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Non hai famiglia? Puoi sempre affittarla

La singolare possibilità è offerta in una delle metropoli più belle e affollate del mondo. Scopriamo di cosa si tratta

Affittasi famiglia a Tokyo
In Giappone, le persone che non hanno ma desiderano una famiglia possono assumere un marito, una madre, un nipote. Le relazioni umane che ne vengono fuori possono essere più reali di quanto ci si aspetterebbe. Eccovi due storie vere, raccontate dal periodico The New Yorker, che mostrano l’amore familiare perduto e poi inaspettatamente ritrovato, in una miscela fatta di recitazione, realtà e scomodi segreti.

Due storie di famiglie in affitto

La storia di Nishida: come una figlia in affitto ti riaccompagna dalla tua figlia reale.
Kazushige Nishida, uno uomo di Tokyo che a sessant’anni, decide di prendere in affitto una moglie e una figlia part-time. La sua vera moglie era morta da poco e sei mesi prima, la loro figlia, che aveva ventidue anni, era andata via di casa dopo una lite e non era tornata più. “Pensavo di essere una persona forte, ma quando finisci da solo ti senti molto solo.” Esordisce nella sua intervista al periodico statunitense. È di notte si manifesta pienamente la solitudine. Pensava che si sarebbe sentito meglio nel tempo, invece, si sentiva sempre peggio. Tenta inizialmente di alleviare lo stato di sofferenza andando di sera nei club di hostess. Parlare con le donne si rivela divertente, ma alla fine della serata era di nuovo solo e si sentiva pure stupido per aver speso così tanti soldi. Poi, si ricorda di un programma televisivo nel quale era apparsa un’azienda chiamata Family Romance, una delle numerose agenzie in Giappone che affittava familiari. Nishida allora li contatta e ordina a una moglie e una figlia di raggiungerlo per cena. Sul modulo d’ordine, annota l’età di sua figlia e il fisico di sua moglie: la voleva formosa. Il costo è di quarantamila yen circa.
Il primo incontro si svolge in un bar. La figlia in affitto è più alla moda della vera figlia di Nishida, soprattutto nel linguaggio, e la moglie è “una donna di mezza età ordinaria e generica”. La moglie chiede a Nishida i dettagli su come lei e la figlia dovrebbero comportarsi. Nishida descrive il caratteristico movimento della testa con cui la defunta moglie si riassettava i capelli, e il modo scherzoso di sua figlia di spingerlo sulle costole. Cosi le donne iniziano a recitare. La moglie in affitto lo chiama Kazu, proprio come la sua vera moglie, e getta la testa scuotendo e risistemandosi i capelli. La figlia in affitto lo colpisce dolcemente alle costole. Un osservatore esterno li avrebbe presi per una vera famiglia.
Nishida prenota così un secondo incontro. Questa volta, la moglie e la figlia vanno a casa sua. Con questo reiterarsi dei ruoli, si rende d’un tratto conto che anche lui aveva recitato, simulando la parte del “ buon marito e padre” e cercando di non sembrare troppo triste mentre diceva a sua figlia come tenere la sua ciotola di riso.

Il cambiamento dopo la famiglia in affitto

Ma qualcosa dentro di sé era cambiato: si sentiva più leggero, capace per la prima volta di parlare della sua vera figlia, di quanto fosse rimasto segnato quando aveva annunciato la sua decisione di trasferirsi con un ragazzo che lui non aveva mai incontrato, come avevano discusso e poi interrotto i contatti. A proposito della questione con la figlia reale, la figlia in affitto aveva molto da dire: lei che aveva poco più di vent’anni poteva dire che Nishida non aveva parlato correttamente, non si era espresso nel modo giusto e aveva complicato tutto rendendo difficile a sua figlia scusarsi e voltarsi verso di lui. Toccava a Nishida creare un’apertura. “Tua figlia sta aspettando che sia tu a chiamarla”, gli disse. Per lui questa frase aveva l’inquietante suono di qualcosa pronunciato in una seduta spiritica. Lo stesso Nishida sembrava incerto su come e per le veci di chi la figlia in affitto avesse parlato. “Stava recitando come figlia in affitto, ma allo stesso tempo mi stava dicendo che si sentiva una vera figlia”, dice. “Eppure, se fosse una vera relazione padre-figlia, forse non avrebbe detto questo in modo così schietto”. Alla fine, Nishida chiamò sua figlia, cosa che non avrebbe fatto se ila figlia in affitto non l’avesse aiutato a vedere le cose con un nuovo punto di vista. “Ci sono voluti alcuni tentativi per passare, ma alla fine sono stati in grado di parlare”, racconta l’uomo. Un giorno, tornato a casa dal lavoro trova dei fiori freschi per sua moglie sull’altare di famiglia, e capisce che sua figlia era stata a casa mentre era via. “Le ho detto di tornare a casa, spero di incontrarla di nuovo presto.” Da quel momento Nishida e sua figlia si sarebbero ritrovati davvero, perché in fondo non si erano mai voluti perdere.

