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La dottoressa Francesca Provenzano: per lottare il Covid ero pronta a lasciare il posto fisso

La storia di una giovane medico internista, che da mesi lavora al centro Covid di Partinico spalla a spalla con il papà

Francesca Provenzano è una giovane dottoressa di Partinico. Una carriera universitaria brillante, con una laurea che arriva a soli 23 anni. L’amore per la medicina è nella genetica di famiglia. Il papà di Francesca infatti è il dottore Vincenzo Provenzano, internista e diabetologo stimato in tutta la Sicilia e oltre (il dottore Provenzano dirige il centro di Diabetologia dell’ospedale di Partinico n.d.r.)

Francesca mette testa e cuore nella sua professione, tant’è che consegue in tempi brevi anche la specializzazione in medicina Interna, puntando l’obiettivo della cura dei pazienti diabetici. Lavora sodo, nel frattempo diventa anche moglie e mamma di due bimbi e ha nel suo carattere una quota distintiva: l’empatia. Entra in contatto con i pazienti con la testa, ma anche con il cuore. Ha ben chiaro che una persona va curata anche nell’anima, oltreché nel corpo. Il sorriso largo e i modi gentili, da persona d’altri tempi fanno il resto. Francesca studia e studia ancora per perseguire i suoi obiettivi e il superamento di un concorso, nel 2019, le fanno accarezzare da vicino il sogno. Viene assunta a tempo indeterminato al Pronto soccorso dell’ospedale di Partinico.

Passa appena un anno e si scompigliano le carte: arriva come un fulmine a ciel sereno la pandemia e proprio l’ospedale dove Francesca lavora diventa il centro Covid più grande della Sicilia occidentale. Reparti rimaneggiati dall’oggi al domani. Personale che si ritrova improvvisamente a diventare specializzato nella lotta al Coronavirus. In tutto ciò anche Francesca fa la sua parte.

Dottoressa, cosa è successo?

Dall’oggi al domani è cambiato tutto. Io ero medico di Pronto Soccorso, assunta da poco a tempo indeterminato, dopo aver vinto un concorso pubblico . Arriva la notizia che nel nostro ospedale si sarebbe aperto un centro Covid dedicato. Ci fu ovviamente uno smarrimento iniziale, ma poi si comprese che occorreva rimboccarsi le maniche, fare squadra per lottare al meglio il nemico invisibile.

Cosa decide di fare?

Nei primi mesi di pandemia ho proseguito il mio incarico in Ps. Ovviamente le attenzioni erano triplicate, vista la situazione di massima allerta. In estate però maturo la decisione di volere lavorare in reparto Covid. Una scelta non facile, che mi batteva in petto, come un sentimento che non si può ricacciare. A settembre faccio domanda alla direzione e mi dichiaro disposta anche a rinunciare al cosiddetto posto fisso, pur di essere parte della squadra che lotta il Covid. Lo sento come un dovere morale. Arriva fortunatamente l’accordo e a ottobre scorso inizia la mia avventura nel reparto.

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Perché una scelta così difficile?

Sono un’internista e il Covid ci ha dato prova di coinvolgere tutto l’organismo, non solo le basse vie respiratorie. In questi mesi abbiamo assistito a manifestazioni cliniche davvero variegate: dai problemi renali, a quelli sistemici, dagli ictus, ai problemi pancreatici. Una malattia tanto complessa e ingravescente. Ho desiderato di mettere le mie competenze e la mia buona volontà al servizio dei malati di Covid. Una scelta difficile, ma che rifarei.

Quanto è Dura lavorare in un reparto Covid?

Lo è tanto soprattutto quando da medico che cura, ti ritrovi a essere un medico che accompagna il paziente alla morte e, mi creda, è successo spesso. Ahimè questa malattia è ancora presa sottogamba da molti, ma sa essere letale, più di quanto non si immagini. Non dimenticherò mai una paziente arrivata a novembre scorso. Era anziana, minuta, silenziosa, mai una parola di troppo, non un lamento, eppure le sue condizioni erano davvero gravi. Il Covid lo aveva subito, ed è il caso di dirlo. Le era stato portato fin dentro casa, in un paesino dove si era verificato un focolaio preoccupante. Ci collaborava in tutto, accettava con mitezza le cure, anche quelle più fastidiose. Non è riuscita a farcela ed ho provato un dolore grande per quella perdita. Siamo medici, ma abbiamo un cuore che batte forte sotto il camice.

Una storia di speranza invece?

Un paziente novantenne, che aveva tutti i figli al nord. Qui in Sicilia aveva solo noi sanitari. Ogni mattina recitava, al meglio delle possibilità, il rosario. Con un filo di voce mi diceva che aveva fiducia nella provvidenza. Mi commuoveva una cosa: pregava per lui e pregava per me. Io lo invogliavo a concentrare le sue energie solo verso la sua causa, ma lui ribadiva il desiderio di mandarmi tante benedizioni, perché noi medici ne abbiamo bisogno. Quel vecchietto si è negativizzato, ha superato la malattia e ora sta bene. Lo porto nel cuore. Forse lui non lo sa, ma quelle benedizioni che mi ha mandato, sono state un balsamo per me.

