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L’11 settembre e la maestra Pina

Dov'ero io quel giorno? Ero al sicuro con una persona buona

Con un occhio guardavo Non è la Rai, con l’altro studiavo Diritto Pubblico. Trasmettevano una replica scucita di un programma, che aveva intrattenuto i tempi morti della mia adolescenza. Poi il nero, fine della trasmissione, il tg edizione straordinaria. Il fumo, le due torri, gli aerei, il terrorismo. Una sequela di informazioni che, nella mia mente da ventenne, in gara verso un esame universitario, passavano come un barcode sotto uno scanner del supermercato.

Mi turbai, senza averne piena coscienza. Chiusi il manuale di diritto e gironzolai prima per casa, quindi pensai di fare una passeggiata. Il bello di vivere in un paesino è che puoi “circumnavigarlo” sentendoti padrona di ogni suo anfratto. Passi da un quartiere a un altro con la disinvoltura di chi va dal soggiorno alla camera da letto.

Un incontro

La chiesa Madre del mio paese aveva il portone laterale aperto. Mi infilai dentro, quasi a cercare riparo, come per trovare risposte. Vi trovai la mia maestra. La maestra Pina. La prima, tra le tante persone che, fuori dal giro del cuore, mi aveva insegnato qualcosa di importante.

Mi sentii confortata. Non so perché, ma quel giorno ricordai con lucidità il nostro primo incontro, manco fosse capitato un attimo prima.

Mi aveva aperto le porte della scuola elementare. Non avevo fatto l’asilo. O meglio, l’avevo frequentato a singhiozzi. C’erano i nonni, gli zii, i tanti cugini. Ero cresciuta in una sorta di scuola familiare, con il vantaggio di un amore dato per scontato e il rovescio della medaglia del dover muovere i primi passi nel mondo una spanna indietro  agli altri. Fui fortunata a conoscere la maestra Pina nel primo giorno di scuola della mia vita. La maestra Pina è una donna buona. L’ho compreso nel momento stesso in cui l’ho conosciuta. I bimbi non sanno nulla del mondo, ma sanno decifrarlo a perfezione con un codice che si conosce, appunto, solo quando si è bambini. Mi sorrise, mi aprì le braccia e io decisi di fidarmi. Non una lacrima. Non mi girai indietro una sola volta. Né verso mia mamma, né verso quella porzione di mondo ovattato che, da quel giorno, mi lasciavo alle spalle. Iniziammo a volerci bene. Con un bimbo non puoi bluffare.

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Un bimbo che si sente al sicuro

La maestra Pina mi faceva sentire al sicuro, con i suoi modi sinceri, con i sorrisi al momento giusto, con quel tono di voce lento, accordato a perfezione con il mio. Se mi concentro, ricordo ancora il suo profumo: era odore di pulito, con una nota di vanità. Era odore di donna perbene, di maestra, di mamma. Lei, che mamma non lo è stata, aveva però, il dono del saperlo essere. Si presentava al mattino con i capelli mossi, inquadrati in quelle pettinature “antiche” da donna elegante, la gonna di tweed e il gonfino bianco di cachemere. Possedeva il pregio di un’ eleganza poco eloquente ed aveva il talento di chi sa farsi ascoltare, senza dover mai alzare la voce. Chiamava l’appello e poi iniziava la lezione. Mi insegnò a scrivere la mia prima parola: Ape! Mi disse mille volte brava quando alla lavagna declamai a gran voce il nome di quell’insetto nobile. Non volevo saperne di leggere. Fui l’ultima della classe a imparare. La maestra mi insegnò il mistero delle lettere, che si accoppiavano tra loro producendo suoni e lo fece con pazienza e dedizione. Non rimproverò mai quella mia andatura rallentata. Anzi. Mi incoraggiò, ma senza smania. Credeva in me. Glielo leggevo negli occhi e sarei pronta a giurarlo. Perchè, appunto, un bambino capisce, un bambino sa. Quando nessuno se l’aspettava, lessi d’un fiato un foglietto con una preghiera a santa Caterina. L’avevo trovato nei corridoi del palazzo scolastico di Casteltermini. La maestra Pina quasi si commosse. Fummo felici insieme. Ho conservata nel cuore la fotografia di quell’istante. Non si dimentica mai chi condivide con noi la felicità. Da allora la lettura è diventata uno dei miei posti preferiti. È una delle prime lettere nell’alfabeto delle mie giornate. Un giorno cambiarono le regole. Le classi con una sola maestra diventarono “moduli”. La scuola si ammodernò e la maestra Pina dovette cambiare sezione. Piansi a dirotto quando lo seppi. Piansi di nascosto e conobbi, in quella circostanza, il sinistro sentimento della solitudine. Come avrei fatto?

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Nella vita bisogna farcela sempre

Ce la feci, perché nella vita ce la si deve fare sempre. Continuai ad amare la lettura e le lettere in generale, mi appassionai ai libri e alla scrittura. Ricordavo la voce della maestra quando mi diceva: “Forza Stellina, la d con la a si legge da” ed in quel momento pareva che nel mondo ci fossimo solo io, lei e l’importanza di imparare qualcosa che può cambiare la vita.

Quando ancora abitavo al paesello, mi capitava spesso di incontrare la maestra. Così come capitò quell’11 settembre del 2001. Tra i banchi della chiesa madre ci scambiammo quel sorriso complice, che non si era spostato di un solo centimetro da quella prima volta, quando mi furono spalancate le porte della scuola e in qualche modo anche quelle della vita. Scambiammo appena qualche parola. Non commentammo nulla di tutto quel dolore che era piombato a tradimento sull’umanità. Tornai a casa e mi sentii leggera.

Mi acciambellai nei bei ricordi dell’essere bambina e un po’ volli tornare tale. Il mondo piangeva e io avevo bisogno di consolarmi.

-APE

-Brava Stellina, sei bravissima, hai scritto la prima parola della tua vita!

Ed ancora

-La d con la a si legge da.

Che fortuna aver avuto una maestra così: che ha creduto in me, che ha avuto pazienza, che mi ha voluta bene così come meritano di essere voluti bene tutti i bambini.

Quando mi domando dov’ero io quell’11 settembre? Ero con la maestra Pina e quindi ero al sicuro.

Dedicato a Pina Antonucci, la mia prima insegnante, che, forse inconsapevolmente, ha iniziato a indicarmi la strada.

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Dedicato alle vittime dell’11 settembre…anche se è un pagina che non racconta nulla di quel giorno, parla di amore e di speranza!

 

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