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L’infermiera Antonella: ho vinto il Covid, ho curato gli altri e oggi sogno di lavorare in Sicilia

Cosa vuol dire essere infermiera per vocazione? Lo racconta Antonella Pensato, infermiera agrigentina, trapiantata al nord

Ci sono storie piccole, che però sanno essere importanti. Raccontano di quotidianità spese bene. Di mestieri che diventanovocazioni di vita. Le professioni sanitarie, da quando è iniziata la pandemia, vivono al centro: del sistema che gira intorno al Covid e a tutto ciò che a livello medico Covid non è, del sistema di informazione, dei social (nel bene e nel male), al centro soprattutto delle vite dei pazienti. Pensiamo che sia bene raccontare storie “ordinarie” di sanitari, così da conoscere un mondo per niente scontato, fatto di dedizione, servizio, timori, malattia, da curare negli altri ma a volte anche in sé stessi. Oggi raccontiamo la storia di Antonella Pensato, una giovanissima infermiera di Casteltermini, in  provincia di Agrigento che, neo-laureata e con l’entusiasmo di chi ha appena coronato un sogno, si ritrova piena d’energia lontana dalla sua terra. Non sa ancora che da lì a poco l’aspetterà una prova durissima: la pandemia, che la colpisce anche personalmente. Antonella, dall’oggi al domani, si trova dentro un nuovo modo di lavorare: le tute pesanti, che tolgono il respiro, i pazienti a cui dare coraggio, anche quando non c’è più nulla da fare e di dovrà fare da tramite con i familiari per un saluto estremo. Nel frattempo la famiglia è lontana, l’amata nonna in fin di vita, la sua bella terra, nella quale Antonella per responsabilità sceglie di non tornare, anche se avrebbe potuto, pare un miraggio. Abbiamo intervistato la volitiva infermiera Antonella per farci raccontare la sua storia, una storia ordinaria, che però ci insegna quanto il quotidiano, se vissuto e speso bene, riesca a diventare straordinario.

Antonella il giorno della sua laurea all’Università di Foligno

 

Antonella, Cosa vuol dire essere un’infermiera?

Essere infermiera richiede coraggio, intraprendenza, amore ma soprattutto dedizione. É una professione in cui non bisogna mai arrendersi perché è in grado di dare delle belle soddisfazioni, ma che purtroppo spesso guarda dritta in faccia la malattia.

Ho salutato la mia amata Sicilia a Gennaio del 2020 per trasferirmi in Liguria. Ancora in Italia non si parlava tanto del COVID-19.  Ho salutato la mia famiglia con la consapevolezza di rivederli presto, mai mi sarei aspettata di rivederli dopo sette mesi.

Ahimè anche per te arriva il Covid, era l’inizio della pandemia e tu eri sola, lontana da casa e affetti

Sì. A Febbraio iniziavano ad aumentare i casi ma nella struttura in cui lavoravo fortunatamente nessun positivo. 

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Un giorno dopo il mio turno di lavoro tornai a casa che stavo male, dei brividi mi percorrevano tutto il corpo, misurai la febbre ed era 38°C. Non ho pensato al virus ma solamente ad una semplice influenza. 

Dopo qualche giorno mi arriva la chiamata dall’ASP di Agrigento per un incarico, ero felicissima e pronta per accettare. Ma passa poco e arriva la chiamata dei miei colleghi dicendomi che purtroppo dei pazienti erano risultati positivi.

Lì mi è crollato il mondo addosso. Ho subito capito che la mia non era semplice influenza anche perché i sintomi aumentavano. Ancora non sapevo della mia positività, quindi potevo fare i bagagli velocemente e “scappare” come purtroppo hanno fatto molti. No, io non l’ho fatto, non mi sarei mai permessa di mettere in pericolo la salute della mia famiglia e di tutto il mio paese d’origine.

I giorni passavano ma io stavo male: febbre, tosse, perdita del gusto e dell’olfatto, dolori generalizzati. Fortunatamente non ho avuto bisogno dell’ospedalizzazione.

Quali sensazioni in quei giorni tanto difficili?

Non nego che ho avuto paura perché non sapevo come potesse reagire il mio corpo. La sera, vivendo da sola, non chiudevo più neanche la porta di casa per paura che potessi sentirmi davvero molto male. Avevo tanto bisogno della mia famiglia, che ovviamente non poteva raggiungermi. 

Dopo 15 giorni iniziavo a stare meglio, tampone negativo ma ancora tanta debolezza. Tornai a lavoro perché avevo bisogno di rendermi utile, di aiutare i miei pazienti, di stare al loro fianco.

Cosa è successo al tuo rientro, in piena pandemia?

Tornando tutto era cambiato: tuta, doppia mascherina, doppi guanti, visiera. 

Stop con gli abbracci, i baci, stop con le visite dei parenti. Tutto era molto triste. I miei pazienti stavano davvero male. 

Con il trascorrere dei giorni molti di loro stavano sempre peggio. Ho salutato per l’ultima volta troppi pazienti, nei loro occhi si leggeva molto bene la paura di non farcela. 

Io e i miei colleghi abbiamo fatto di tutto pur di non farli sentire da soli: organizzavamo le videochiamate con i familiari, l’unico modo per scambiarsi un sorriso era dietro le finestre.

