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La storia di Marco, un campione del mondo nato di sole ventisei settimane

Nella giornata mondiale dedicata ai bimbi prematuri raccontiamo la storia di Marco. L’abbiamo conosciuta nel mare magnum dei social. Distrattamente, tra gli aggiornamenti dei nostri contatti, passavano le foto di una giovanissima futura mamma. Non la conoscevamo personalmente, occupandoci però di giornalismo medico e di notizie dedicata alla maternità e all’infanzia, non è insolito avere “amici” solamente virtuali. Nel bel mezzo della gravidanza, però questa sorridente futura mamma ha avuto una sorta di black out social. Nessuna foto che mostrasse il pancione, il corredino e l’entusiasmo dei due futuri genitori.  Finché un giorno, sempre dai social, apprendiamo che il bimbo è nato con parecchio anticipo, che ha affrontato delle criticità e che è riuscito a “vincere”, così ripetono sempre i genitori e le tante persone che gli vogliono bene. Questa giovane e coraggiosa mamma si chiama Ivana ed ha accettato di raccontarci della prematurità del suo Marco.

La storia della prematurità di Marco

A volte non ci credo ancora che sia successo a noi.
La mia gravidanza è stata breve e perfetta. Ho scoperto di essere incinta dopo il secondo mese. Nello  stupore della novità, io e Michele, il mio compagno, avevamo mille cose a cui pensare, considerato che, tanto io quanto il mio compagno, siamo giovanissimi.
Nel frattempo i mesi passavano e iniziavamo a comporre la nostra famiglia: lavoro, casa, nido per il nostro piccolino. Tutte emozioni e novità bellissime, perché dal primo momento il nostro “piccolo eroe” ha portato tantissima gioia e noi, anche se giovani e inesperti, lo abbiamo accolto a braccia aperte senza se e senza ma.
Poi, dopo queste bellissime 26 settimane, un’indimenticabile notte,, accuso dei dolorini alla pancia. Non sembrava assolutamente niente di grave. Per sicurezza decidiamo di andare all’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento (noi viviamo a Casteltermini, un paesino nella zona montana agrigentina). Da quel momento ci catapultano in una realtà davvero spaventosa e a noi sconosciuta. Stavo per partorire anche se non accusavo nessun dolore. Nostro figlio aveva voglia di conoscere il mondo anche se estremamente piccolo e con appena il 20% di possibilità di farcela. Il 18 maggio scorso  ha deciso di venire al mondo. Il mio non è stato il parto da sogno in cui tutti sono felici perché un’altra piccolo esserino sta venendo al mondo. Noi avevamo il terrore che questo avvenisse perché anche solo un giorno in più sarebbe stato una conquista. Invece testardo e forte come un leone è nato, ha pianto ed è stato subito allontanato da me io non l’ho neanche visto. Mi è stato strappato via senza nessuna certezza neanche quella di rivederlo, di sapere come fosse fatto e che odore avesse.

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La prima volta che ho visto mio figlio

La prima volta che l’ho visto è stato il giorno dopo la sua nascita. Erano le nove del mattino. Seppur contro ogni parere, io dovevo conoscerlo, vedere come fosse fatto il mio piccolo. Era uno scricciolo piccolissimo, indifeso, attaccato alle  macchine e ai tubicini.  Era perfetto nei suoi 980 grammi di peso.  In quei pochi etti c’era la nostra vita e ci sentivamo piena di vita, pieni di amore da volergli dare. Volevo  sapere cosa si provasse a sfiorarlo, a tenerlo in braccio. Invece no, dovevo stare dietro quel sottilissimo vetro e cercare di toccarlo il meno possibile per lasciare il più possibile pulita e sterile l’incubatrice. La cosa più bella era che, per quanto piccolo, sin dall’inizio era assolutamente identico a suo padre. Questo è uno dei “dettagli” indimenticabili del mio primo incontro con lui.

