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Auguri alle mamme imperfette

Gli auguri della nostra redazione

Avevo del tutto dimenticata che oggi è la festa della mamma. Pensare che giusto ieri il mio Raffaele tutto contento, grazie a quello strumento indispensabile e complesso che è la didattica a distanza, ha preparato per me un lavoretto bellissimo, che mi ha consegnato petto in fuori e occhi sgranati nell’attesa che io gli dicessi quanto è stato bravo.

Fino a un anno fa, la redazione aspettava questo giorno, come il giorno. Del resto ci chiamiamo A tutta Mamma e tutti così ci conoscono, ma non dimentichiamo mai il nostro “non solo”, che per noi vale tanto ed anche di più.

Un anno fa come oggi il giornale fibrillava con lo speciale di tutte le redattrici:  articoli, interviste, foto, storie raccontate tra qualche mia inevitabile lacrimuccia, perché, lo avrete capito, sono un’emotiva neppure troppo anonima.

Quest’anno ce ne siamo dimenticate, lo ammetto e questo mi fa riflettere su una e più cose.

A tutta Mamma, ormai da due mesi, scrive ininterrottamente informazione sul Covid 19. Lo facciamo con tanto senso del dovere e siamo grati ai tanti medici che ci stanno dando fiducia, mettendo nelle nostre mani pareri, commenti, dichiarazioni in un momento che di cosi difficili nessuno ne ricorda. Anche i lettori ci stanno dando ragione e di questo a loro più che a tutti siamo grati. Però noi siamo le “ragazze” di A tutta Mamma, “ragazze” semplici, che hanno preso in mano questo progetto piccino quasi per caso e lo hanno reso pian piano sempre più grande. Siamo amiche e non ci vediamo ormai da mesi, non abbiamo neppure potuto brindare insieme al traguardo delle 900.000 visite in un mese. Troveremo il tempo giusto.

Viviamo un tempo sospeso

Questa dimenticanza mi ha fatto riflettere su come il Coronavirus abbia centralizzato i pensieri tutti su di sé. Su quanto viviamo in un tempo sospeso: tra quel che è stato e quel che sarà. Siamo nel nostro personale “nel frattempo” fatto di pane in casa, videolezioni, videochiamate ad amichetti, nonni parenti, di notti insonni, di un’angoscia che piano piano ha ceduto il posto all’abitudine. In questo nel frattempo sono stati festeggiati primi compleanni e centenari in un modo che non era previsto, e va bene così. Sono stati proclamati i dottori e le dottoresse del futuro, belli, bellissimi con la corona d’alloro in testa, il vestito buono, il salotto di casa e genitori in lacrime al momento di “Per l’autorità a me conferita la proclamo dottore in…”, sono morte tante, troppe persone, senza che il dolore potesse ricevere la sanzione di un ultimo solenne saluto. E soprattutto sono nati tanti bambini, da mamme che li hanno partoriti con le mascherine, in una sala parto senza papà. Ed anche loro ce l’hanno fatta, insegnandoci che l’istinto alla vita vince su tutto, anche su questo flagello che ci è piombato addosso, mentre ciascuno era impegnato a pensare a tutt’altro.

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Noi mamme siamo diventate cuoche, maestre, nonne, baby sitter, compagne di giochi e abbiamo compreso tanto di più di noi, dei nostri bambini, dei nostri compagni.

Se mi avessero detto con largo anticipo che sarei riuscita a stare sessanta giorni in quarantena in casa con mio figlio a conciliare tutto quel che compone la mia vita, non ci avrei creduto. Eppure, in maniera imperfetta, ce l’ho fatta. Ho pianto di paura, quando, all’inizio di questa esperienza, i bollettini quotidiani erano notizie di guerra e pensavo le cose più tristi per me, per i miei cari e non mi davo pace. Ho preso in mano il coraggio e mi sono accorta che la vita te ne dà sempre una porzione di scorta. Ho cucinato tanto e insieme al mio bambino sono stata felice di aver preparato il ragù, la crostata o semplicemente un panino al prosciutto, mangiato sul pavimento, fingendo di aver fatto un pic nic nel prato, in una bella giornata di primavera insieme a Peppa Pig. Ho cantato e cantato ancora rispolverando una passione che fa parte del mio passato e che mi ha regalato tanta felicità. Ho insegnato a mio figlio improbabili hit anni ’80, che ogni giorno canticchia felice, facendomi ridere a crepapelle, perché è così strano sentire un treenne dell’era 3.0 cantare a memoria “Non voglio mica la luna” di Fiordaliso.

