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La storia di Aurelia D’Acquisto, dalla provincia agrigentina alla dirigenza al San Donato di Milano

Studio, volontà, perseveranza e la gratitudine alla donna della sua vita, la mamma, queste le parole chiave nella storia della dottoressa D'Acquisto

La perseveranza e lo studio per arrivare anche laddove non si sarebbe immaginato. Sono queste le parole chiave nella vita di Aurelia D’Acquisto.

 

Aurelia è siciliana, di Casteltermini in provincia di Agrigento. Ha quarant’anni, è medico ed ha un ruolo di dirigenza in una delle più prestigiose aziende ospedaliere d’Italia.

La sua vocazione di vita inizia da bambina e ne sono testimoni le “vecchie” compagne delle elementari. Aurelia è una bimba vivace, grandi occhi azzurri che guizzano in continuo alla scoperta di nuove avventure. Aurelia è un tipo audace, ama le sfide e ha le idee chiare: da grande vuole fare il medico. Vive in un paesino dell’entroterra agrigentino, in una famiglia di commercianti del tessile di alto livello, gli atelier della famiglia D’Acquisto sono noti in tutta l’Isola.

Aurelia, ci raccontI del Suo sogno?

La medicina è sempre stata la mia passione, che inizia a diventare concreta quando comincio il mio percorso di studi all’Università di Palermo. Vedo il sogno sempre più vicino, sono giovane e piena di carica, ahimè, però, la vita ha più fantasia di noi. Si verificano due circostanze molto difficili: il crack economico nell’azienda di famiglia e la malattia di mio padre. Sono momenti delicatissimi, una delle prove più ardue. Per carattere sono sempre stata combattiva e propositiva, vedere però mio papà, il mio grande papà, stare male in quella maniera, il cercare di conciliare il difficile percorso di studio con la vicinanza alla mia famiglia, non è stato facile. Mi sono impegnata con tutta me stessa a superare gli ostacoli di quegli anni tanto duri. Mio papà fisicamente mi ha lasciata poco tempo dopo, ma l’ho sempre sentito vicino. Come una mano costantemente posata sulla mia spalla, come un faro che mi indicava la strada, come la voce cosciente nelle scelte importanti.

Il ruolo di mamma Maria Teresa

“Siamo in tema di donne e mi fa piacere parlarvi di una grande donna, anzi della donna della mia vita: mia mamma Maria Teresa. Temperamento solido, carattere gioviale, sorriso e forza d’animo sempre a portata di mano anche nei momenti più difficili, e in quegli anni ne abbiamo passati tanti. Mamma Maria Teresa, fuor di retorica, è stata ed è la mia forza. Erano tempi duri, ci siamo guardate in faccia e abbiamo fatto la cosa più bella: una squadra. Si, era una squadra piccina, ma immaginate di quanta forza siano capaci una figlia e una mamma complici? Mia mamma ha avuto ed ha un grande merito: non mi ha mai lasciata sola e questa non è una cosa scontata. Ed ora che ve ne parlo vorrei averla qui per abbracciarla forte. A causa della pandemia non la vedo dalla scorsa estate, non vi dico quanto mi manca la mia super mamma.”

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ConseguE la laurea e lì inizia la gavetta

“La strada del medico non è facile. Ti laurei e inizi il tuo percorso fatto di sostituzioni negli studi dei medici di famiglia, di guardie mediche e di tante domande. La prima fra tutte era: quale specializzazione intraprendere? Perché se è vero che sin da piccola ho sempre avuto le idee chiare sul volere fare il medico, è anche vero che non avevo mai pensato a una strada sanitaria specifica. Forse oculistica? Ma poi mi rispondevo che non era quello l’indirizzo della mia vita. Ed anche in quel caso è illuminante mia mamma. Mi invoglia a cercare altrove la mia strada, perché nella nostra piccola realtà non avrei potuto trovarla.

Aurelia, fai le valigie e va laddove potrai realizzarti. Mi invoglia mamma Maria Teresa.”

Il trasferimento a Milano

“Leggo un annuncio. Cercano un medico in una struttura del gruppo San Donato. Provo e vengo selezionata. Inizia così l’avventura lavorativa in una delle aziende ospedaliere più grandi d’Italia. Dopo un anno e mezzo a fare guardie mediche all’interno della struttura, inizio a fare un periodo di affiancamento nell’ambito della direzione sanitaria. All’inizio pensavo che non fosse assolutamente la mia strada: non lavoravo clinicamente sulle persone ma mi occupavo di organizzazione. Poi è arrivata la passione: quel lavoro mi piaceva, comprendevo, giorno dopo giorno, quanto importante fosse, nell’architettura organizzativa di un ospedale, il ruolo della dirigenza sanitaria.”

La specializzazione e il ruolo ai vertici

“Decido di tentare la specializzazione in Igiene prevenzione. Mi impegno e studio sodo. Quattro anni sui libri, alternati al tirocinio al Policlinico San Donato, che ha dato un nome proprio alla mia vocazione d’infanzia. I sacrifici sono stati ripagati poiché da quattro anni sono nella dirigenza e nello specifico sono direttore sanitario di tre poliambulatori “Smart clinic” del gruppo e vice direttore sanitario del Policlinico.”

