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Il Covid invade la regione che non esiste

Facciamo il punto sul caso Molise, una delle regioni più colpite dalla pandemia

Ci voleva il Covid per ricordarci che il Molise esiste?

Sì, ma fino a un certo punto, poiché della piccola regione del centro sud e dell’impatto devastante che sta avendo la pandemia, si parla da pochissimi giorni, quando in realtà morti e feriti si contano ormai da settimane. La notizia che ha spaccato il cuore della gente è stata quella della morte di Mirko Sarchione, 38 anni, un ragazzone in buona salute, come lo definisce chi lo ha conosciuto. É metà febbraio quando le sue condizioni di salute peggiorano. É ricoverato all’ospedale di Termoli, in attesa di un posto in terapia intensiva, occorrenza che non si verificherà mai. Mirko muore di Covid, lascia moglie, figli e l’amaro nella bocca di tutta la sua terra. Perché è successo? Si è fatto il possibile?

É la domanda più frequente. Anche perché di malati gravi in Molise se ne contano tanti. C’è pure una ragazza di poco più di vent’anni.

I posti in terapia intensiva, nella piccola regione, scarseggiano. Non sono mai stati ampliati, sebbene la pandemia ormai sia quasi alla sua terza ondata e il tempo per organizzare le cose non sia mancato. Scende in campo la magistratura e viene aperta un’inchiesta. Nei mesi scorsi i carabinieri avevano iniziato le loro indagini. Negli ospedali sono evidenti delle “criticità”: emergerebbe questo. Quando ancora i casi di Covid erano pochissimi, c’era approssimazione nell’accesso dei malati all’interno delle strutture ospedaliere, con l’eventualità che positivi (o possibili tali) e persone sane entrassero liberamente in contatto.

Non è stato redatto un piano Covid, nonostante la pandemia marciasse da mesi. Bisognava individuare e presto i centri dedicati, con terapie intensive ad hoc e respiratori a disposizioni di eventuali malati in distress. L’ospedale Vietri di Larino e quello di Termoli potevano diventare la soluzione? Così si paventava, così non è stato. Ad oggi i pazienti Covid sono stati trasferiti alla Fondazione Gemelli di Campobasso, dove il personale è quello di Neuromed, il colosso della sanità privata che fa capo ai fratelli Patriciello. Uno dei due, Aldo, è europarlamentare di Forza Italia. A Termoli, uno dei centri più grossi della regione, è stato addirittura allestito, in fretta e furia, un ospedale da campo. L’urgenza si taglia con il coltello: da giorni oltre al via vai di ambulanze, c’é anche quello di elicotteri, che trasportano i pazienti gravi in altre regioni.

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Da oggi il Molise è tutto zona rossa, finora lo è stata solo la bassa molisana. Un territorio di 305 mila abitanti, che registra una delle percentuali di contagi più alta d’Italia. La regione ha già superato da un mese il livello di guardia, con 1,2 di indice Rt (il resto d’Italia si attesta sullo 0,99). Colpa della dilagante variante inglese? Parrebbe di sì. Ma facciamo qualche passo indietro per comprendere meglio.

La vicenda Molise da inizio pandemia

Il Molise è stato uno dei pochissimi territori italiani definito “green”. Non che il Covid lì non fosse arrivato, ma lo aveva fatto in sordina, con contagi ben oltre sotto la media, con un’estate free (della quale hanno approfittato una sequela di turisti della prima e della ultima ora) e con un inizio autunno che aveva visto, soprattutto nelle scuole, una marcia ben ingranata. Poi il tracollo. A fine novembre le prime avvisaglie che la malattia da Sars Cov.2 fosse arrivata prepotente. Aumentano i ricoveri e i pochi posti in terapia intensiva sono presto tutti occupati. Va da sé che inizia la conta costante delle vittime. Una di queste è il papà di Roberto M. Si tratta di una persona ottantenne, che probabilmente ha contratto il virus durante il ricovero in un ospedale pugliese, per un intervento chirurgico programmato. Settimane di sofferenza, di speranze accese e poi spente dal verdetto finale. Un copione che nel resto d’Italia era già ben conosciuto, ma che nella piccola regione diventa occorrenza del tutto nuova. Inizia l’allarme. L’apri e chiudi delle scuole. I prudenti che si trincerano in casa, gli imprudenti che invece fanno come se nulla fosse. Ed è proprio a causa delle reunion familiari e tra amici, durante le feste di Natale, che in contagi impennano.