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Quanto è importante che un medico entri in empatia con i pazienti?

Reputo che sia fondamentale. Sono per natura empatica. Non potrei immaginare un maniera asettica di fare medicina. La pandemia poi rende ancora più necessario il creare un sentimento con i pazienti. I malati di Covid sono isolati, non possono vedere i loro affetti, rischiano per questo di mollare emotivamente e la forza emotiva è importantissima per lottare una malattia. Questo virus inoltre sta rendendo noi medici testimoni di nuove forme di tragicità clinica: la morte viene a trovare i pazienti da vivi. É una frase forte, ma descrive una grande verità. I malati gravi sono vigili fino alla fine. Qualcuno di loro mi ha chiesto: sto morendo è vero?

Se non dai conforto a un paziente in queste condizioni come puoi dormire sonni sereni? Il sanitario diventa tutto per un malato di Covid e noi dobbiamo essere all’altezza del nostro delicato ruolo, in scienza e coscienza.

Quale è la sua paura più grande?

Di non poter assistere in maniera adeguata i miei pazienti. Se vuole sapere se temo il Covid, le rispondo che oggi sicuramente meno di ieri. Usiamo un abbigliamento e dei dispositivi di protezione molto rigorosi. Abbiamo imparato a non commettere passi falsi e soprattutto ci siamo vaccinati, cosa che suggeriscono di fare a tutti. Ovviamente camminiamo sui cristalli e ci impegniamo per tutelare noi, i nostri congiunti e chiunque incontriamo sul nostro cammino.

Lei è anche moglie e mamma, la sua famiglia come vive questo periodo difficile?

Mio marito ha compreso, rispettato e sostenuto la mia scelta. I miei due bimbi, una di sei e l’altro di due, mi sorprendono per la loro maturità. La più grande dice ai compagnetti che la mamma è dottoressa e lotta ogni giorno contro il Covid. Ogni tanto mi chiede: mamma, ma quando lo sconfiggi per sempre questo brutto virus? Il piccolino ha preso una certa confidenza con la mascherina, sarà perché vede quanto rigorosa sia la condotta familiare in tema di dispositivi di protezione. Sebbene abbia solo due anni sa già lavare bene le manine. Cerchiamo di vivere serenamente questo momento, senza caricare di pressione e apprensione i piccoli. Ovvio che ai bimbi manca il vedere i nonni, manca il contatto fisico con gli affetti più stretti. La nostra vita sociale è praticamente zero, ma va bene così, questo è un sacrificio necessario. Conciliare il mio lavoro con la famiglia non è semplice. Una cosa è certa, a casa tutti hanno ben chiaro che la mamma va a lavorare per il bene collettivo e se qualche domenica non pranza a casa è per una giusta causa. Certi che questo brutto momento passerà.

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Dottoressa, cosa sogna?

Nell’immediato sicuramente di uscire da questa emergenza. La pressione ospedaliera, che dopo le feste di Natale era diventata preoccupante, ora si è un po’ allentata, ma non si può abbassare la guardia. In reparto, verifichiamo che tantissimi contagi sono causati da condotte evitabili: feste o comunque grosse riunioni tra amici e parenti in case private. Sono cose che non vanno fatte perché possono costare un prezzo troppo alto. Abbiamo avuto in ospedale pazienti anche di vent’anni. Abbiamo curato quarantenni in condizioni critiche. Non si può far finta che tutto ciò non accada.

I sogni a lungo termine sono, a livello professionale, legati all’ambito diabetologico, così da proseguire la tradizione di famiglia. Vorrei tanto lavorare su quel fronte e mi auguro che, finita l’emergenza Covid, ciò sia possibile.

A proposito di tradizione di famiglia, lei lavora spalla a spalla con suo papà, il dottore Vincenzo provenzano

Si, mio papà è la mia roccia. Per un usare un’immagine figurata, mio papà è come un giardino fertile dove sono coltivati i sogni di noi figli. Mio papà da carica ai miei sogni e io sono molto orgogliosa del rapporto di lealtà, fiducia e confronto, costruito con lui.

Quale la sua ricarica quotidiana?

In primis la mia famiglia. La vitalità dei miei bambini è linfa. Poi qualche passeggiata nella natura, quando possibile. Un giro in barca a godere dell’odore del mio mare è un desiderio, che spero diventi presto realtà. Sicuramente il progetto di un viaggio. Quando tutto sarà finito mi piacerebbe tornare a Budapest ed anche in Francia. Spero di cuore che accada presto, perché significherà tornare a vivere, ma soprattutto aver sconfitto questo brutto male.

Grazie dottoressa e ad maiora!

 

 

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