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Chi è un pediatra?

In un vigneto di Corleone ritrovato il corpo del pediatra Giuseppe Liotta, disperso nell'alluvione di sabato scorso

Un pediatra non è un medico qualsiasi. Un pediatra, un buon pediatra, è un bravo padre, un confessore, un amico sincero. Un buon pediatra deve sapere usare le parole, anche se non ha scelto quelle come cardine del proprio mestiere. Deve saperti incanalare nel vicolo delle indagini, senza farti precipitare nel tunnel del terrore. Deve avere mani calde e gentili, perché si poggeranno su corpi, che sono in se stessi dei tabernacoli. Deve saper sorridere. Perché i bimbi hanno bisogno di sorrisi per affidarsi. Ma non di sorrisi di circostanza, quanto di occhi trasparenti, di cui fidarsi al primo sguardo. Ed ancor più dei piccoli, di un sorriso confortante hanno bisogno i grandi. Quei genitori, che affidano tra le mani del pediatra il bene più pregiato dell’umanità. Ogni genitore lo sa quanto preziosa sia questa figura. Anzi, appena si diventa genitori, il medico dei propri bambini diventa un faro, un punto cardinale, perché può bastare qualche linea di febbre per lanciarti nello sgomento ed è sufficiente una parola, una sola, del “tuo” buon pediatra per farti tornare con i piedi per terra. Non tutti i pediatri sono così, ahinoi. Alcuni si trascinano stanchi dietro il senso del dovere, punto e basta. Altri lo fanno solo per professione e non per vocazione. Altri ancora non filtrano, parlano ruvidamente, si irrigidiscono per una domanda di troppo, non rispondono al telefono, serrano le saracinesche nel momento esatto in cui il turno finisce, non un istante di più.

Un buon pediatra

Giuseppe Liotta era un buon pediatra. Rispettoso del suo camice, innamorato della sua professione. Non lo abbiamo conosciuto personalmente ma grazie alle parole di tanti suoi colleghi, che spesso sono passati tra le righe del nostro giornale. Una sua collega, amica della redazione, mi scriveva via whatsapp: “Giuseppe: una persona troppo perbene, un eccellente professionista”.

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Giuseppe Liotta: un professionista

Poche parole che dicono tutto di un uomo che, manco a quarant’anni, ha deposto la sua vita dentro un vigneto, tra i campi di Corleone (lì lo hanno trovato). Un professionista che ha deciso di andare a fare il suo dovere di medico, perché il suo turno richiedeva questo: sabato 3 novembre, ore 20.00, reparto di Pediatria, ospedale di Corleone. Ha salutato la moglie Floriana (oncoematologa pediatra al Civico di Palermo) e i due piccolissimi figli. Da viale Strasburgo fino “all’infinito”. Un’ultima telefonata e poi il nulla.

Di Giuseppe si è parlato poco

La sua storia è passata in secondo piano, perché, per le non sempre giustificabili regole del giornalismo, in mezzo alle disgrazie occorre sapere disegnare una gerarchia.

Non si è parlato di lui nel salotto di Vespa, nè negli speciali nazionali del Tg3. Si accennava sì a un medico disperso, ma la notizia, quella che incolla, era un’altra ed andava  del tutto eviscerata, nella sua sconfinata drammaticità. Giuseppe era uno, disperso in mezzo a montagne di fango. Ed anche se i grossi media non ne parlavano a sufficienza, a cercarlo senza sosta erano in tanti, in tantissimi. Perfino “semplici” volontari di Corleone, che hanno versato lacrime sincere, per quel giovane pediatra che, dal febbraio di quest’anno, era un “buon” pediatra tra le corsie dell’ospedale di Corleone. Su Fb molti corleonesi parlano di lui: “quella sera stava arrivando qua anche per curare mio figlio”. Si doveva trovarlo. Anche quando le speranze della vita avevano ceduto ogni arma. Lo si doveva per la moglie, per i figli, per i suoi pazientini e per Giuseppe, che era un buon pediatra, che era un uomo di dovere in mezzo alla tempesta, che era un uomo.

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L’attesa del ritrovamento

I suoi colleghi aspettavano questa notizia, racchiusi in un silenzio, che abbracciava tutti gli ospedali di Palermo: il Policlinico, dove aveva studiato, il Civico, dove è in servizio la moglie, ma anche il  relatore della sua tesi, il Di Cristina, dove, da precario, aveva lavorato per tanti anni. Tutti aspettavano Giuseppe, perché, anche quando la speranza della vita finisce, ci si appende al desiderio di dare dignità alla morte.

Giuseppe è tornato. Non per come tutti abbiamo sperato fino alla fine. Però c’è e questa è una minuscola risposta dentro questo dolore immenso, che ha spezzato il cuore della Sicilia.

 

 

 

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