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Da allora sono passati tre mesi, che sono stati devastanti per la “regione che non esiste” e che suo malgrado è finita sulle ribalte nazionali. I morti di Covid, da inizio pandemia, sono stati 351. I 3/4 dei decessi si sono verificati da novembre a oggi. Dati che hanno fatto schizzare la percentuale molisana di morti Covid tra le più alte d’Italia.

Il parere dell’avvocato De Michele

Tina De Michele è un avvocato di Termoli, che da settimane fa sentire alta la voce della sua gente.

“Qui è mancata l’assistenza territoriale, soprattutto nel basso Molise. Nel distretto di Termoli – Larino abbiamo una sola Usca per oltre 100.000 abitanti, quando la legge ne vorrebbe una per ogni 50.000 abitanti. Un dato che deve fare riflettere oltreché addolorare. Questo ha comportato che i pazienti si sono ammalati, non hanno avuto assistenza a casa, si sono aggravati e sono arrivati in ospedale in condizioni disperate. Il mio parere da avvocato è che è mancata la programmazione, la prevenzione e la visione dell’emergenza. Tutto ciò si inseriva nel quadro difficilissimo della sanità commissariata da anni, dove viene accumulato un disavanzo che diventa debito. Tenga conto che noi paghiamo le addizionali regionali più alte d’Italia, per ritrovarci di fatto con nulla in mano. Per quanto riguarda le persone con disabilità si è vista la carenza dell’aggregazione socio-sanitaria, ma tutto ciò è conseguenza inevitabile dello smantellamento del sistema pubblico.  Anche la campagna vaccinale subisce le lentezza di questo sistema. Chiediamo giustizia per chi è morto, ma soprattutto che ciò non succeda più.”

Il parere del virologo Pregliasco

Sul perché la pandemia sia arrivata tardiva e prepotente in Molise, abbiamo chiesto (in occasione di un intervista a tema “Un anno con il Covid2) un parere al noto virologo Fabrizio Pregliasco, primario al San Donato e docente all’Università di Milano.

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Professore Pregliasco, la variante inglese può essere la responsabile di quanto sta accadendo in Molise?

“Potrebbe. Se consideriamo che la popolazione ha avuto un impatto bassissimo con il virus primitivo, quindi di fatto la malattia da Sars Cov. 2 nella regione è circolata pochissimo, l’approccio della variante è stato molto forte, arrivando in una popolazione che non aveva confidenza con Coronavirus.”

Il vaccino potrà essere utile, sebbene testato sulla forma primitiva del virus?

“I Coronavirus devono avere una matrice comune, quindi il vaccino aiuterà anche qualora si dovesse entrare in contatto con le varianti del virus. La speranza è quella di eventuali forme di malattia più lievi e comunque non letali.”

Intanto il Molise oggi si è svegliato in rosso, si lecca le ferite,  ma non vuole arrendersi. Piange un’altra vittima. È di poco fa la notizia della morte di un volto simbolo di Termoli, la maestra Matilde Dattoli, titolare di una delle scuole per l’infanzia più note della cittadina. Se l’è portata via il Covid a 70 anni. La gente molisana piange, ma è gente di mare e di terra. Ha forza, caparbietà e valori. Chiede giustizia e vuole che le cose cambino. Che la carneficina finisca qui e che le istituzioni facciano quel che devono.

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