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Reiko e la sua famiglia in affitto

La storia di Reiko: la finzione è pericolosamente tutt’uno con la realtà.
Nove anni fa, Reiko, un’infermiera appena trentenne, contatta Family Romance per affittare un padre part-time per sua figlia di dieci anni, Mana, che, come molti bambini di madri single in Giappone, sta vivendo il bullismo a scuola. Reiko incontra quattro candidati e sceglie quello con la voce più gentile. Da quel momento il padre in affitto non smise di frequentare regolarmente la loro casa. Qual è la sorpresa?
A Mana, ora diciannovenne, non è ancora stato detto che non è il suo vero padre.
Reiko racconta che aveva sposato il padre di Mana, un uomo di nome Inaba, all’età di ventuno anni, dopo aver scoperto di essere incinta e che poiché questi divenne violento, divorziò poco dopo aver dato alla luce la sua bambina. A Mana, Reiko disse solo che lei e il padre di Mana avevano avuto un disaccordo molto tempo prima, quando lei era piccola. Da allora, Mana pensva che fosse lei la colpa della partenza di suo padre, e nulla che Reiko dicesse poteva farle cambiare idea.
Mana non voleva andare a scuola e, dopo tre mesi di assenza, Reiko decide di contattare Family Romance. Nel modulo Reiko scrive: “dovrebbe reagire con gentilezza” – sicuramente traumatizzata dalle reazioni dell’ex marito-.
Quando il nuovo “Inaba” va per la prima volta in visita, Mana è nella sua stanza, come al solito, e non vuole aprire la porta. Quando Inaba finalmente apre la porta, lui e Reiko riescono a vedere Mana seduta sul suo letto, con le coperte tirate sulla testa. Dopo aver parlato con lei dalla porta, Inaba si avventura dentro, si siede sul letto, le accarezza il braccio e si scusa. Dopo un attimo, tira fuori le parole: “Sono così dispiaciuto di non essere venuto ad incontrarti.” Mana emerge da sotto le coperte, ma non riesce subito a stabilire un contatto visivo. Dopo quelle che erano apparse come ore, Reiko vede però comparire al piano di sotto scendere Inaba e Mana e tutti e tre pranzano insieme.
Reiko decide di assumere Inaba regolarmente – circa due volte al mese al costo di venti o quarantamila yen. Per permetterselo, comincia a spendere meno per il cibo e a comprare tutti i suoi vestiti in un mercatino delle pulci. Una sera, dopo tre o quattro mesi, torna a casa dal lavoro e chiede a Mana come fosse la sua giornata, e, per la prima volta dopo anni, Mana rispose.
“Ha finalmente saputo che suo padre era preoccupato per lei” e “è diventata una bambina normale, estroversa e felice – racconta Reiko al giornalista che la intervista -. Reiko ha iniziato a prenotare Inaba con mesi di anticipo per i compleanni, le notti per genitori e insegnanti, anche per gite di un giorno a Disneyland o nelle vicine sorgenti calde. Per spiegare perché non avrebbero mai potuto trascorrere una notte insieme, Reiko disse a Mana che Inaba – il presunto padre – si era risposato e aveva una nuova famiglia.
Quando il giornalista del New Yorker chiede a Reiko se ha pianificato di dire a Mana la verità un giorno, i suoi occhi si riempiono di lacrime. “No, non posso mai dirglielo”, dice, e poi inizia a ridere. “A volte vorrei che Inaba-san mi sposasse,” continua, tra lacrime e risate. “Non so se dovrei dirlo, ma sono anche contenta quando viene a trovarci. È solo per un arco di tempo limitato, ma riesco ad essere molto felice. Onestamente, è un uomo molto gentile”. Chissà, forse un giorno la finzione troverà posto in questo spazio desideroso di realtà.