Raccontaci della vita in Utin

I primi giorni è terribile. È una realtà assurda da vivere.
Sei dentro una stanza, che non sai se diventerà la tua casa per mesi. Lí impari a sopravvivere, a farti una corazza. Impari che il momento prima è tutto stabile e il momento dopo ogni certezza potrebbe precipitare. In Utin provi ad imparare a convivere con il terrore che tuo figlio non ce la faccia e il solo pensiero ti crea una voragine assurda e scava dentro di te una voragine difficile da descrivere ma anche solo da immaginare.
Perché non si può chiedere a un genitore di vivere ogni giorno ed ogni istante della propria vita, anche per mesi interi, con la paura di non vedere più il proprio figlio vivo il mattino dopo.
Quando siamo arrivati siamo entrati a far parte di una realtà crudele.
In quel reparto si gioca una partita con la vita, e a disputarla sono dei piccoli campioni, su cui il più delle volte nessuno scommetterebbe.  Noi eravamo i genitori di uno quei di quei bimbi che giocava la sua partita con la vita, con la zavorra che lui non aveva quasi alcuna chance.
Le prime settimane sei là e non ci credi ancora. Parli con i medici e nel frattempo vedi cose che ti segneranno per sempre. Medici e infermieri che corrono perché una macchina suona. Una sorta di sos in cui tutti venivamo letteralmente buttati fuori perché c’era un’emergenza e occorreva lasciare al personale medico lo spazio per lavorare.
Piano piano impari a far parte di quella realtà, inizi ad imparare termini nuovi, inizi a stringere rapporti perché fortunatamente non sei da sola e ricevi il dono della condivisione del dolore. Ci sono più mamme che papà, perché i papà devono comunque andare a lavoro, ma sono vicino con il pensiero, il cuore, il sentimento.
Instauri rapporti anche con i medici e gli infermieri. Nella nostra fattispecie la gratitudine è verso l’equipe del reparto Utin del San Giovanni di Dio di Agrigento
Abbiamo conosciuto persone che mettono l’anima in quello che fanno. In reparto,
dottori, infermieri, puericultori ci hanno fatto da guida. Mi hanno consolata nei momenti più bui e hanno gioito con me nei momenti belli.
Mi hanno dato consigli e aiuto e non hanno mai lasciato niente al caso.
Consentitemi un grazie al primario, dottor Azzali e a tutta la sua equipe.
Saranno persone che rimaranno per sempre nelle nostre vita perché ci hanno dato amore e coraggio.

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La vita dopo la Tin

La vita in Utin non finisce varcando la porta dell’ospedale. Dopo le dimissioni iniziano gli screening e i follow up  perché fortunatamente  i piccoli vanno seguiti. Quindi ci sono ancora tanti controlli però ringraziando Dio stanno andando tutti per il verso giusto.
Marco cresce bene e con ottimi ritmi come se fosse nato a termine.
Con una prematurità estrema come la sua non era per nulla scontato, anzi.
Quindi per altri progetti, grandi progetti aspettiamo di finire le visite.
È una vita già abbastanza impegnativa per adesso.
Il nostro più grande progetto è stato realizzato, per adesso siamo felici così.

Prematurità: tornare a casa

Tornare a casa è un mix di emozioni contrastanti. Felicità e timore si mischiano.
Prima del rientro, c’è una fase della vita in Utin che rimane incisa nel cuore di ogni mamma: la consegna della busta di dimissione. È come se ti dessero il pass per la felicità.
Da quel momento potrai essere una famiglia, potrai sentirti una mamma, un papà. Finalmente puoi considerare tuo figlio completamente tuo.
Forse è la sensazione che provano tutti i genitori il giorno del parto, ma noi genitori di piccoli guerrieri dobbiamo lottare per provarla.
Fidatevi non c’è niente di più bello.
Il ritorno a casa è paura di non essere pronti, di non essere in grado, di non essere bravi ma anche felicità e non una felicità comune. È consapevolezza di essere una famiglia, di doverti prendere cura completamente di tuo figlio, di non doverlo lasciare a chilometri di distanza da casa, di poter vivere sotto lo stesso tetto, di averlo sempre accanto, di poterlo stringere a te notte e giorno.
Vivere normalmente, vivere una quotidianità che per noi sarà sempre un grande dono, perché non è stato per nulla scontata. Per averla abbiamo lottato anzi mi correggo Marco ha lottato per far in modo che fosse possibile.
Poi passati i primi giorni, anzi le prime settimane, diventa tutto normale, tutto tranquillo, diventa quotidianità una meravigliosa quotidianità. Quella che abbiamo sognato una volta viste le due lineette sul test di gravidanza, quella che abbiamo conquistato e di cui siamo grati alla vita.

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Ps: Grazie per questa intervista, che ci consente di dire che facciamo parte della cerchia dei fortunati che adesso, dopo tante peripezie, possono abbracciare il loro guerriero. Ho conosciuto tanti altri piccoli guerrieri che non ci sono più ed ho visto genitori che non hanno provato la nostra stessa gioia. È anche a loro che va dedicata questa giornata perché l’altra faccia della medaglia non è così bella.
Questi genitori e i loro piccoli angeli rimarranno sempre nei nostri cuori. Un grazie anche alle nostre famiglie, che sono state porto, scudo, sostegno, fiducia e lo sono oggi più di ieri. Grazie allo staff medico e grazie anche a Dio, perché alla fede ci siamo aggrappati con tutto il cuore. È bello oggi poter dire tutti questi grazie.

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