è quello di stabilire un rapporto di fiducia e di comprensione in modo che il paziente si apra e scelga di iniziare il cammino terapeutico. Inizia un percorso psicoterapeutico e talvolta anche farmacologico. L’elemento fondamentale è riuscire a interrompere il meccanismo dell’inganno. Sciolto questo nodo, per questi pazienti inizia una nuova vita e difficilmente avranno delle ricadute. Di solito si guarisce e si conquista un nuovo equilibrio. Alla base serve fiducia e affidamento ai medici.

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