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 come nasce Family Romance?

Yūichi Ishii,di Tokyo, il fondatore Family Romance dice al giornalista del new Yorker che il suo scopo è “creare una società in cui nessuno ha bisogno del nostro servizio.” Undici anni prima, un’amica di Ishii, una madre single, gli disse che stava avendo problemi a portare la figlia in un asilo cui molte mamme aspiravano, perché le scuole favorivano i bambini i cui genitori erano sposati. Ishii si offrì allora volontario per impersonare il padre del bambino in un colloquio scolastico. L’incontro non fu un successo: la figlia non era abituata a lui e la loro interazione è stata forzata. Questo episodio però lo ha riempito del desiderio di fare qualcosa e di “combattere l’ingiustizia” aiutando altre donne nella situazione della sua amica.
Nel 2009, allora, Ishii decide di avviare la propria compagnia. Il primo passo è stato quello di pensare a un nome memorabile. Ha iniziato a ricercare frasi legate all’idea di una famiglia immaginaria e ha scoperto “The Family Romance of Neurotics”, un saggio di Freud, pubblicato nel 1909, sui bambini che credono che i loro genitori siano impostori e che i loro veri genitori siano nobili o reali. Secondo Freud, questa fantasia è il modo in cui un bambino affronta l’inevitabile, dolorosa esperienza della disillusione nei confronti dei suoi genitori. Se i genitori non smettessero mai di apparire onnipotenti, generosi e infallibili, come fanno con i loro bambini piccoli, nessuno sarebbe mai diventato indipendente; ma come può qualcuno sopportare l’improvvisa perdita di questi esseri ideali? Il “romanzo familiare” consente al bambino di aggrapparsi all’ideale, riassegnandolo a “genitori nuovi e aristocratici”, di cui le meravigliose caratteristiche, scriveva Freud, sono sempre “derivate interamente dai ricordi”.
Un professore di psicologia, Kenji Kameguchi, che negli ultimi trent’anni ha cercato di diffondere la terapia familiare in Giappone dice che pensa che i parenti in affitto possano adempiere ad alcune delle funzioni delle tecniche di terapia di gruppo, come accade con lo psicodramma, in cui i pazienti recitano e improvvisano reciprocamente le situazioni passate o i processi mentali. Finzioni drammatiche possono aiutare le persone, perché anche quando non siamo in grado di dire a qualcuno qual è il nostro problema – perché è troppo terribile da dire, o perché non abbiamo le parole giuste, o perché non sappiamo cosa sia – possiamo allora recitarlo con un’altra persona. In questa luce, il transfert, un elemento chiave della psicoterapia freudiana – spiega il prof Giapponese – , può essere visto come un processo attraverso il quale il terapeuta diventa il parente locatario del paziente, in sostanza, come dice Freud è “la reincarnazione di qualche figura importante della sua infanzia o passato”.

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Fonte: newyorker.com

Ps: il presente articolo ci fa ricordare un bello ma poco fortunato film con Sergio Castellitto, Una famiglia perfetta. Il protagonista (Castellitto), un uomo solo, testardo, crepuscolare, affitta una famiglia per festeggiare il Natale. Tra copioni da recitare a perfezione, location immaginifiche, cucine fumiganti e lucine dappertutto, emergono dolori, cicatrici, grandi sentimenti mai sopiti e voglia di migliorare. Il finale è dolce e amaro e dà contezza che vi sono alcune cose, che non possono essere barattate o prese in prestito, comprate e men che meno affittate. Con tutto il rispetto per chi, dall’altro capo del pianeta, è aduso a tali pratiche.

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