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Conoscete la storia dei “vicchiariddi” di san Giuseppe?

L'altare di san Giuseppe era una tradizione dell'infanzia. Sapori e colori del sud si mischiavano, tra religione e rito

Sono originaria della provincia. Il mio paesino, Casteltermini, sui colli agrigentini, mi ha insegnato almeno un paio di cose: la calma e l’amore per i rituali. Da bambina, il 19 marzo, era un giorno senza rosso sul calendario, ma con una sua solennità. Io lo attendevo con il cuore in gola, come si attendono tutti i giorni “speciali”. Era il giorno dell’altare a san Giuseppe. Una tradizione siciliana, più della provincia, appunto, che non delle città. Si allestivano dei banchetti dedicati al patriarca della chiesa e poi, per tradizione, cibo e fiori, si donavano ai poveri “i vicchiariddi” del quartiere.

L’altare di san Giuseppe a casa dei miei nonni rappresentava per me, oltreché una certezza, anche una piccola felicità.

Tornavo da scuola e, con ancora indosso lo zaino ed il grembiule, mi fiondavo nel soggiorno della casa di “sant’Anna”. Lì, messi in un angolo il tavolo e le poltrone, troneggiava l’altare: il quadro di san Giuseppe al centro (quello antico, dove il falegname di Nazareth è raffigurato con la barba canuta e i capelli candidi. In braccio un bambinello pasciuto, con le gote rosse ed un’espressione leggermente pacchiana). Intorno era un tripudio di fresie fresche, arance, corone di pane, pignolata (un dolce tipico del sud, simile ai più famosi struffoli), sfince (somigliano alle zeppole, ma fritte ed ancora più soffici), cardi e cavolfiore in pastella. Cose semplici, di “poco conto”, ma belle da vedere e deliziose da gustare. Irresistibili dentro la cornice di quel rito.

Nell’altare di san Giuseppe si apparecchiava la dolcezza e il sapore della famiglia

Si avvicinava la Pasqua e quel giorno, infilato nelle “austerità” quaresimali, anticipava la gioia della rinascita. Era preludio di primavera e di cose belle da fare. Ricordo ogni cosa di quel rito: gli odori, i rumori, la fragranza del cibo. In un angolino, sbucava sempre un vassoio con le paste Savoia. Anche questo è un dolce siculo, il mio preferito. Strisce sottili di pan di Spagna, farcite di crema al cioccolato e ricoperte di glassa nera di fondente: una goduria. Poi si cantava. Perché che festa sarebbe senza musica? Il nonno imbracciava la chitarra e intonavamo tutto quanto ci passava per la testa. Le canzoni di Sanremo in primis (ancora fresche per l’orecchio). Ricordo che una volta cantammo per tre volte di seguito una canzone di Dario Baldan Bembo (un bravo cantante, che ebbe però poca fortuna). Ci prese così ed era bello. Poi arrivavano i vicini, ai quali si mostrava orgogliosi l’altare. Ce n’era uno per casa. Nel pomeriggio, mano nella mano dei nonni, anche io facevo il giro del quartiere e sgranavo gli occhi. C’erano altari barocchi, con tavole imbandite per cinque metri ed anche di più. Erano bellissimi da vedere, pieni di colori e di cibo e dolciumi d’ogni foggia. A malincuore ricordavo il diktat pronunciato dai nonni prima di uscire di casa: si guarda, ma non si tocca nulla! C’erano poi gli altari modesti, di chi poteva mettere un mazzolino di fiori e giusto due arance, ma aveva comunque onorato il gran santo. A fine giornata ogni “ben di Dio” sarebbe finito sulle  tavole dei poveri. Al mio paese i poveri devoti a san Giuseppe li chiamavano, e li chiamano ancora, “vicchiariddi”, anche se non ho mai capito il perché.
Non vivo a Casteltermini da un bel po’ di anni, eppure mi piace ricordare ogni cosa del diciannove marzo “al paese”: il rito, la solennità installata nelle maniere dei semplici. Riconosco nella tradizione una delle eredità più preziose: ci ricorda chi siamo, ci regala porzioni di gioia, ci concede una pausa dalle solite cose e ci fa riflettere su quelle importanti.

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Anche io, ogni anno, onoro la tradizione

Non so preparare né la pignolata né le sfince e di paste Savoia buone come quella dell’infanzia non ne ho più assaggiate. Eppure conservo quel quadro, quello antico, al quale regalo una devozione che prescinde dalla fede. C’è san Giuseppe con in braccio un bambino, di cui “il gran santo” sembra almeno il bisnonno. Ha uno sguardo conciliante, quello raro delle persone buone. Buone veramente. Installo il quadro in soggiorno e vi metto accanto un mazzo di fresie fresche. Ravvivo la memoria e mi rendo conto di quanto sia un privilegio anche il ricordo di una piccola felicità.
Buon 19 marzo a tutti.

 

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