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Io ragazzina bacchettona e Piero Pelú che mi faceva paura

Ricordi di gioventù, quando il rock era visto male ed il pregiudizio era una prigione

Da ragazzina ho rischiato di essere una bacchettona. Quando ci ripenso sorrido e mi fa tenerezza quella quindicenne di provincia, di educazione cattolica (mantenuta, oggi, per scelta e non più per convenzione), incuriosita, ma con timore, dalle “trasgressioni” che si concedevano taluni inarrivabili e fighissimi ragazzacci del paesello. Mai una sigaretta, banditi gli alcolici e che dire poi del sesso prima del matrimonio: peccato mortale. Giuro, vi fu un tempo in cui la pensavo esattamente così. Tra i contrappunti dei miei giovanilistici tabù c’era anche la musica. Gli anni ‘90 erano il tempo in cui serpeggiava il terrore della musica “diabolica”. Erano anni di rock ed il rock, si sa, non ha accezioni propriamente angeliche. Vi fu anche una convegno, organizzato forse da Azione cattolica, al quale partecipai seduta in prima fila, in cui si mettevano al rogo una sequela di artisti. Tra questi c’erano anche i Litfiba, che avevano ardito di intitolare una canzone “666” ed un’altra addirittura “Spirito”. Piero Pelú, manco a guardarlo: uno spiritello venuto fuori dai capricci di Lucifero e catapultato direttamente sulla terra per dannare le anime di noi poveri giovani.

Il paradiso un’assurda bugia

Morale della favola, mentre i ragazzacci del mio paese si sollazzavano ad ascoltare a tutto volume “il paradiso è un’assurda bugia, tutte le vite per prima la mia”, io mi limitavo ad “allungare” un orecchio verso quel motivo che, anche quando “coraggiosamente” lo ascoltavo da cima a fondo, alla fine non mi consegnava a nessun Inferno. Passarono gli anni, vinsi i miei pregiudizi, addestrai la mia capacità di ragionamento, coltivai la mia fede cattolica in totale autonomia e inizia a lasciarmi intrigare dal rock. Ascoltavo Ligabue, Vasco, I Cranberries, ma i Litfiba restavano nell’angolino. Un rigurgito ingenuo, una sorta di remora, mi teneva lontana da quella band, che in quegli anni spopolava.

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Un giorno con i Litfiba

Iniziai a muovere i primi passi nel mestieraccio e, manco a farlo apposta, presi a collaborare per Telepace. Avevo vent’anni e mi mandarono a intervistare niente popó di meno che…proprio i Litfiba. Non una semplice intervista, ma una giornata intera insieme a loro, con tanto di pranzo al ristorante, tour di alcune scuole agrigentine e riprese dietro le quinte. Io? I Litfiba? O my God! Pensai.

Ghigo Renzulli e la mia prima vera intervista

Piero Pelù era appena uscito dal gruppo e stava già facendo una luminosa carriera da solista, spopolando con il singolo “Vivere il mio tempo”. Nella band restava il fondatore, quel Ghigo Renzulli, che nel mio immaginario era il vice demonietto, alle spalle del  più celebre Pelú. Il loro singolo era Elettromacumba (azz, la macumba). Scettica, ma comunque entusiasta, mi preparai alla prima vera esperienza giornalistica della mia vita. Trattavasi pur sempre di celebrità. Fu una giornata che ricordo con dolcezza, perchè quella band di “scalmanati” in realtà era fatta da galantuomini. Renzulli al ristorante mi raccontó della dolorosa separazione da Pelú e lo fece con gli occhi annacquati di emozione e sincerità. Mi parló di quando iniziò a studiare chitarra, delle prime band, in una delle quali c’era anche uno dei miei idoli musicali, Raf (altro che musica demoniaca). Tra una domanda e l’altra Renzulli mi disse che all’anagrafe faceva Federico e che avrei potuto chiamarlo così, che gli facevo tenerezza e che ero dolce con la mia faccia da “patanella” (che in campano vuol dire cicciotella, ma in senso molto affettuoso). Mi suggerí di saper tenere gli occhi aperti, che il mondo è pieno di cattivi, ma di farlo senza terrore, perché nel mondo ci sono anche i buoni . Poi mi parló ancora di Piero Pelú, che era un grande artista, che forse un giorno si sarebbero ritrovati. Quella fu la mia prima vera intervista e per ironia della sorte mi mise di fronte chi non avrei mai immaginato. Da allora iniziai ad ascoltare i Litfiba ed anche Piero Pelú. Non sono mai stata una rockettara tout court, ma per Pelú ho un debole. La sua aria “torbida”, i pantaloni attillati di pelle, l’appeal da tipo poco raccomandabile, a cui non affideresti manco il pesce rosso, mi fa sorridere. A Sanremo l’ho trovato fighissimo: ha un brano orecchiabile, pieno di carica, lui è uno dei performer migliori. Poi è un nonno ed al nipotino ha addirittura dedicato “Gigante”. Lo immagino che va a prendere il nipotino a scuola, con il codino spettinato, i pantaloni attillati, le borchie ed i tatuaggi a vista. Sorrido, perché se fossi una maestra non affiderei mai un innocente a un tipo come Pelù. Poi rivedo la me quindicenne, bacchettona e noiosetta. Ricordo Ghigo Renzulli, un galantuomo vestito da diavoletto. Penso anche che sono passati tanti anni e che in questo tempo una cosa l’ho imparata: il pregiudizio è la prigione peggiore, ma ad uscirne si fa sempre in tempo.

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