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Di cosa Si occupA in concreto?

“Come dicevo non sono un medico clinico. Mentre il clinico guarda al singolo paziente, io guardo alla popolazione in generale dei pazienti, quindi gestisco l’organizzazione dei medici, dei reparti, dei protocolli. Devo guardare al paziente e a tutto ciò che gli gira intorno. Dall’ingresso all’ospedale, fino alle dimissioni e anche al follow up, se fosse necessario. Un lavoro di responsabilità, di incastri da far quadrare, di decisioni da prendere con molta lucidità, di entrate e uscite da bilanciare. Un lavoro non facile, del quale però mi sono autenticamente innamorata.

Quanto è diventato difficile il Suo lavoro con la pandemia?

“Un anno fa di questi tempi si sono scompaginati tutti gli equilibri. Il nostro policlinico ha da sempre incentrato il suo focus sulla cardiologia, sulle patologie cardiovascolari in particolare. Quando è arrivato il Covid abbiamo letteralmente chiuso tutto, sale operatorie comprese, per sopperire alle urgenze da Coronavirus. Abbiamo convogliato tutte le nostre energie per la lotta alla malattia da Sars.Cov 2. Anche gli ortopedici si sono dovuti occupare di Covid, giusto per farvi un esempio. Ciascuno di noi ha dato il suo contributo al meglio delle proprie capacità. É stato un anno drammatico: abbiamo visto bare dappertutto, abbiamo curato, sostenuto e anche accompagnato dignitosamente i pazienti verso la morte. Abbiamo cercato un contatto anche virtuale con i familiari, che all’inizio della pandemia vivevano una condizione ancora più drammatica di quella odierna, poiché i tamponi, gli accertamenti domiciliari e i tempi di isolamento erano diversi e più farraginosi rispetto ad oggi. Si è stravolto tutto, ma abbiamo avuto una grande certezza: la fratellanza tra noi sanitari. Ci siamo resi conto, semmai ne avessimo bisogno, di quanto fondamentale fosse la coscienza medica applicata ovviamente alla scienza. Dopo mesi di sacrifici la gratificazione: la scorsa estate, nella relativa tregua concessa dal Covid, ci è stato riconosciuto il ruolo di hub per le malattie cardiovascolari. Abbiamo ripreso a lavorare nel settore per il quale la struttura si è sempre distinta, riprendendo in mano le liste d’attesa e dando nuovamente vita alle sale operatorie.

Umanamente quanto sono stati difficili questi ultimi dodici mesi?

“Tantissimo. Ho lavorato senza sosta al punto da non sentire più la stanchezza. Quando mi fermavo un attimo però sentivo il dolore legittimo per il dramma che stavamo vivendo. A casa, magari davanti a un caffè, d’un tratto scendevano le lacrime copiose: quelle con il sapore del dolore delle tante vite che vedevamo andare via, della stanchezza fisica, della lontananza dai miei affetti, mia mamma, i miei fratelli, i miei nipoti. Sensazioni però da circoscrivere e dalle quali non lasciarsi sopraffare. É stata dura poi lottare sulla mia persona il Covid. É successo a dicembre scorso: pochi sintomi ma inequivocabili. Una forma per fortuna lieve, non priva però di risvolti fisici ed emozionali. Fortuna che i miei colleghi non mi hanno fatto mai mancare nulla: dalle medicine lasciate dietro la porta, alla spesa, tutto attraversato da grande affetto e solidarietà. Ed a proposito voglio approfittare per fare una raccomandazione: vaccinarsi in massa, è fondamentale per uscire dalla pandemia.”

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Ha un ruolo di responsabilità e prestigio, quanto è difficile per una donna arrivare ai vertici?

“Personalmente le dico che lo studio, il desiderio di superare le lacune e la buona volontà mi hanno premiata. Lavoro per altro braccio a braccio con una altra donna, che è il direttore sanitario, la dottoressa Maria Teresa Cuppone, una donna davvero in gamba, con la quale ci sosteniamo tanto a vicenda. Forse noi donne dobbiamo dare maggiore prova delle nostre capacità, ma una volta al timone riusciamo a fare benissimo.  Non è tanto essere uomo o donna a fare la differenza, quel che conta sono le competenze e questa deve essere una verità condivisa. Un’osservazione però nasce spontanea: avrei, al sud, nella mio sud, raggiunto questo traguardo? Non lo so e ho più di un dubbio in merito.

Cosa sognA per il Suo futuro?

Non amo fare progetti a lungo termine. Amo però progettare in senso stretto. Intanto sogno di riabbracciare i miei cari. Sogno anche il mio mare siciliano: che è bellezza, è speranza, è la mia radice.

TornereBbe nella Sua Sicilia?

Se avessi possibilità di fare quanto faccio qua a Milano perché no. Mai dire mai.

Cosa dicE alle donne in questo 8 marzo?

Di impegnarsi: studiando, lavorando sodo, acquisendo competenze. Mai fermarsi, ma sempre guardare alla meta.

Grazie Aurelia e ad maiora!

 

 

Una risposta

  1. Ricordo Aurelia con sincero affetto.
    Grande simpatia e animo gentile sempre, sin da bambina.
    Auguri di cuore e complimenti per la sua bellissima carriera.
    Valentina Costanza.

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