Ho lavorato anche quindici ore al giorno e nel frattempo ho fatto la mamma e come io sia riuscita non so, ma ce l’ho fatta, così come ce l’hanno fatta tante, tantissime altre donne. Ho intervistato medici, mentre con una mano tenevo il telefono e con l’altra impastavo biscotti con mio figlio, intimandogli con gli occhi di fare silenzio e facendo subentrare un sorriso d’intesa, preludio di una promessa. Quanto meraviglioso è l’alfabeto che lega le madri ai figli. Quante risorse si trovano nel volersi bene? Non lo dimenticherò. Come non dimenticherò che la vita ti mostra sempre una strada e questo è l’insegnamento più grande che mi sta dando questo tempo non previsto.

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Ho fatto trenini di carnevale, chiedendomi cosa ci fosse da ballare, mentre tanta gente moriva. Ma a un bimbo devi regalare felicità tutte le volte che puoi. Mi sono arrabbiata come una matta quando Raffaele ha mandato in frantumi un ricordo del viaggio di nozze. L’ho rimproverato bruscamente e poi mi sono pentita, perché in fondo le cose “vanno e vengono” come diceva mia nonna, ma sono umana e va bene così.

Mi sono vista bruttissima, quella domenica che no, non ce l’ho fatta a togliermi di dosso il pigiama e a impormi una routine solo perché lo consigliavano tutti gli esperti. E va bene così.

Il pomeriggio più bello

Ho mangiato patatine a mai finire insieme al mio bambino guardando Toy Story 4 e sono stata esattamente felice per almeno un paio di buoni motivi. Perché ogni tanto le regole vanno infrante e tutto sommato è giusto che anche i nostri figli lo comprendano. E poi vuoi mettere l’illuminazione di avere finalmente compreso l’immensità di quel personaggio che risponde al nome dello sceriffo Woody? Mannaggia a me, che troppo distratta, troppo di corsa, troppo poco bambina, ho visto mille volte la saga, ma l’ho sempre fatto senza attenzione. Ma avete presente chi sia Woody di Toy Story? É un concentrato di purezza, furbizia, tempismo, incorniciati da un’anima così bella, talmente piena di ideali che alla fine mi sono commossa. Ma come ho fatto a non rendermene conto prima? Ci è voluto questo tempo sospeso perché io mi fermassi a capire questa e tante altre cose? Probabilmente sì e me ne dispiaccio, ma ve l’ho detto sono una mamma imperfetta, e va bene così. Woody, che personaggio e che pomeriggio meraviglioso, spalmata sul divano con mio figlio addosso, a mangiare patatine chips come se non vi fosse un domani, senza il terrore di aver fatto la cosa più scandalosa per la salute di mio bambino. Quando ho detto a Raffaele: “Caspita ma Woody è fortissimo è davvero un eroe.”

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Lui, candido e inalberato nel suo metro e poco più, mi ha risposto: “Mamma lo so, per questo per Carnevale ho voluto il cossumino di Woody perché lui è meglio di un super eroe, lui è Woody, fino all’infinito e ooooooltre.”

Quel pomeriggio mi ha resa esattamente felice. Mi ha confermato che questi sessanta giorni sono stati duri, ma comunque vissuti con una serie di privilegi, che oggi vanno custoditi nella memoria, così da non dimenticarli domani. Quel pomeriggio in quarantena mi ha insegnato tanto e mi ha confermato che sono una mamma imperfetta, ma tutto sommato va bene così ed alle mamme imperfette come me, che in questo tempo ce la stanno mettendo tutta, faccio un augurio di cuore, l’augurio più dolce che ci sia. Buona festa della mamma.

Ps: Il mio augurio va a tutte le mamme, laddove mamma ha un significato così ampio, che non può limitarsi  solo all’aver dato biologicamente la vita.

 

 

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