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Io, ragazzone in salute, positivo da cinquantatre giorni al Covid, ho temuto di perdere tutto

La testimonianza di Piero Minardi, quarantenne delle provincia di Agrigento, che ci racconta del suo Covid di lungo corso, del ricovero, delle paure e delle speranze

Positivo al Covid da 53 giorni, reduce da una seria polmonite ed ancora in ossigenoterapia. É la storia di Piero Minardi, un quarantenne di Casteltermini, in provincia di Agrigento. Il classico “ragazzone in piena salute”, come lui stesso si definisce durante l’intervista. Eppure il caso di Piero è uno dei tanti casi, che dimostra come il Covid non abbia classi di priorità. Può colpire in maniera seria chiunque. Tutto comincia a metà marzo. Piero è un impiegato postale e nell’ufficio dove lavora si crea un piccolo focolaio. All’inizio la situazione non sembra preoccupante, poi però l’evoluzione.

Piero, ci racconti cosa è successo?

Era il 15 marzo e un collega ci comunica di essere positivo al test rapido. Parte l’allarme, ma attendiamo l’esito del molecolare, che dopo due giorni conferma il forte sospetto. Andiamo tutti in quarantena preventiva, eseguiamo i tamponi e su quattordici impiegati, sei risultiamo positivi. Non ho sintomi. Sto bene. Mi creo una bolla di isolamento in casa e contatto l’Usca. Mia moglie e mia figlia, che ha dieci anni, sono fortunatamente entrambe negative. Spero e credo di potere essere un caso asintomatico. Passa qualche giorno però e iniziano i primi segni della malattia: mal di testa, un po’ di tosse. Tutto sembrava però sotto controllo. Comincio la terapia domiciliare, ma passa poco ed ecco i sintomi seri: la febbre non mi da tregua, ho il fiato corto, la tosse è pesantissima. Non dormo più la notte, mi rendo conto che la malattia potrebbe avere la meglio. Decido di andare in ospedale. Il Covid aveva colpito pesantemente anche me, ragazzone di un metro e novante per cento kg di peso. Piango lacrime silenziose. Vedo scorrere davanti a me il film della mia vita: gli obiettivi raggiunti con fatica e onestà, la cosa più preziosa, la mia famiglia, mia moglie Zina, la mia piccola Miriam. Ho temuto seriamente che avrei potuto lasciarle. Ho pensato agli affetti: parenti ed amici. Ho avuto paura, come forse non ne avevo mai avuta prima.

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Cosa succede una volta in ospedale?

Arrivo all”ospedale di Agrigento, dove mi viene eseguita una tac e la diagnosi è quella che si temeva: polmonite bilaterale da Sars Cov.2. Mi ricoverano al reparto di Medicina e lì conosco i miei compagni di viaggio: abbiamo tutti il Covid, tutti lottiamo. Ci sono coetanei miei, ragazzi più giovani e tanti anziani. Nella maggioranza dei casi, siamo stati colpiti dalla variante inglese. Per 14 giorni giro intorno al letto con un tubo di ossigeno, che per i primi otto giorni di ricovero non riesco mai a mollare, nemmeno quando devo andare in bagno.

Cosa comprende in quei giorni?

Che l’aria, quella che respiriamo con i nostri polmoni, è un bene prezioso, ma che la diamo per scontata. Io avevo i polmoni chiusi e ho desiderato con tutto me stesso di respirare a piene forze. Vi garantisco che le crisi di aria sono una delle cose più brutte che ci siano. Ho passato la Pasqua in ospedale, vi lascio immaginare la tristezza. In quei momenti, semmai ve ne fosse bisogno, ho compreso quanto prezioso sia il nostro quotidiano, quello fatto di cose ordinarie, ma preziosissime.

Pasqua in ospedale

QUando viene dimesso?

Dopo quattordici giorni di ricovero sto meglio, i miei parametri sono tutti in risalita e quindi decido di uscire dal reparto e di tornare a casa. É molto dura resistere in un reparto Covid dove vi sono pazienti allo stremo e personale medico e paramedico bardato da capo a piedi. Loro fanno il possibile e lo fanno benissimo, ma la mente del paziente è a durissima prova.

Torno a casa, però non dalla mia famiglia, non è prudente poiché sono ancora positivo. Nel frattempo si è positivizzata anche mia moglie, fortunatamente con pochi sintomi. La nostra bimba è negativa. Si fanno i salti mortali. Una piccina di dieci anni,  che con maturità deve sperimentare un isolamento particolare, con la sua mamma che le dà forza da dietro la porta. Nel frattempo però le mie condizioni migliorano. Sono monitorato dai medici, che verificano il mio stato di salute. I miei tamponi però seguitano ad essere positivi. Dopo 35 giorni di isolamento, però mi viene certificata la possibilità di uscire di casa, ovviamente con tutte le cautele del caso.

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Come vive da positivo di lungo termine?

Anzitutto con la speranza di negativizzarmi, perché credetemi adesso è diventato davvero pesante. Per il resto, la prudenza la fa da padrona: mascherina, lavaggio continuo delle mani, distanziamento. Dopo 46 giorni sono tornato a casa da mia moglie e da mia figlia. Non ci abbracciamo, non ci baciamo, stiamo molto attenti, ma siamo finalmente di nuovo insieme e questo è quello che conta. La migliore cura per corpo e mente.

Ha ancora qualche strascico della malattia da Covid?

La polmonite lascia delle ferite che ci mettono del tempo a rimarginarsi. Faccio ancora ossigenoterapia, mi capita di avere il fiato corto quando cammino o salgo le scale. Farò una tac a metà del mese di maggio e contestualmente una visita pnueomologica. Ci vuole tempo prima di uscire fuori dal tunnel del Covid.

Cosa vuole dire a chi prende sotto gamba questo virus?

Che è un errore grave prenderlo alla leggera. Può colpire chiunque in maniera molto seria. Attenzione massima. Dico anche di credere nel vaccino, che io farò appena possibile, ossia quando saranno trascorsi i tempi previsti dopo essere risultato negativo.

Grazie Piero e ad maiora!

 

 

 

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