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Coronavirus: mio padre di nuovo grave e mia mamma sintomatica che implora un tampone

La storia di Salvatore, che pareva in ripresa dal Covid ma è di nuovo intubato e della moglie a cui non è mai stato fatto il tampone

In questo venerdì santo desideriamo riprendere una storia, che fotografa i tanti volti del dolore, che risponde al nome Coronavirus. Sulle nostre pagine, qualche settimana fa, abbiamo raccontato la storia di Salvatore, un cinquantenne, uno chef siciliano trapiantato a Varese, della sua lotta contro il Covid 19, delle battaglie per arrivare a un ricovero (sopraggiunto allorquando, ed è il caso di dirlo, Salvatore rischiava di esalare gli ultimi respiri). Di Salvatore ci ha parlato la figlia Veronica, una ragazza di trent’anni, mamma di due bimbe, innamorata esemplarmente del padre e in prima linea nell’urlare il dolore ma anche nel cercare aiuto e spiegazioni per la situazione che tutta la famiglia si è ritrovata a vivere. Un ricovero all’ospedale di Saronno, effettuato il dieci marzo scorso, dopo ben dieci giorni di sintomi gravi: la febbre alta, la dispnea, i dolori muscoli, una fatica tale da impedire a Salvatore di mangiare, muoversi, andare in bagno. Una situazione grave, eppure gestita dai sanitari al telefono (dopo tanti tentativi a vuoto di raggiungere  il numero emergenza Coronavirus), con l’invito a pazientare, con la prescrizione di antibiotici ed antidolorifici, che cercassero di curare il malanno di Salvatore. Tutto invano. Poi finalmente il ricovero, quando la saturazione era di poco superiore a 75, il tampone, la diagnosi: Covid 19 con complicazioni da polmonite interstiziale severa. Il casco chep up che non riesce a regolarizzare gli scambi gassosi. La rianimazione e Salvatore che viene intubato. Da allora la famiglia, la moglie Silvana, le due figlie, compresa Veronica, i generi e le nipotine sono tutti in quarantena nella loro villetta trifamiliare. Non possono comunicare direttamente con Salvatore. Ricevono notizie al telefono e velocemente, perché il reparto è saturo, i medici non sanno letteralmente come dividersi. Poi il barlume di speranza. Salvatore esce dalla rianimazione, gli rimettono il casco e pare andare bene, gli tolgono anche il catetere e i medici ipotizzano anche un’alimentazione autonoma.

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“Eravamo al settimo cielo, ci racconta la figlia Veronica. Abbiamo passato settimane ad attendere una fioca luce di speranza, che pareva arrivata esattamente quindici giorni fa, quando improvvisamente è squillato il telefono e a parlarci era proprio il nostro adorato papà. Una voce flebile, poche parole, in cui chiedeva notizie di noi, della nostra salute, se anche noi avessimo contratto il virus. Quella breve conversazione ci ha riempito il cuore di una felicità davvero immenso, che ha dato senso al sacrificio, al panico. Da lì sono seguiti giorni di piccoli miglioramenti: papà sicuramente debilitato, con poca voglia di parlare, provato fisicamente e tanto emotivamente. Però migliorava, ci dicevano che sarebbe potuto passare in sub intensiva e noi fremevamo attendendo che ci comunicassero quel momento.”

Poi cosa è successo?

Una telefonata, quella che non vuoi ricevere. Ci hanno detto che papà aveva di nuovo la febbre, che la saturazione era scesa. Stava improvvisamente ed inspiegabilmente peggiorando. Perché? Anche i medici non sapevano rispondere. Avrebbero indagato. Intanto andava posto di nuovo sotto il casco chip up, un’occorrenza non facile per gli ammalati, ma sicuramente necessaria. Di nuovo una luce fioca di speranza, pare stare meglio, ma in realtà non è così. Ha di nuovo la febbre, gli scambi gassosi che non vanno per come dovrebbero. Devono fare delle indagini. La tac polmonare sembrerebbe, in prima battuta ed a detta dei medici, scongiurare una ricaduta da Covid. Indagano ad ampio spettro: potrebbe avere avuto un’infezione alle basse vie genitali, possibilmente per via del catetere. Iniziano una nuova terapia antibiotica, l’ennesima da quando è iniziata questa epopea. Aspettiamo. Ci riferiscono lievi miglioramenti, poi di nuovo il panico. Dovrebbero intubarlo, anzi no, attendono, si sono accorti che il casco era posizionato male. Ci riferiscono di averlo sistemato per come dovevano. Papà sta un po’ meglio ci dice uno dei medici che sentiamo alla mattina e alla sera, le sole due volte in cui riusciamo a capire cosa stia succedendo a papà. Intanto noi siamo a casa e aspettiamo, non possiamo fare altro. Perché i malati di Covid, una volta che li portano via in ambulanza, mentre i sanitari dentro le tute imperscrutabili, armeggiano per rianimarli, non li vedi, non sai neppure dove siano diretti, anzi pensi che potresti non vederli più.”

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Oggi come sta suo padre?

Male, molto male. Ieri sera è stato di nuovo intubato. È in condizioni gravi, di nuovo in rianimazione. Ha i polmoni compromessi, una serie di enfisemi, non compensa bene. Hanno pure riscontrato un’infezione polmonare, che fino a ieri, a detta dei medici, non era ancora visibile. Oggi non hanno escluso nulla, neppure una ricaduta da Covid. Non è certo, ma potrebbe. Del resto, quando lotti contro un virus sconosciuto, dove abitano le certezze? Come fai a parlare di immunità? Noi possiamo solo dire che siamo disperati. Sono settimane che non dormiamo più. Che preghiamo e speriamo di riabbracciare papà, che ha 53 anni, che prima di questo dramma era un uomo perfettamente sano, aveva fatto un check up generale pochissimi mesi fa. Siamo una famiglia di persone sane, le donne sono entrate in ospedale solo per partorire. Noi i medici li vediamo giusto un paio di volte all’anno, eppure siamo dentro questa tragedia e non esagero se la definisco così. Questo male oscuro è peggio di quanto non si possa credere, ha un decorso lungo, imprevedibile, denso di sali scendi. É davvero una malattia mai vista.”

Voi vivete anche un dramma nel dramma. Vostro madre sintomatica ma mai sottoposta al tampone

Assolutamente sì. Mamma Silvana sta male da settimane. Contestualmente con il ricovero di papà ha iniziato ad avere febbre, inappetenza, tosse, fame d’aria e perdita di gusto e olfatto, questi ultimi due sintomi peraltro hanno caratterizzato tutto il resto della famiglia. Abbiamo implorato un tampone, che ad oggi ci è stato negato. La sola indicazione è stato l’isolamento domiciliare e le cure domestiche. Non sarebbe stato opportuno tamponare tutta la famiglia, con l’evidenza di un caso tanto grave? Non sarebbe stato opportuno prestare più attenzione alle condizioni di mia mamma, anch’esse altalenanti e ad oggi non risolte? Consideri che le nostre due famiglie vivono praticamente in una sorta di prolungamento l’una dall’altra. Prima dell’inizio di questo incubo noi condividevamo tutto: pranzi, cene, momenti ricreativi. Come è possibile che nessuno di noi, tranne papà, sia stato sottoposto a tampone. Questo è uno dei tanti dubbi che si arrovellano nella mia mente e che riguardano questo momento tragico e paradossale. É un incubo e vorrei svegliarmi e pensare che sia stata tutta una costruzione della mia mente. Purtroppo però non è così ed ormai siamo al limite anche della speranza.”

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