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É siciliano il medico che ha curato e guarito a domicilio i malati di Covid

É successo nella bergamesca, dove un giovane medico, con coraggio, ha deciso di continuare a fare il suo dovere, salvando tante vite

Riccardo Munda è un medico di famiglia, ha 38 anni e da sei lavora a Selvino, tra le montagne bergamasche. Una libera scelta la sua, dettata dal desiderio di mettersi in gioco nella professione medica, anche lontano dalla sua terra, dove tutte le domande di lavoro presentate andavano a vuoto. Riccardo Munda è siciliano, di Mazzarino, in provincia di Caltanissetta.

“Mi sono laureato tardi, racconta, ma per libera scelta. Ho cambiato facoltà, prima studiavo Biologia, ho vissuto la mia gioventù e poi ho scelto la strada che oggi è diventata la mia strada.”

Selvino, un paese a più di 1000 m. di altezza e con appena 2000 abitanti. Un luogo di pace, aria buona, i turisti d’estate e nel tempo della neve, la gente di montagna, buona e accogliente. Il luogo ideale per vivere bene. Poi il fulmine a ciel sereno. Il Coronavirus che insinua il suo epicentro a Bergamo, in quel nugolo di paesini innocenti. Selvino a memoria dice poco, se però scriviamo che si trova a un paio di km da Nembro allora la cosa cambia. Lì, tra marzo e aprile, si sono registrate circa 400 morti, collegate al Covid. La mancata zona rossa, le falle nel sistema e il ritardo nel capire l’allerta: queste le parole chiave di una strage, che ha sterminato una fetta importante della popolazione bergamesca.

In mezzo al dolore e all’incredulità ecco la figura del dottore Munda, che “contravviene” alle regole e salva vite. Perché in tv, nei protocolli ufficiali, negli spot online, il diktat era uno solo: di fronte a sintomi sospetti rimanete a casa. Chiamate il 118 o il medico curante. Il problema però, in 9 casi su dieci, era che, in quelle terre calde di malattia e morte, il curante o il 118 non arrivavano mai. La gente peggiorava e peggiorava ancora, nella solitudine. Il dottore Munda invece va controcorrente e decide di andare di casa in casa, a curare a domicilio i suoi pazienti con quelle brutte polmoniti interstiziali. A inizio allerta acquista due tute e le mascherine e va di porta in porta, rispondendo al grido di aiuto dei suoi assistiti.

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Dottore, ci racconti come è andata?

Sono un medico di famiglia  e sono precario. Attualmente svolgo tre mansioni: la guardia medica e due sostituzioni, una a Selvino e una a Nembro. A febbraio inizia tutto: constatavo tanti decessi per polmoniti, era una situazione davvero atipica. La cosa strana era che, per ogni decesso, vi era poi almeno un contagio nel nucleo familiare. Poche settimane dopo la consapevolezza che la tragedia Coronavirus era piombata in Italia e in questi paesini in modo particolare.

Lei cosa ha fatto a quel punto?

Ho tenuto fede al giuramento di Ippocrate, curare in scienza e coscienza, era il minimo.

Molti suoi colleghi però non hanno fatto come lei

Sono stati chiusi parecchi studi di medici di famiglia, con l’indicazione esclusiva di visite urgenti e indifferibili. Non mi permetto di giudicare nessuno. Io ho scelto di continuare come sempre. Ero un medico vicino alla gente prima del Covid e ho continuato ad esserlo anche durante.

Non ha avuto timore di infettarsi?

Ho cercato di proteggermi. Con le tute, che per tutto il resto dell’emergenza mi sono state fornite dal sindaco di Nembro e con i dpi, che ho comprato a mie spese. I miei tamponi sono sempre risultati negativi. Qualche giorno fa ho anche ritirato l’esito del test sierologico ed anche quello ha confermato che non ho mai avuto il virus.

Ci racconti del periodo più drammatico

Ricevevo telefonate e segnalazioni, non solo dai miei assistiti. Ho diagnosticato circa un centinaio di polmoniti interstiziali. Quelle dei mie pazienti le ho curate tutte a domicilio. Il segreto: accorrere al primo grido di allarme e iniziare subito con la terapia antibiotica. Resterà indimenticabile il caso di una signora in condizioni critiche. Mi chiama al telefono la figlia, era disperata. Mi bardo e vado a visitarla. Saturava 45: era a un passo dalla morte ed aveva anche un tumore polmonare. Era stata già tentata la strada dell’ospedalizzazione, ma a vuoto perché l’aspettativa di vita della signora era molto bassa e l’ospedale era pieno. L’ho visitata e ho tentato l’impossibile. La cura ha fatto effetto e la signora è guarita. Ho davanti il suo volto con dolcezza, somiglia molto a mia madre. Con lei ho curato una ventina di altre persone, tutte con polmonite interstiziale grave e una saturazione bassissima. Non hanno mai fatto il tampone, erano letteralmente abbandonate alla loro sorte. La cura e il monitoraggio (andavo a visitarle periodicamente) hanno fatto sì che guarissero tutte.

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Quale il ricordo più doloroso

Una mattina di marzo quando, andando al mio studio, ho visto uscire una bara da un’abitazione. Era il pasticciere dove andavo ogni mattina a fare colazione. Un uomo buono, un cinquantenne. Morto in solitudine. Dietro la sua bara c’erano solo il fratello e la cognata. Quello stesso fratello, mio assistito, che pochi giorni dopo iniziò ad avere sintomi sospetti e che ho curato. É guarito anche lui. Un altro ricordo doloroso è l’aver constatato il dramma della solitudine, uno dei sintomi non clinici del Covid, ma anch’esso gravissimo. Ho visto uomini, che un tempo erano stati pilastri, morire da soli. Ho ascoltato lacrime e percepito la costernazione del non avere nessuno a fianco. Voglio però precisare che non ho fatto nulla di eccezionale. Ho fatto solo ed esclusivamente il mio dovere a dimostrazione che, anche a casa, si sarebbero potute salvare molte vite, se solo fossero state seguite a livello sanitario.

Cosa sogna per il suo domani?

Di continuare a fare il medico di base. Sono un medico di paese e questo voglio continuare ad essere.  Stare vicino alla gente, curarla, ascoltare chi è solo. Sono però consapevole che, per le normative italiane, considerato il mio status da precario, anche domani, semmai dovesse arrivare il titolare, dovrei smontare le tende e andare via. Meglio non pensarci però.

Quante vite ha salvato?

Parliamo più che altro di persone che ho curato e che ce l’hanno fatta: venticinque, forse trenta. Un piccolo ma determinante numero nel mare della morte, seminata da questa malattia. Sono contento, ho tenuto fede alla mia missione, questo è ciò che conta.

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Grazie dottore Munda, buon lavoro e ad maiora!

 

Una risposta

  1. DrRino Munda sono figlio di. Salvatore Munda che è nato a Mazzarino che coincidenza di sapere di questo dottore Munda potrebbe essere il mio parente

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