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Mia Martini e quella mocciosetta senza virtù

Un mio ricordo ed il ricordo di una delle voci più belle di sempre

Era febbraio ed era martedì grasso. A casa dei miei c’erano i nonni Stella e Raffaele e quella sera cenammo nella “sala”. Non tanto per onorare il Carnevale, quanto perché trasmettevano la prima serata del Festival ed il Grundig 24 pollici, nuovo di zecca, era installato nell’angolo più maestoso della stanza. I maccheroni, l’untissimo sugo di carne, le frittelle e la pignolata erano solo un contrappunto, sullo sfondo dell’evento. Perché Sanremo è sempre stato sacro. Lo era per nonno Raffaele (bravo suonatore di chitarra e mandolino, conoscitore, a braccio, di incroci di note ed arpeggi, e grande esperto di musica, pur non sapendo leggere una sola nota del pentagramma), lo era per mio padre e lo è tuttora per me.

Sanremo 1989

Lo presentavano “i figli di” e non so quale, tra quei ragazzi sprovveduti, annunciò: “Di Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio, Almeno tu nell’universo. Canta: Mia Martini.”

Non c’era l’orchestra e penso fosse una di quelle stropicciate edizioni in cui qualcuno svirgolava con il playback.

Sbucò una donna in abito da sera, lo chignon di velluto, le sopracciglia fuori moda e grandi orecchini da sposa di provincia. Partirono quattro note da un lontanissimo piano elettrico. Lei era Mia Martini. Iniziò a cantare e calò il silenzio. Io mi concentrai sulla bocca di quella donna senza età e del tutto scollegata dai canoni televisivi della bellezza. La muoveva disperata, mostrando i denti imperfetti e cacciando fuori un perenne fremito di dolore. Questo mi colpì di Mia Martini la prima volta che la vidi. Dopo la sua canzone proseguì il silenzio e poi un applauso goffo e fatto in casa. Feci difficoltà a comprendere anche quello.

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Mia Martini

Da quel giorno mi affezionai a Mia Martini. La aspettai al Festival del 1990 con la Nevicata del ’56, una meravigliosa poesia di Califano, che lei cantava con la solita bocca larga, i movimenti goffi delle braccia e inarcando le sopracciglia folte. Anche quella volta aveva un abito da sera un po’ fuori contesto, però c’era la voce: densa di dolore, d’amore, di passione, con quel raschio, che faceva male, ma era tanto bello. Vinse anche quella volta il premio della Critica. Io domandavo cosa fosse e i grandi mi rispondevano: “È il premio che danno quelli che ne capiscono”.

Poi il 1992, io ero adolescente e “Gli uomini non cambiano” mi fece paura, tanta, ma ancora una volta mi sembrò una canzone bellissima. Mia Martina la cantava come se stesse ripescando una gemma dall’abisso. L’anno dopo “Stiamo come stiamo” con la sorella Loredana. Fu la sola volta in cui la Martini non mi piacque. Ero abituata a un impianto musicale forte, emozionale, drammatico e dolce. Fu in quel periodo che ripescai Minuetto: che rivelazione. Un inseguimento di note iniziali e una costruzione difficilissima di parole e musica. L’aveva scritta Califano e musicata “un certo” Dario Baldan Bembo, i cui dischi a casa mia spopolavano (ed era bravo, caspita se lo era).

L’ultima apparizione di Mia Martini

Nel ’95 la ricordo in una prima serata del sabato sera. Guardì alla regia, Magalli e Baudo alla conduzione. Papaveri e Papere, così si chiamava il programma. Mia Martini si esibì in trio con Zarrillo e Giorgia: tre voci da maestri. Mi emozionarono fino alle lacrime e oltre. Avevo 14 anni, ero timida, grassoccia e arrossivo spesso. La musica era la mia stanza d’oro, il sogno di scrivere il carburante di ogni cosa. Per il resto me ne stavo sulle mie. Qualche giorno dopo, una ragazza, che orbitava in uno dei giri che frequentavo, una tipetta senza essenza, ma con la capacità di centralizzare pareri e decisioni, sentenziò: “L’avete sentita Mia Martini in tv? Pareva un cane, che schifo!”

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E tutte dietro di lei ad annuire.

Una mocciosa, una bulla qualsiasi, senza nè arte, parte o virtù alcuna, che definiva Mia Martini “un cane, che schifo”, meritava un calcio nel sedere. Glielo avrei dato se solo avessi avuto coraggio, se allora, che avevo 14 anni, ero timida, grassoccia ed arrossivo spesso, il branco senza essenza non m’avesse messo la paura “del restare soli”.  A 14 anni siamo dinosauri con cuori da pulcini. Due mesi dopo Mia Martini morì ed io provai un dolore piccino e senza strascichi. Eppure la ricordo spesso: le sopracciglia folte, le movenze senza garbo, la bocca come un palcoscenico e quella voce che faceva emergere gemme dagli abissi più profondi. Ascolto spesso “Almeno tu nell’universo” perché di questa canzone amo tutto: parole, incastri, ritmo, punteggiatura. Ripenso spesso a quella ragazza che non sapeva di nulla eppure era stata capace, seppur per poco, di caldeggiare un giardinetto di coscienze. Sorrido a ricordarne la voce dall’insopportabile cadenza dialettale: “Un cane, che schifo”. Penso che io le devo ancora un calcio nel sedere. Penso anche che forse è colpa di tipi come quella ragazzetta se le cose vanno o non vanno come devono. Mi andava di scrivere due righe sul Festival perché mi piace da sempre e mi piace anche quando è brutto. Senza un come ed un perché sono uscite queste righe per la signora Mia Martini, che non mi permetterò mai di chiamare Mimì. Era Mia Martini, con l’abito da sera fuori contesto, gli orecchini di finte perle e una delle voci più belle che ci siano mai state e che mai ci saranno.

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