Sono stati momenti difficili per tutti noi ma soprattutto per loro.

Questo periodo di emergenza mi ha toccato molto, ho avuto la possibilità di rendermi utile, stando vicina a tutti i miei “nonnini” così li chiamavo. 

Penso e spero di aver dato tutta me stessa.

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I momenti più forti

Non è stato facile lavorare con tutti i DPI (dispositivi di protezione individuale) e per 12 ore al giorno senza poter bere, mangiare o andare in bagno.

Diversi sono stati i momenti “forti e duri” durante questi mesi. 

È stato duro guardare la sofferenza dei miei pazienti. Forte è stato il momento in cui io dovetti chiamare la figlia di una paziente avvisandola del decesso della madre, non sapevo cosa e come dirlo ma dovevo farlo purtroppo.

La condizione più difficile con la quale ti sei confrontata?

Il momento però più difficile da superare è stata la morte di mia nonna. Sono riuscita a salutarla solo attraverso un maledetto telefono, non sono riuscita ad abbracciarla per l’ultima volta. Un giorno durante una videochiamata le dissi: Nonna ti manco? E lei mi rispose: “certo che mi manchi, prima come nipote e poi come infermiera, dovevi essere tu ad assistermi”. Queste sue parole le porterò per sempre con me. L’amore però è grande e come dico sempre quello non muore mai!

Hai mai pensato di mollare?

Si, non nego che ho avuto voglia di mollare in diverse occasioni. 

Ringrazio Dio per avermi dato la forza e il coraggio di non farlo. Forse perché poi pensavo alle tante vittime del virus e non solo, invece io dovevo essere grata della mia vita. 

Non ho mollato anche grazie alle parole di una mia paziente quando un giorno mi disse: “hai la mascherina e quindi non posso più vedere il tuo sorriso, ma ogni volta che entri in stanza vedo i tuoi occhi brillare trasmettendo tanta sicurezza e amore. Grazie per quello che fai, non cambiare mai”. Non ho mollato per loro, perché ho capito che avevano ancora bisogno di un semplice sorriso con gli occhi e di una carezza. Io dovevo dare loro la forza necessaria per continuare a combattere, ma nel loro piccolo sono stati in grado di darmi tutta la forza necessaria per andare aventi. Non ho mollato anche per la mia famiglia, che crede tanto in me e mi sostiene sempre.

Oggi di cosa ti occupi?

Adesso lavoro a Montecatone ad Imola. Montecatone è un centro di alta specialità, accoglie persone affette da lesioni midollari e con lesioni cerebrali acquisite. Io lavoro nel reparto Degenze Specialistiche, accogliamo pazienti mielolesi in fase post-acuta, che necessitano di trattamenti specifici in seguito all’insorgenza di complicanze. Non avevo mai lavorato in questo tipo di reparto, per me è stato tutto nuovo. Sono pazienti vigili ed orientati, purtroppo molto spesso giovani ed è forse questa la parte più difficile. Adoro prendermi cura di loro. Vengono ricoverati e spesso rimangono anche per un mese, in questo modo si viene a creare una confidenza tale che dopo poco iniziano a raccontarmi tutta la loro storia: dall’incidente, alle varie fasi della malattia, le difficoltà che sono stati costretti ad affrontare, arrivando alla vita reale, costretti a vivere in carrozzina o a letto.

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Le loro storie ti fanno capire il vero senso della vita, quando soprattutto a raccontarle sono ragazzi di 20/26 anni.

Lì ti fermi a pensare. Lo fai necessariamente ed a me è successo più volte. 

Mi stanno insegnando che la vita è bella, che ogni singolo momento va vissuto in pieno, che non bisogna lamentarsi per delle cose futili, che di fronte ad ogni ostacolo devi essere in grado di superarlo senza cadere e se cadi devi rialzarti più forte di prima. Ma soprattutto mi stanno insegnando ad amare e di sorridere alla vita.

Il tuo sogno?

Un giorno mi piacerebbe tanto tornare a lavorare nella mia amata terra, rendermi utile per la mia gente.

Sogno di crescere professionalmente, di non perdere mai l’entusiasmo e la voglia di imparare. Sogno di potermi prendere cura della mia famiglia, non tramite un telefono ma personalmente, a loro devo tutto. I miei genitori mi hanno insegnato i veri valori della vita ed è grazie a loro se sto diventando una donna più forte. I miei genitori e con loro il mio fratellone, che nonostante la distanza non mi fanno mai sentire da sola, riescono sempre a non farmi cadere e a non mollare. Non smetterò mai di ringraziarli. 

Cosa ti sta insegnando la tua professione?

La relazione con un paziente porta al professionista un cambiamento. Ogni paziente che ci si presenta davanti ci modifica costantemente. É un rapporto di scambio: qualcosa che noi diamo a loro ma nello stesso tempo qualcosa che loro danno a noi e che ci rende diversi ma soprattutto migliori.

Ho imparato a prendere il meglio da queste esperienze, arricchendo il mio piccolo bagaglio di vita. 

Essere infermiera significa sapere amare la propria professione.

Ad oggi sono orgogliosa della scelta che ho fatto!

Grazie Antonella e ad maiora!

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