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La mia paura di volare e i sei aerei presi in due mesi

Cronaca di una fobia superata

“La paura è una porta, non un muro.“

Ho letto questa frase su una Smemo dell’adolescenza. Mi è piaciuta. L’ho riscritta sui miei diari da ragazza e a un certo punto non ci ho pensato più. Perché da giovani la paura è tutt’al più una nota a margine.
Finché lo scorso maggio, dopo anni e anni, non sono rimontata su un aereo.

Volare era una mia paura acquisita che, non solo mi limitava, ma rischiava di incancrenirsi in qualche angolo retto del mio cervello senza lasciare scampo.
Per anni mi ero detta che “il mio limite” non costituisse un problema e facevo regolarmente viaggi di lavoro e di piacere con tutti i mezzi possibili e immaginabili. Nessuno di questi mi creava ansia. Neppure i mezzi di risalita, che anzi ho sempre preso con una certa disinvoltura, probabilmente per via dell’adrenalina del raggiungere le vette.

Avevo imparato a coltivare l’arte del rimando

“Tornerò a volare, un giorno, ma non è importante sapere quando. Capiterà, di certo e senza fretta.”

Chi ha il terrore degli aerei, fobia del tutto irrazionale, ma con motivi solidi come colonne di cemento armato, sa cosa si prova quando vuoi cimentarti nell’impresa. Non dormi per chissà quante notti prima del volo, cerchi su Google le statistiche mondiali dei disastri aerei, ti arrovelli sulla maniera più semplice di disinnescare il cervello una volta su.

Per quel che mi riguarda, pochi giorni prima dello storico lockdown del 2020, mi ero decisa a prenotare un volo, ma prima mi ero consultata vuoi con la psicologa di questa redazione, la brava Valeria Augello, che non mancó di darmi consigli da manuale, vuoi con il carissimo collega Enzo Mignosi, che una volta mi aveva raccontato del suo figliolo, Alessandro, stimato pilota di voli internazionali. E fu proprio Alessandro, in una telefonata fiume da chissà quale parte del mondo, a rassicurarmi, punto per punto, sulla sicurezza del viaggiare in aereo. Lo fece con la praticità del “tecnico”, che al mattino va a guidare un aereo con la stessa disinvoltura con la quale io monto in auto per andare a lavoro. Ricordo il dettaglio più rincuorante: “Maristella, la possibilità che hai di morire su un aereo che precipita è inferiore rispetto a quella di essere aggredita da uno squalo in mare aperto.”

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“Figo”, pensai, salvo, un minuto dopo,  riprendere ad arrovellarmi sui miei mille mila come e perché.

La pandemia ci mise il carico ed anche in quella circostanza accantonai i buoni propositi.

Finché, ad aprile scorso, senza un come ed un perché, mio figlio mi ha fatto una richiesta:

”Mamma, voglio viaggiare in aereo.”

Il mio bambino è un viaggiatore appassionato tanto quanto lo sono io. Ha fatto il suo primo viaggio “lontano” che aveva appena cinque mesi e da allora non si è più fermato. Senza la necessità dell’aereo, seppure tra mille complicanze logistiche, siamo arrivati con lui oltre i confini nazionali.

Pensavo che i mezzi non costituissero motivo di preferenza e che per lui, almeno in questa fase della vita, fosse importante solo arrivare alla meta.

”Mamma, io voglio viaggiare in aereo. Punto e basta. Perché Peppa Pig sí e io no?”

Effettivamente la questione non faceva una piega.

Non ci ho pensato una sola volta ed ho prenotato quei fantomatici biglietti aerei, per la prima occasione utile.

Un volo veloce, Palermo-Milano nel giorno in cui, si dice al mio paese, guai a viaggiare, perché ci sono in giro “i diavoli scatenati”.

Primo maggio 2022: il mio giorno

Metto in saccoccia i consigli della buona e brava Valeria Augello: prova a non “passare” la tua paura a tuo figlio. Mal che vada siediti distante da lui e amen.
Mi faccio forza ed eseguo alla lettera il diktat, tranne che per la disposizione dei posti. Raffaele si sistema a lato del finestrino, io al centro, mio marito al mio fianco.

Decolliamo e Raffaele è esattamente felice. Non ha sovrastrutture e non prova alcun sentimento negativo, solo l’emozione di sentirsi su una giostra. Mi tempesta di domande e mi contagia la meraviglia e la felicità “delle prime volte”.

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Non credo a me stessa: sto volando e ci sto anche prendendo gusto. Il panorama del decollo sull’Isola toglie il fiato e l’atterraggio all’ imbrunire ancora di più.

Una virata energica manda in visibilio Raffaele, che spera vi sia un’altra manovra della stessa portata. Io mi stupidisco di me stessa: sono tranquilla, addirittura felice.
La faccio breve, a quel primo volo ne sono seguiti altri cinque, nell’arco di meno di due mesi.
Quella prima volta ha semplificato il mio pensiero:  è sciocco non viaggiare “easy” per una trasferta di lavoro di appena 48 ore, è bellissimo poter programmare un week end last minute o pensare a un viaggio lontanissimo.

Aveva ragione quella frase sulla mia Smemo dell’adolescenza: la paura è una porta, non un muro. Una porta la puoi aprire senza salti mortali, basta avere la chiave giusta. Nel mio caso ad aprire la serratura è stato il mio bambino, che ha espresso un desiderio semplice, ma anche legittimo e io ho capito che valeva la pena superare se stessi per esaudirlo.

I figli sono l’antidoto per superare i nostri limiti ed io ne ho avuto un’ulteriore dimostrazione due mesi fa, quando sono salita su un aereo, ho volato e sono stata felice. Lo ammetto, sono anche stata tanto fiera di me. A quarantuno anni ho conquistato la mia piccola America.

Mio marito, che come molti uomini ha il dono della praticità, ha chiosato senza troppi giri di parole: “Finalmente ti sei decisa, quante storie hai fatto in questi anni. Chi lo diceva Sepulveda che vi vale vola e chi non vola è un vile?”

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Ps: A onore di sincerità, la prima volta delle sei ho brindato con uno spritz, che reso quantomeno più leggiadre le operazioni di salita a bordo?

 

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