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Quando iniziano a parlare i bimbi? Quando preoccuparsi se ancora non parlano?

Le prime paroline sono le più attese. Se tardano ad arrivare i genitori si preoccupano spesso in maniera immotivata. Sulle dinamiche del linguaggio infantile abbiamo intervistato la logopedista. Sapevate che esiste anche il mutismo psicologico? Ecco tutti i consigli.

Quante mamme e papà stanno lì davanti al proprio bambino, aspettando che pronunci la prima parolina e sperando che sia proprio quella che rimanda alla loro figura, come fosse il primo atteso segno d’amore? Mettiamoci nei panni un bambino: sentirsi ripetere quei suoni, una cosa del tutto nuova, insieme alle immagini, ai sapori e a tutte le cose da toccare di cui è fatto il mondo che si apprestano a scoprire. La logopedista Licia Calderone ci spiega come e quando un bimbo comincia parlare e quando è il caso di preoccuparsi, qualora le fantomatiche prime parole dovessero tardare ad arrivare.

I bimbi cominciano a produrre le prime sillabe a circa sei-sette mesi

 

Pronunciano “pa-pa” o “ma-ma” o “ta-ta” in maniera casuale, senza attribuirgli un significato, ma scoprendo così la propria capacità di produrre suoni. È poi il genitore a dare un significato a queste sillabe, a pensare che il bimbo stia cominciando a “chiamarli” ma, in realtà, è in seguito alla reazione dei genitori che il bimbo comincia a notare, che compone il significato associato alle figure che ha dinnanzi – la mamma e il papà – e così queste sillabe diventano parole. È all’età di un anno circa che il bambino comincia a dire le prime paroline usate nel contesto quotidiano, come “pappa”.

Ogni bambino è diverso dall’altro

C’è chi comincia un po’ più tardi rispetto al primo anno di vita. Ci si deve allarmare solo se il bambino, intorno ai diciotto mesi, non solo non produce alcuna parola ma non comunica neanche attraverso l’indicazione con l’uso dei gesti, non produce neanche il segno del “ciao ciao”. A diciotto mesi il vocabolario dovrebbe incrementarsi a circa 50 parole. Se entro due anni il bimbo produce pochissime parole o non dà alcun segno di intenzionalità comunicativa è necessario fare una visita con un logopedista che può reindirizzare da un neuropsichiatra.

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Il vocabolario continua a crescere in maniera esponenziale fino ai due anni di età.

In questa fase il bimbo struttura le prime frasi, senza articoli né preposizioni, ma associando parole che conosce: “ mamma + pappa”, per esempio. Dal secondo al terzo anno di vita la frase cresce, aumentano i termini e compaiono articoli e preposizioni, come “voglio andare dalla nonna”. Entro i tre anni il linguaggio deve essere strutturato e anche la gamma dei suoni tutta acquisita. Possono presentarsi problemi di pronuncia nei suoni più difficili, come quelli costituiti da più consonanti “ stra – spa – sca” o con la “r”, ma ciò non deve far preoccupare. Se invece ci sono difetti nella pronuncia è necessaria la consulenza con uno specialista.

Il bimbo non è mai troppo piccolo per la logopedia

Sfatiamo questo mito, anzi: più veloce è l’intervento e più sarà efficace, in modo tale da aiutare il bimbo entro l’ingresso alla prima elementare. All’età di cinque anni siamo già in ritardo, volendo anche a quella di quattro. Prima si inizia e meglio è.

Bimbi sordomuti e bimbi che invece sentono bene ma non vogliono parlare

La sordità grave è diagnosticata alla nascita e può essere ereditaria o dovuta a un problema durante la gravidanza. A volte il problema articolatorio può essere dovuto a un abbassamento della soglia uditiva e, in quel caso, oltre al logopedista c’è un intervento di tipo protesico. Ci sono invece bimbi che hanno problemi di articolazione del linguaggio solo perché prestano poca attenzione al suono o perché hanno problemi motori a livello del cavo orale. Qui il logopedista lavora sia sull’aspetto dell’azione uditiva che su quella motoria del linguaggio nell’impostazione dei suoni. Il bimbo muto per sordità è muto proprio per questo. I famosi sordomuti adulti non sono altro che sordi alla nascita che non hanno mai avuto un intervento di impianto cocleare (una sorta di orecchio artificiale) né di logopedia. Il mutismo può essere anche di tipo psicologico, come quello definito “selettivo”: il bimbo non parla perché ha una fobia, una chiusura totale verso il mondo. In questi casi devono intervenire logopedista e psicoterapeuta.
Ci può anche essere un ritardo nell’acquisizione del linguaggio. In questo caso il bimbo gioca, si relaziona con l’adulto ma tarda a parlare: sta bene, è solo un parlatore tardivo. Ciò è dovuto a un contesto familiare poco stimolante, nel quale, ad esempio, il bimbo viene anticipato dalla mamma nella comunicazione, non gli si dà il tempo di pronunciare “acqua” che già gli si porge il biberon o bicchiere che sia. L’intervento qui va fatto non soltanto sul bambino ma anche sulla famiglia. Se a 18-20 mesi ci si rivolge a un logopedista, egli potrà suggerire le strategie giuste e seguirlo in follow up. È da bandire il principio:” è presto per il logopedista, tanto parlerà!”.

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Il disturbo di tipo fonetico-fonologico, cioè quando un bimbo “parla male”

Nel disturbo di tipo fonetico-fonologico il bambino comincia a parlare ma male e questo è sovente dovuto a un discorso di attenzione uditiva. Se a due o tre anni ci accorgiamo che rimane così è meglio intervenire con lo specialista.

Misure preventive che i genitori possono adottare

Per prevenire il ritardo del linguaggio il genitore deve parlare tanto col proprio bimbo nei primi due anni, sfruttando momenti quotidiani come la pappa o il bagnetto e ripetere le paroline per fargliele memorizzare commentando quello che si sta facendo, senza però avere nessuna pretesa, perché il bimbo apprende spontaneamente ed è sempre importante non anticiparlo nella comunicazione, ma aspettare che accenni un tentativo autonomo.

Quella dolce comunicazione tra la mamma e il suo bambino

La comunicazione non è solo parola. Sono importanti il contatto fisico, lo sguardo, il gioco. Le mamme lavoratrici passano poco tempo coi bambini. I vero gioco è quello sensoriale, non è necessario il giocattolo, possono bastare un piattino e un cucchiaino da per dare al bimbo segno di interazione col mondo. Dobbiamo essere noi ad insegnare ai bimbi a giocare per stimolare in loro l’interesse alle cose del mondo. Via tablet e televisori, troviamo il tempo di raccontare le storie e leggere le fiabe: il bimbo può imparare tantissime cose, ascolta la melodia del linguaggio, è attratto dalle immagini. Tutto ciò lo aiuterà a scuola perché sarà più interessato ai libri. Ci sono studi che certificano che anche dentro al grembo, se leggiamo una storia al nostro bimbo, agevoleremo il suo sviluppo cognitivo.

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La dottoressa Licia Calderone

Abbiamo intervistato la  logopedista Licia Calderone, laureata in Logopedia presso l’Università degli Studi di Palermo. Attualmente lavora presso il centro di riabilitazione A.R.E.S.S Fabiola Onlus di Termini Imerese e come libera professionista.

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